L’Africa che danza

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Un filare di pali, a tagliare obliquamente lo spazio. Un’immaginaria recinzione, un confine, che dobbiamo continuamente violare per riscoprire noi stessi. E qui ritrovare ciò che siamo: un’umanità sperduta, talvolta animalesca e violenta, in preda a forti conflitti interiori eppure sempre alla ricerca di un contatto, di un incontro. Sogni, speranze, frustrazioni: tutto questo evoca “Kohkuma 7º South” della Faso Danse Théâtre, importante compagnia di danza africana contemporanea nata nel 2002, vista all’Auditorium di Roma mercoledì 15 febbraio nell’ambito di “Equilibrio. Festival della nuova danza” (giunto quest’anno all’ottava edizione). Una rassegna molto apprezzata, che prosegue nei prossimi giorni con i franco-algerini L’A. e Rachid Ouramdane (19 febbraio), l’enfant terrible della danza Dave St-Pierre (24-25-26 febbraio), il maestro Butoh Ko Murobushi (25 febbraio), infine l’andaluso Juan Kruz Diaz de Garaio Esnaola (27 febbraio).

In lingua dioula (l’idioma del Burkina Faso, patria della compagnia) Kokhuma significa “parlare dei problemi”, ma Kakuma è anche il nome del villaggio kenyota che dal 1992 ospita uno dei più grandi campi di rifugiati del mondo. Due rimandi che ben introducono la performance ideata e coreografata da Serge-Aimé Coulibaly: la danza intesa anche come impegno sociale e culturale, come occasione per l’Africa di riflettere sulle proprie capacità di trasformazione e sviluppo. Una meditazione mostrata in una mirabile fusione tra corpi, musiche e animazioni video: un impasto di grande potenza atletica e stilistica, anche se con qualche debolezza drammaturgica in alcuni passaggi. In scena i quattro ballerini (tre uomini e una donna) esprimono una potenza di dinamica di rara efficacia, una fisicità esaltata e percorsa da energie che sembrano inesauribili.

Il mondo gestuale della Faso Danse Théâtre è ricco e sicuro, traendo linfa da suggestioni diverse. Vi ritroviamo la capacità di adattamento del corpo e il gioco con la forza di gravità della contact improvisation, l’elasticità e la fluidità di estrazione realese, il contatto energetico con il pavimento cui si richiama anche la danza tradizionale africana, di cui la compagnia espone in modo esemplare i caratteri migliori: la complessità delle sequenze ritmiche, la ripetizione del movimento, l’espressività affidata a ogni singola parte del corpo. Un lavoro di acrobazie, cadute, rincorse, che certamente saprà incuriosire e soddisfare il pubblico (quella romana era infatti la prima nazionale). Ultima annotazione per le bellissime musiche, composte e suonate on stage dal chitarrista Sana Seydou “Khanzai” (anch’egli in scena e “attore” della performance), frutto di contaminazioni tra blues, jazz, canti tradizionali di griot e armonizzazioni con la voce, perfettamente fuse ai movimenti dei ballerini.

 

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