“L’arte della Commedia” di Eduardo De Filippo

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Per svolgere alcune considerazioni sulla commedia è bene partire dalla trama. Oreste Campese, capocomico di una compagnia itinerante che ha perduto tutto il materiale scenico (tranne i materiali per il trucco ei vestiari) in un incendio, si rivolge per l’aiuto al prefetto De Caro appena insediato. All’inizio il prefetto si lascia coinvolgere in appassionata discussione sul teatro, poi sopraffatto dalla logica (per quei tempi anticonvenzione, se non eversiva) del capocomico, cambia atteggiamento e lo congeda bruscamente consegnandogli il foglio di via. Però per errore invece del foglio di via viene consegnata a Campese la lista dei maggiorenti del paese che hanno chiesto di incontrare il nuovo prefetto. La chiave dei futuri sviluppi della commedia va trovata nella dichiarazione finale dell’attore che, già sulla porta, mette in guardia il prefetto sulla possibilità che, miracolo del teatro, invece di quelle persone che vogliono incontrarlo (e che lui non ha mai visto), possano presentarsi i suoi attori con i travestimenti acconci. In questa continua ambiguità si consuma il dialogo morale che si trasforma in discussione sempre più accesa nei toni e inconciliabile nei principi fra il prefetto che critica sia il teatro e la cultura in generale di elitarismo, sia la marginalità sociale del guitto e il capocomico che rivendica invece la dignità dell’attore e l’importanza del teatro la cui crisi sembra irreversibile. Come si vede l’attualità del tema è impressionante. Così quando, nel secondo atto, si presentano il dottore, il prete, una maestra, il farmacista, la situazione si fa comicissima perché De Caro è dominato dal dubbio sulla vera identità di quelle persone, dubbio che nel finale rimane sospeso fra realtà e finzione. “L’arte della commedia”, un’opera dichiaratamente metateatrale, sembra scritta a due mani da Pirandello ed Eduardo. La dialettica di Campese si rifà al raisonneur pirandelliano, quella figura che con l’arte della maieutica cerca di sconvolgere le deboli certezze dell’antagonista.

Ottima la regia di Michele Sinisi il meccanismo teatrale gira alla perfezione, non ci sono sbavature, il ritmo è incalzante. L’unica perplessità relativa al testo è l’eccessiva lunghezza di alcune “scenette” e, per quanto riguarda la recitazione dei bravissimi attori, l’eccessiva caricatura di alcuni personaggi. Ma al di là di questo appunto ho trovato felicissima la misurata interpretazione del regista Michele Sisini nel ruolo del capocomico filosofo, ma non meno efficaci Vittorio Continelli nella parte del prefetto, di Michele Altamura nei panni del medico, di Gianluca Delle Fontane in quella del parroco, di Riccardo Lanzarone nella veste del segretario, di Patrizia Labianca in quelle della maestra, Nicola Conversano il farmacista, e ancora Nicola Chio il montanaro e Simonetta Damato sua moglie.

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