“CHICAGO BOYS” di Renato Sarti. In scena fino al 19 giugno al Teatro Elfo Puccini di Milano

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Valida anche sotto l’aspetto drammaturgico e attorale, la piéce “Chicago Boys” scritta, diretta e interpretata dal bravissimo Renato Sarti, ha il grande merito di portare in scena le degenerazioni dell’economia liberistica alla quale, a mio avviso,  si dovrebbe contrapporre non lo statalismo tout court, ma l’economia sociale di mercato.

I Chicago Boys sono un gruppo di economisti  formatisi alla Chicago School of Economics, la roccaforte del mercatismo, nonché la culla di alcune delle teorie più pericolose della finanza, derivati inclusi. L’Università è stata anche il think tank dove ha preso forma l’ideologia neoconservatrice di Friedrick von Hayek e il monetarismo di Milton Friedman che hanno “contribuito a costruire i pilastri del liberalismo e della deregolamentazione su cui ha poggiato, a partire dagli anni 80, il ciclo economico», come ha scritto Mario Platero sul Sole 24 ore. Margaret Thatcher, Ronald Reagan e Pinochet hanno rappresentato il braccio esecutivo di queste forme di privatizzazioni e mercificazioni sfrenate che, per il totem del profitto, speculano pure sulle calamità naturali (leggi Aquila), sulle guerre, anche sui beni di prima necessità come i generi alimentari e l’acqua (petrolio blu) la cui scarsità causa la morte di milioni di esseri umani.

Il protagonista, immerso in una vasca piena d’acqua lurida, è la grottesca maschera del “capitalista” cinico, amorale, violento che con le sue deliranti esternazioni ben rappresenta il disvalore e la degenerazione del capitalismo che si muove all’insegna di “Libera volpe in libero pollaio”.

In realtà l’autore denuncia l’asimmetria sociale nel mondo. Denunce amare sulla tragica condizione dei poveri cristi, sulla povertà, la sofferenza, la miseria, la fame e le malattie che, nel Sud del mondo, uccidono milioni di bambini innocenti. Sulla grande insensibilità e irresponsabilità delle nazioni ricche che potrebbero salvare milioni di esseri umani se si limitassero a destinare il 2% delle spese in armamenti a favore delle popolazioni afflitte dal bisogno. Il protagonista è l’espressione dei poteri forti che gestiscono la nostra vita, plagiano la nostra capacità di giudizio, manipolano la nostra consapevolezza e mortificano il nostro tasso di libertà. La vittima è rappresentata in scena dalla brava Elena Novoselova il cui ruolo va oltre la donna oggetto per identificarsi con quello di schiava.

Applausi meritati da parte di un pubblico che ha partecipato con emozione e consapevolezza.

Ma vorrei terminare con una frase del Mahatma Gandhi.

“Sulla terra c’è abbastanza per soddisfare i bisogni di tutti ma non per soddisfare l’ingordigia di pochi.
I nostri pensieri, per quanto buoni possano essere, sono perle false fintanto che non vengono trasformati in azioni”.

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