OA (5 atti teatrali sull’opera d’arte) – il Canto (3°atto)

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con un’opera site specific di JANNIS KOUNELLIS

con Giancarlo Cauteruccio

e con  i soprani  Monica Benvenuti e  Deborah Carcasci, Hitomi Ohki, Elisa Prosperi,

Maria Elena Romanazzi, Donatella Romei, Lucia Sartori

costumi Massimo Bevilacqua

direzione di allestimento e luci Loris Giancola

consulenza al progetto Pietro Gaglianò

ideazione e regia GIANCARLO CAUTERUCCIO

Dopo il successo ottenuto con i primi due atti OA/la Parola con l’opera Gas di Alfredo Pirri e OA/la Danza con l’opera Il muro del tempo di  Enrico Castellani, andati in scena con la regia di Giancarlo Cauteruccio al Teatro Studio di Scandicci in gennaio e febbraio, il terzo atto si apre sull’opera che Jannis Kounellis ha pensato e realizzato espressamente per il progetto OA – CINQUE ATTI TEATRALI SULL’OPERA D’ARTE.

Kounellis, che conta un importante numero di collaborazioni con il teatro (dalle esperienze con Carlo Quartucci alla fine degli anni Sessanta ai più recenti progetti con Theodoros Terzopoulos), nell’incontro con Cauteruccio ha elaborato un’opera complessa in cui emergono alcuni temi tra i più forti della sua lunga e ramificata ricerca.

Tre grandi sacchi composti con i teloni che hanno rivestito altrettanti tir per migliaia di chilometri, incombono sulla scena come corpi impiccati, echeggiando le forme già messe in opera con esiti drammatici e monumentali in alcune installazioni (memorabili, tra le altre, quella alla Halle Kalk di Colonia, nel 1997, e quella nella piazza di Schwabisch Gmund, presso Stoccarda, del 1992). Attratti verso il basso dal loro peso che, secondo l’artista, è simile solo a quello di un corpo morto o di una vittima sacrificale tenuta per i capelli, i tre sacchi lasciano indovinare al loro interno le forme convulse di mobili e oggetti dismessi. Gli armadi e le cassapanche, e altre suppellettili di uso comune che ricorrono nelle sue installazioni, sono secondo Kounellis, “presenze drammatiche” che recano la memoria dei segreti intimi e delle nefandezze che hanno custodito: la loro forma è leggibile come una metafora dell’uomo, capace di raccogliere al proprio interno inenarrabile ferocia.

La tetra immobilità dei tre “impiccati” è contrastata dalla presenza di lucide e patinate palle da biliardo disseminate nello spazio, con il loro equilibrio mobile. Sul fondo della scena un cavallo incarna la presenza della vita, autentica e pulsante, della natura “viva”, in opposizione alla cultura della rappresentazione.

L’asimettria che domina le linee dell’incontro fra Cauteruccio e Kounellis costituisce un elemento fondante per la visione drammaturgica dei due artisti, entrambi persuasi della funzione del teatro che “serve per fare opposizione”.

L’artista, dichiara ancora Kounellis, “entra nel teatro come portatore di visione”, e a partire da questa visione Cauteruccio costruisce una drammaturgia del canto che diviene lo strumento dialettico per animare le forme, mobili e immobili, sulla scena. Sette cantanti liriche interpretano, attraverso un ampio repertorio della musica classica contemporanea, la parola cantata, il conflitto tra il caos della materia e l’ordine cui aspira l’uomo. Le musiche di autori come John Cage, Sylvano Bussotti e Ivan Fedele, oltre ad alcuni brani di musica antica, creano uno spazio intorno ai volumi dell’opera di Kounellis, che nel disegno di Cauteruccio trova una il proprio centro in una dimensione autenticamente teatrale. Al canto si alterna la parola tratta dalla tragedia greca (con estratti da Sofocle e Euripide), seguendo la presenza di uno dei personaggi più enigmatici del mondo classico: Tiresia, cieco e veggente, protagonista di una metamorfosi da maschile a femminile e ritorno, figura cardine nel ciclo di Edipo e nelle Baccanti di Euripide.

È lo stesso Cauteruccio a dare voce a Tiresia utilizzando il dialetto calabrese, idioma dai suoni arcaici che lo avvicina ancor di più all’artista greco. Traducendo nella lingua natia la parola immortale dei classici, il regista le conferisce un carattere più pregnante e terreno, che senza cedere al pathos tenta di riferirsi a tutta un’umanità dolente, senza tempo, senza geografia.

La scena del Teatro Studio, completamente spogliata di ogni artificio teatrale, si offre allo sguardo del pubblico senza quinte e macchinerie, rivelando uno spazio quasi metafisico, dove le sette cantanti si spostano sulla scena dispiegando il proprio canto limpido. In opposizione a queste sonorità la voce del regista si avvolge su sé stessa, cercando tonalità basse e angosciate, dilatandosi in lamenti, aggressioni, e sorde grida d’aiuto. Cauteruccio insegue il peso che caratterizza la presenza dell’opera di Kounellis, ed esplora la possibilità di trasferirlo nella voce. Viene così descritta una dimensione patologica che svela luoghi nascosti della tragedia del genere umano: una ricerca che si svolge su territori paralleli a quelli in cui si muove l’artista greco con la sua sensibilità per le cavità dei mobili dismessi. Cauteruccio trova nella profondità di questo nuovo attraversamento linguistico l’opportunità di articolare ulteriormente l’indagine nei luoghi reconditi dell’opera d’arte e nel suo potenziale drammaturgico. Prende forma così quella tensione tra il teatro e le arti visive che lega tra loro questo terzo atto e i primi due realizzati a partire dalle opere di Alfredo Pirri e Enrico Castellani.

 

Ufficio Stampa  – Pina Izzi 335 54 21 551 ufficiostampa@teatrostudiokrypton.it

BIGLIETTI 12.00 euro intero; 10.00 euro ridotto  

Teatro Studio – Via G. Donizetti n.58 – Scandicci (FI)  – 055 7591591 biglietteria@teatrostudiokrypton.it       

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