“LA CLIZIA” di Machiavelli

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LA CLIZIA di Machiavelli

adattamento, ideazione dello spazio e regia di Ugo Chiti

costumi di Gabriella Ciacci

luci di Marco Messeri

suono di Roberto Nigro

 

con Massimo Salvianti, Lucia Socci, Giuliana Colzi, Dimitri Frosali, Andrea Costagli, Alessio Venturini

 

LE DUE VITE DI MESSER NICOMACO

Il fattore Eustachio, strappatosi a fatica dall’alveo rassicurante delle proprie stanze (dove la luce dorata delle candele forma una sorta di semisfera protettiva) e ghiaccio marmato a causa dell’inusuale bagno di circostanza, arriva nell’atemporalità di una Firenze spoglia e smorta, attraversata dai lazzi di maschere carnevalesche, per fidanzarsi con Clizia, giovinetta deliziosissima col cuore ancora pieno di incantamenti, figlia adottiva del mercante Nicomaco e della consorte Sofronia.

Il fondale neutro alla Luciano Damiani e lo spazio scenico occupato solo da una catasta centrale di vecchi mobili (panche tarlate, sedie instabili, tavoli erosi dagli anni, che assumono via via il ruolo di supporto all’azione e ai sentimenti dei personaggi), evocano il grembo chiuso dell’inverno, gravido di ore livide e immobili, di aria cristallizzata dal gelo e, progressivamente, la luce velata, bianca di nubi basse, o appena grigiognola, che si tramuta in foschia prima che scenda la notte precoce.

Si aggirano in questo luogo essenziale le amare e/o sfrontate figurine di Chiti (toccante la sua riscrittura della commedia di Machiavelli, fra antropologia, metafisica e suggestioni shakespeariane); ciascun carattere appare strettamente connesso all’abbigliamento: si va dalle cenciose allusioni rinascimentali delle tre donne del prologo, della serva Cibrea e di Eustachio, alla giacca di pelle nera (molto dark) sfoggiata da Pirro, al cappottuccio striminzito anni ’60 nel quale si serra e si ingobbisce Sofronia, raggrinzita come una mela secca, al gabbano stropicciato a quadretti marrone e arancio – abbinato a scarpe bicolore, bombate sul davanti – che pare generato dall’intemperante clownerie di Nicomaco.

Proprio la metamorfosi di Nicomaco, in precedenza uomo serio e dabbene, tutto messa famiglia e bottega, caposaldo di un microcosmo sociale fatto di opportunismi, convenzioni e asfittiche certezze, sconvolge i familiari e il piccolo nucleo mercantile  che gli orbita intorno. Da un anno Nicomaco è travolto e mutato dalla passione per Clizia, la giovinezza gli rifiorisce addosso, la frenesia dei sensi, del desiderio, forse il pensiero di tanti anni perduti in commerci e vita in comune con una donna agra, diventa il punto di origine di un flusso inarrestabile di atteggiamenti burleschi, di prepotenze infantili, di verbosità caparbia, iperbolica e struggimenti solitari. Nel buio della casa nessuno dorme, tutti si spiano a vicenda aggirandosi furtivi nei corridoi. La cuoca Cibrea, per mitigare il nuovo temperamento sanguigno del padrone, arriva ad ammannirgli, sotto le mentite spoglie di anguilla, una serpe acquaiola fritta e ripassata nel vino bianco (per toglierle il lezzo), con due foglie di alloro e un grano di pepe. Ma nulla ha effetto, né domestiche stregonerie né ammonimenti coniugali né il tenero, palese trasporto che il figlio Cleandro prova per Clizia: con discorrere sommesso, in punta di cuore, racconta a se stesso i primi pudichi sussulti dell’amore, quello stare seduto insieme a Clizia sbrogliando la matassa della lana, avvolti dal tepore che sul mezzogiorno giunge attraverso la finestra.

Clizia è ossessione, assenza (ossessiva perché assente, assente per potenziarne l’effetto ossessivo); la pulsione erotica di Nicomaco è irriducibile perché scaturisce dall’insoddisfazione, dall’improvvisa coscienza del vuoto e dalla speranza che il profumo di primavere perdute emanato da Clizia (o dall’immagine, dal fantasma di Clizia) possa sconfiggere la morte o almeno il presagio di essa, la paura che ogni sera attanaglia un po’ di più la mente.

Inizia fra il mercante e sua moglie una mortale partita a scacchi, un gioco di trame contrapposte, di poteri e risentimenti in conflitto. Sofronia convoca dalla campagna il fido Eustachio, affinché sposi Clizia e la conduca lontano dalla città e dalle brame di Nicomaco, il mercante invece predispone in tutta fretta il matrimonio della fanciulla con il giovane e scellerato barbiere Pirro, pronto a concedere al suo protettore, in cambio di adeguato compenso, uno jus primae noctis prolungato all’infinito.

L’intrigo di Nicomaco finirà malamente: Sofronia e Cibrea vestono da sposa (opportunamente velata) l’assai sguaiato paggio Siro, in modo che la notte così a lungo vagheggiata dall’uomo – e in modi così elaborati – si trasformi in episodio di brutale umiliazione.

Il mercante si sveglia all’alba, in piazza, con le ossa rotte e il freddo che scende lungo (e dentro) il corpo come un’incrinatura.

Affida le chiavi della bottega alla moglie, e si ritira in camera a guardare la neve scendere attraverso la finestra. Nel bianco silenzio appena frusciante, nel vuoto.


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