Elektra di Richard Strauss

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Penultimo appuntamento della stagione in corso al Teatro dell’Opera di Roma con l’Elektra di Richard Strauss, allestimento realizzato in coproduzione con il Festival di Salisburgo dove è stato presentato con grande successo lo scorso anno.

Fa notizia (proprio all’inizio delle prove) l’improvviso forfait di Fabio Luisi (di recente nominato “principal conductor“ al Met di New York in sostituzione di James Levine, purtroppo da tempo ammalato): lo sostituisce il maestro ungherese Stefan Soltesz, non a caso uno dei maggiori interpreti di Strauss che dirige con autorevolezza l’Orchestra del Teatro nella drammatica e torrenziale partitura, trovando il giusto equilibrio fra i toni più aspri e quelli più lirici.

E questa Elektra, atto unico di Strauss, su libretto di Hugo van Hofmannsthal dall’omonima tragedia di Sofocle, è un allestimento moderno ed essenziale, ma intimamente coinvolgente.

Il regista tedesco Nikolaus Lehnhoff si concentra infatti sulla “vendetta come ragion d’essere”: Elektra è ossessionata dall’idea di vendicare la morte del padre Agamennone, ucciso dalla moglie (e madre di Elektra) Clitemnestra e dal suo amante, Egisto, al rientro dalla guerra di Troia. C’è da dire che Agamennone non aveva esitato a sacrificare la figlia Ifigenia alla dea Artemide per il buon esito della guerra di Troia come raccontano anche Euripide (Ifigenia in Aulide, Ifigenia in Tauride) ed Eschilo (nella trilogia l’Orestea). Qui la protagonista si aggira disperata e cadaverica, sciatta e abbrutita, nel cortile della Reggia di Micene; per Lehnhoff, Elektra “è rinchiusa nella prigione della sua mente un luogo che è un rifugio ed una trappola al tempo stesso” rappresentata dalla scena nuda e livida di Raimund Bauer, cupa e sghemba con piccole finestre, quasi feritoie e una sola porta, a rappresentarne la follia. Ma se la scena intende riprodurre la perdita dell’identità della protagonista e i suoi incubi, sembra essere perfetta per poter configurare ogni personaggio, a sua volta ossessionato da tormenti e rimorsi (la stessa Clitemnestra), da qualche aspirazione (Crisotemide): nessuno è realmente innocente in quello che si rivela un vero mattatoio dell’anima.

L’allestimento di Lehnhoff appare come splendente omaggio all’espressionismo tedesco degli Anni Venti oscillando fra l’ossessivo e il macabro e proponendo alcune soluzioni registiche davvero brillanti, dall’entrata plateale e quasi divistica di Clitemnestra avvolta in un lungo abito di abbagliante lamè e pelliccia porporati, alla cruenta scena del matricidio che si consuma in una macabra stanza stile mattatoio con le luci accecanti svelando il corpo appeso a un gancio con la testa in giù.

Assolutamente da menzionare poi l’inesorabile avvento delle Erinni, introdotte da minacciose ombre e luci proiettate (di Duane Schuler) e che svelano, quasi strisciando, a poco a poco le proprie ali quasi piumate, ergendosi dalle feritoie e dal pavimento per tormentare Oreste, orami reo di matricidio. Cast di alto livello con l’efficace Eva Johansson che interpreta Elektra con convincente intensità non solo vocale, ma anche recitativa; la bravissima Felicity Palmer, abbagliante Clitemnestra (che si esibisce nonostante un’indisposizione) dalla straordinaria presenza scenica, la luminosa Melanie Diener (Crisotemide, sorella minore di Elektra), Alejandro Marco-Buhrmester (Oreste) e Wolfgang Schmidt (Egisto). Molto belli i costumi di Andrea Schmidt-Futterer, vago e ibrido omaggio alla moda sofisticata degli Anni Quaranta, con tessuti preziosi e dettagli ricercati. L’allestimento è coraggiosamente sconvolgente sotto il profilo emotivo, perfetta sintesi della drammaticità della tragedia configurata nella sua modernità fra lacerazioni e ossessioni, nella ritualità di una vendetta e di una violenza che non lasciano via d’uscita a nessuno.

 

 

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