Tutto per bene di Luigi Pirandello

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Principiamo con la storia. Martino, uomo modesto, umile che da ventidue anni coltiva la memoria della moglie portandole tutti i giorni i fiori sulla sua tomba ha una figlia (Palma) che sta per sposare un ricco blasonato. Nella festa nuziale Martino appare come un intruso tutti, compresa la figlia, lo trattano con disprezzo Ma c’è una ragione, tutti sanno che il vero padre di Palma è l’on.Manfroni con il quale la moglie in tempi remoti aveva intrattenuto una relazione. Martino, che è l’unico a non sapere, è oggetto di scherno e disistima perché sono tutti convinti (compreso la presunta figlia) che egli abbia sempre saputo e taciuto per convenienza. Poi quando la verità gli viene rivelata Lori si sente sprofondato nel nulla Lo smarrimento gli fa dire con desolata lucidità: “Ma allora non sono stato mai nella vita, io”. Martino vorrebbe uscire dalla maschera che ha indossato inconsapevolmente per tanti anni, ma il suo sforzo è inutile. Egli non può fare altro che continuare a recitare consapevolmente la parte recitata inconsapevolmente per vent’anni. Alla fine viene premiato e la grande sofferenza lenita dal riavvicinamento dell’adorata figlia putativa che riconosce in lui il “vero” padre, quello cioè che l’ha veramente amata. Ma il dado è tratto, i giochi sono finiti, non gli resta che rimettere la maschera sul volto ripetendo come un ritornello ossessivo:tutto per bene, tutto per bene.

Pirandello cerca di rappresentarci la sua verità al di là dello schermo ingannevole delle convenzioni e dell’ipocrisia della società dell’epoca. E’ una commedia di straordinaria ricchezza di intrecci, allusioni, cambiamenti di tono e sentimenti. Il drammaturgo sicilianodà a Martino Loi, personaggio chiave di questa commedia una dimensione meno razionale dello stereotipo pirandelliano. La sua figura, molto umana, contrasta con la prepotenza e l’arroganza del potere.

La rappresentazione di ieri sera al Piccolo Teatro Strehler è stata l’epifania dell’arte scenica. Lo sviluppo drammaturgico sistema i vari tasselli della pièce in modo tale da costruire un mosaico perfetto. Dei vari elementi che compongono la struttura dell’opera teatrale (drammaturgia, regia, interpretazione, scenografia, costumi, musica e luci) l’elemento dominante è sicuramente la regia. Gabriele Lavia ha preso il testo ne ha messo in evidenza l’ambiguità, il gioco delle maschere, ha diretto gli attori esaltandone l’espressionismo vocale e gestuale, ha interpretato la parte del protagonista in modo superbo. Forse quando gli viene rivelata la verità la sua interpretazione avrebbe potuto essere più asciutta, più interiorizzata (ma qui lo dico e qui lo nego perché la sua grande prova non consente ombre). Ottimo il cast di attori da Gianni De Lellis (l’on Manfroni), a Lucia Lavia (Palma) e ancora Daniela Poggi, Woody Neri, Riccardo Bocci, Dajana Roncione, Giorgio Crisafi, Riccardo Montilo e Alessandra Cristiani. Belle le scene di Alessandro Camera così come i costumi di Andrea Viotti. Di particolare rilievo per la loro funzionalità le musiche di Giordano Corapi e il servizio luci di Giovanni Santolamazza.


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