Le “mejo serate” di Maurizio Battista

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La cifra comica di Maurizio Battista è l’iperbole. In questo, è romano fino al midollo. Il “civis romanus” quando ti incrocia per strada, se davvero ti vuole bene, prima insulta tua madre (“a fijo de na…” ti strilla venendoti incontro sorridente) e poi ti stampa dietro la nuca un bello schiaffo a mano aperta, come fosse il più tenero degli abbracci. Il romano è così: più ti insulta, più ti mena, e più ti vuole bene. La comicità di Battista è della stessa natura: è iperbolica, esagerata, è fantasia pura.

Non gli manca certo la battuta arguta, tagliente, il sarcasmo anche freddo. Ma a rendere la risata inarrestabile è la costruzione, partendo dalla quotidianità più spicciola, di situazioni sempre più alterate, di mondi immaginari, su cui Battista inventa sulle sue stesse invenzioni. Alla realtà non dobbiamo aderire mai, sembra dirci, quello che conta è trasformarla e prenderci gioco di noi stessi. Ma Battista non trasforma la realtà per ingannarci, tutt’altro. Amplifica i nostri comportamenti, i tic, i nostri modi di essere per farceli vedere come al microscopio: solo che questo microscopio è come la lente dell’osservatorio di Palo Alto, tanto è iperbolico il suo sguardo.

Tutto tipicamente romano. E sono questa città, e il suo strambo popolo, i protagonisti dello spettacolo “Le mejo serate”, in scena dal 4 al 9 luglio presso la storica manifestazione dell’Estate Romana “All’Ombra del Colosseo” (da ben 22 anni si svolge nel Parco del Celio, a due passi appunto dal famoso monumento). Lo spettacolo, per chi non è riuscito a vederlo nei giorni scorsi (visto il tutto esaurito che ha registrato ogni sera), sarà replicato dal 24 al 27 agosto. Ambientato come in un bar (il “vero” lavoro di Battista, che barista è nato e proprietario di bar è ancora), con tre tavolini e tre musicisti ad accompagnarlo, lo show fila via in due ore senza sosta, tra storie di vita vissuta, presentazione di oggetti strambi, fotografie di insegne pubblicitarie (ma anche cartelli, citofoni) improbabili, in un dialogo continuo col pubblico.

Due parole per chi ancora non lo conosce. Maurizio Battista, 55 anni, ha alle spalle più di una dozzina di spettacoli teatrali, segnati da un consenso crescente. È noto al grande pubblico per le sue numerose partecipazioni in programmi televisivi di grande ascolto (come Buona Domenica e Colorado Café Live), negli ultimi anni ha iniziato a cimentarsi anche con fiction e film (lavorando, ad esempio, con Avati e Pieraccioni). Oggetto della sua satira, scanzonata e bonaria, sono i comportamenti e la tirannia delle donne (delle “mogli”, per essere precisi), la quotidianità dei rapporti familiari, oppure la bizzarria (e su questo i suoi sketch sono famosi) di titoli, articoli e annunci dei giornali.

Ma soprattutto Battista rappresenta (e prende in giro) i romani: fieri e bulli, sboccati e malandrini, indolenti e sentimentali. Ce li descrive al supermercato o al ritorno a casa dal lavoro, cogliendone la stanchezza atavica (il romano, dice Battista, ogni volta che sta in piedi e conversa con un amico si appoggia a qualcosa: un albero, il cofano della macchina, uno strapuntino qualsiasi) e la naturale irriverenza, la faciloneria e il rassicurante menefreghismo. Un popolo che accoglie tutti e che di tutti si beffa, che si farebbe mozzare la lingua pur di dire una battuta (meglio se piccante), che si sente ancora “caput mundi” e, pur sapendo di non esserlo più, non se ne vuole proprio convincere.

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