“La mite” di Fedor Dostoevskj

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Dopo aver letto il racconto “La mite” di Fedor Dostoevskj ero curioso di confrontare quel che la mia fantasia, stimolata dal testo,  aveva immaginato e l’adattamento teatrale, l’impostazione scenografica e l’aderenza degli attori ai personaggi. L’adattamento curato dalla regista Monica Conti e da Roberto Trifirò è assolutamente corretto. Per quanto riguarda la scenografia, avrei preferito vedere, malgrado lo spazio limitato, anche solo abbozzato un banco dei pegni. Per gli attori la scelta, a mio avviso, avrebbe potuto cadere su attori “meno handsome” anche se Roberto Trifirò con la sua intensa interpretazione si fa perdonare il fatto di non avere per quel personaggio (rispetto a come io l’avevo immaginato) le physique du role.  Ma, con la bella voce dalle varie tonalità e sfumature, gli sguardi, la mimica facciale, le posture, la gestualità, l’attore ha conquistato un pubblico numeroso e attento che gli ha tributato meritatissimi applausi. Brava anche la graziosa Federica Rosellini, nella parte della moglie, che si materializza virtualmente in scena nella modalità “flashback”.

Fedor Dostoevskj scava in modo mirabile nella psicologia dei personaggi raccontando la storia struggente, triste e tragica di un uomo maturo gestore di un banco dei pegni e della giovane moglie conosciuta quando, lei poverissima, si rivolgeva all’usuraio per vendergli le poche cose che possedeva. Il racconto, in forma di monologo, parte dal suicidio della moglie e da quel momento, di fronte alla giovane priva di vita, il marito incomincia la narrazione drammatica e nevrotica di due vite parallele che non riescono a incontrarsi. Il senso di colpa dell’uomo, come un fiume in piena, rompe gli argini della sua natura chiusa e riservata e fa tracimare il ricordo di un passato infelice, di umiliazioni subite e tentativi di riscattare i fallimenti sociali. Anche dopo il matrimonio la solitudine è la nota dominante fra due esseri umani lontanissimi, incapaci di comunicare le loro diversità. Il loro è apparentemente un rapporto di vittima e carnefice, in realtà si tratta di una conflittualità impastata di interminabili silenzi. Un silenzio tragico e assordante che va oltre l’incomunicabilità.  Una storia enigmatica che trascende l’esistenza.

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