La serata a Colono

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fotodi Elsa Morante

con Carlo Cecchi (Edipo), Antonia Truppo (Antigone), Angelica Ippolito (Suora).

Coro: Giovanni Calcagno, Salvatore Caruso, Dario Iubatti, Giovanni Ludeno, Rino Marino, Paolo Musio, Franco Ravera; guardiani: Victor Capello, Vincenzo Ferrera, Totò Onnis; dottore: Rino Marino. Francesco De Giorgi (tastierista), Andrea Toselli (percussionista).

musiche Nicola Piovani

fondale Sergio Tramonti

costumi Ursula Patzak

luci Pasquale Mari

suono Hubert Westkemper

regia e scene Mario Martone

 

 

La serata a Colono con Carlo Cecchi e la regia di Mario Martone, prodotta da tre teatri Stabili pubblici (Torino, Roma, Marche) dopo aver attraversato la penisola e le sue sale più prestigiose, dal Piccolo di Milano all’Argentina di Roma, e dopo aver ricevuto otto uscite di applausi dal pubblico tedesco a Monaco al Marstall Theater, debutta a Firenze al Teatro della Pergola dal 19 al 24 marzo, prima di chiudere la tournée ad Ancona dal 4 al 7 aprile al Teatro delle Muse.

Carlo Cecchi e Mario Martone, a quarantacinque anni dalla sua pubblicazione, portano in scena per la prima volta La serata a Colono di Elsa Morante. «È la sua unica opera per il teatro, ispirata all’Edipo a Colono di Sofocle, ma non è mai stata rappresentata» racconta Cecchi, che della Morante era amico strettissimo. La Morante viveva, si potrebbe dire, in simbiosi col Gran Teatro, la mitica compagnia di Cecchi a cavallo tra gli anni ’60 e ’70; a sua volta Cecchi è stato il curatore, insieme a Cesare Garboli, dei due volumi dei Meridiani che raccolgono le opere della Morante (nel 2012 le celebrazioni del centenario della nascita).

Non sono mancati in passato tentativi di rappresentarla: «Subito dopo l’uscita del libro, sia Eduardo De Filippo che Carmelo Bene – scrive Carlo Cecchi – pensarono di mettere in scena La serata a Colono. A un certo punto ne nacque un progetto cinematografico, che avrebbe messo insieme Eduardo come Edipo, e Bene come regista. Poi non se ne fece nulla. Negli anni ’70 altri primi attori volevano recitarlo; fra questi Vittorio Gassman. Ma ormai Elsa s’era fatta restia a farlo rappresentare. Anch’io in anni più recenti avevo deciso di metterlo in scena; per poi rinunciarvi, fermato dalle enormi difficoltà che presenta il testo, oltre alle quali, dovendolo affrontare nel doppio ruolo di regista e attore, si aggiungeva quella di dover recitare la parte lunghissima di un personaggio di difficilissima definizione e drammaturgicamente ambiguo. Quando giravamo Morte di un matematico napoletano, con Mario Martone, grande ammiratore de La serata a Colono, c’eravamo promessi di farlo insieme, un giorno o l’altro. Così, vent’anni dopo, quel giorno è arrivato e La serata a Colono va in scena per la prima volta, da quando è stato scritto. (…) E oggi, in questo tempo plumbeo dove sulle nostre vite e sulle nostre scene regna sovrana l’apatia, non posso che ripensare con disperata nostalgia al tempo in cui Elsa Morante scrisse il suo grande ‘poema in forma di dramma’.

Edipo non è una parte semplice da recitare: è una parte di eccezionale lunghezza, nel cui svolgimento non c’è un filo che si possa seguire ‘com’è uso nelle scritture della logica sintattica’. Inoltre stare legato alla barella, con gli occhi bendati per un’ora e mezzo, è una condizione ‘crudele’ per un attore. La parte impone un’intensità e una concentrazione eccezionali; sono richiesti diversi registri e forme della rappresentazione: si passa dalla recitazione tragica al recitativo arioso, dal melologo al canto lirico. Ma questa varietà di cifre stilistiche è appassionante per un attore: la sua recita è più vicina a quella del performer che a quella dell’interprete comune».

La messa in scena di questo testo è una vera e propria sfida, attesa da decenni dal teatro italiano. La tragedia sofoclea Edipo a Colono, ovvero il concludersi del lungo e tormentato esodo di un sovrano parricida e incestuoso, è, in questa Serata a Colono, un calvario rivissuto oggi con scabri accenti misti a deliri d’alta e remota nobiltà violata, con l’Edipo attuale pervaso da un dolore furioso, affetto da miraggi.

Mario Martone e Carlo Cecchi hanno più volte lavorato insieme, su tutte spicca il film Morte di un matematico napoletano, vincitore del Gran Premio della Giuria alla Mostra del Cinema di Venezia nel ’92. Martone si è confrontato numerose volte con la tragedia greca e in particolare col mito di Edipo: ricordiamo I sette contro Tebe a Napoli nel ’97 (spettacolo da cui scaturì il film Teatro di guerra); l’Edipo re al Teatro Argentina nel 2000 e l’Edipo a Colono al Teatro India replicato per tre stagioni, dal 2004 al 2006, entrambe produzioni del Teatro di Roma; e l’opera Antigone di Ivan Fedele andata in scena in prima assoluta al Maggio Musicale Fiorentino nel 2007. Il regista, nell’affrontare La serata a Colono della Morante, scrive: «Si tratta del testo più misterioso e inafferrabile che abbia mai avuto tra le mani, indefinibile già nella forma, trattandosi allo stesso tempo di un monologo, un poema, una commedia, una tragedia, un melodramma, una drammaturgia da grande avanguardia del ‘900, un testo dalla struttura poetica precisa e implacabile alla quale ci si deve affidare ad occhi chiusi».

Nel cast artistico il Premio Oscar Nicola Piovani, autore delle musiche e Sergio Tramonti, assiduo collaboratore di Martone da più di dieci anni, entrambi legati all’esperienza del Gran Teatro di Cecchi e di Elsa Morante.

La Casa Editrice Einaudi in occasione del debutto dello spettacolo ha pubblicato

Elsa Morante, La serata a Colono, nella Collezione di Teatro.

 

 

Orario spettacoli: dal martedì al sabato: ore 20.45, domenica: ore 15.45.

Prezzi biglietti interi: Platea: € 27 + € 3 (diritto di prevendita) € 30, Posto Palco: € 20+ € 2 (diritto di prevendita) € 22, Galleria: € 13,00 + € 2 (diritto di prevendita) € 15

 

Cose nascoste alla innocente salute – Carlo Cecchi

Il personaggio che si crede Edipo, il vecchio meridionale affetto da sindrome paranoica, ripercorre le tappe di un’esperienza estrema, di un viaggio allucinato che, se da una parte gli permette di vedere «cose nascoste alla innocente salute», dall’altra lo riporta ossessivamente alla vicenda mitica nella quale si identifica, i cui temi principali sono la persecuzione di LUI («Febo, o Ra o Iaveh o Coatl o qualsiasi altro voglia essere quel nome»), la colpa tragica dell’eroe e il disperato desiderio di riposo e di oblio. Anche se, qua e là, brandelli della vita del personaggio del piccolo proprietario meridionale si affacciano, spesso in funzione parodistica, la parte di Edipo nel suo insieme si muove su un registro ambiguo: il personaggio e l’autore si confondono in una sola voce. Perché anche l’autore si è riconosciuto, attraverso un’esperienza estrema, in Edipo Re. Il dramma è dunque il documento di una doppia identificazione allucinata, che viene rappresentata come delirio persecutorio e autopunitivo. Così invece di scrivere un poema simile alle altre composizioni, che fanno parte della seconda sezione de Il mondo salvato dai ragazzini, Elsa Morante trasforma il poema in dramma. Un dramma, quindi: dei personaggi, il vecchio pazzo che si crede Re Edipo, la figlia adolescente da lui creduta Antigone; un luogo, il corridoio del reparto neurodeliri del Policlinico di una città sudeuropea; i guardiani, la suora, il dottore, ecc. Ma il poema non viene dissolto del tutto nel dramma; ne sono testimoni la lingua di Edipo, di una letterarietà provocatoria, e anche la presenza dei due lunghi soliloqui, o melologhi, di Edipo, che sembrano due poemi incastonati nello svolgimento del dramma.

 

 

Note di regia di Mario Martone

Quando nel 2000 misi in scena l’Edipo re al Teatro Argentina di Roma, Carlo Cecchi interpretava Tiresia: cieco, vestito con un abito scuro anni ’50, guidato da Emiliano Vitolo (il figlio di Victor Cavallo) come l’Edipo pasoliniano guidato da Ninetto, solo ora mi rendo conto che prefigurava nell’aspetto il personaggio su cui oggi lavoriamo mettendo in scena La serata a Colono.

La mia frequentazione della famiglia di Edipo è stata assidua: prima dell’Edipo re avevo affrontato I sette contro Tebe (che fece da base al film Teatro di guerra) e successivamente l’Edipo a Colono. Oggi tutti i temi che ho attraversato con questi spettacoli mi sembra che convergano ed esplodano nel mettere in scena La serata a Colono. Si tratta del testo più misterioso e inafferrabile che abbia mai avuto tra le mani, indefinibile già nella forma, trattandosi allo stesso tempo di un monologo, un poema, una commedia, una tragedia, un melodramma, una drammaturgia da grande avanguardia del ‘900, un testo dalla struttura poetica precisa e implacabile alla quale ci si deve affidare ad occhi chiusi. Allo stesso tempo c’è qualcosa di semplice e diretto nel modo in cui dal testo sgorga il teatro, questa almeno è l’esperienza che proviamo giorno dopo giorno con i tredici attori che formano la compagnia. Tredici perché volevo che il coro, che nel testo è descritto come se fosse composto solo di “voci”, fosse invece fisicamente presente in scena, ed è qui che la regia si è fatta performance. La recita di Edipo “è più vicina a quella del performer che a quella dell’interprete comune” scrive Cecchi a conclusione del suo testo: e come una performance io ho a mia volta immaginato la regia della Serata a Colono. Ho sempre considerato decisivo il ruolo del coro nella messa in scena di una tragedia greca (e sebbene qui il modello tragico si rovesci nella “parodia” spingendosi fino al suo opposto, il riferimento di partenza non si dissolve mai nella trama, al contrario è sempre potentemente leggibile in filigrana), e il coro dei matti de La serata a Colono è forgiato da amore e dolore con una tale intensità da spingere ad essere rappresentato in scena. Ma il problema era: quale scena? Diverse, infatti, sono le scene de La serata a Colono. Elsa Morante descrive il corridoio dell’ospedale in cui viene portato l’uomo che si dice Edipo con una precisione degna delle didascalie di Eduardo (che sono quasi dei racconti): si evince così che dal corridoio i matti devono essere separati perché si trovano dietro un muro. Ma da questa scena di partenza divisa in due l’evoluzione del testo via via ci conduce altrove, come in un viaggio, e a un certo punto non siamo più in un ospedale ma nella mente di Edipo. Colpito dalle suggestioni artaudiane di Carlo, a un certo punto ho deciso di far saltare la scena convenzionale col suo realismo e la sua quarta parete, e lavorare sullo spazio aperto, dove le voci del coro, cesellate come tali dall’autrice, si fanno scenografia e dove l’evoluzione del testo conduce il coro a “viaggiare” muovendo dalla platea fino a sparire: riflesso del viaggio che si compie nella mente del protagonista immobile e bendato, legato per un’ora e mezzo a una barella.

Affrontare con Carlo Cecchi questo testo è un’avventura unica. Il suo rapporto con le parole di Elsa Morante conduce tutti noi a una esperienza di grande intensità. Per molti anni La serata a Colono ha rappresentato nel teatro italiano una sorta di stella lontana ma luminosa, di quelle che ai naviganti danno l’orientamento nella notte. Trovarsi sulla scialuppa a cui è dato in sorte di avvicinarla per la prima volta abbaglia.

 

 

Una nuova Antigone, intervista ad Antonia Truppo. A cura di Angela Consagra

 

Che cosa può rappresentare oggi Antigone sulla scena e, più in generale, come figura femminile?

Antigone è una ragazzina molto innocente, con un grandissimo amore verso il padre, e questo costituisce il motore emotivo del racconto di Elsa Morante. Anche nella messinscena dello spettacolo è presente il rapporto padre-figlia, l’amore incondizionato che comunque lei prova fa molta tenerezza; per il resto Antigone è una ragazzina inconsapevole che si esprime parlando un dialetto letterario: è una lingua semplicissima, non riconducibile a nessun luogo in particolare perché inventata ma che si ispira sicuramente ai dialetti del Sud Italia. Questo personaggio femminile rappresenta l’analfabetismo che diventa allo stesso tempo una forma di saggezza popolare, in contrasto con il linguaggio usato invece da Edipo, estremamente filosofico e con dei retaggi molto alti.

 

Antigone forse è l’unico personaggio che non partecipa al viaggio mentale compiuto da Edipo, l’unico ancorato alla realtà…

Sì, questo testo si sviluppa seguendo varie dimensioni: c’è quella più reale ambientata nell’ospedale psichiatrico e c’è quella del delirio di questo matto, che si crede Edipo e si esprime con tanti riferimenti letterari… Nella sua testa avviene una proiezione visionaria. Il coro di voci dei matti che sono presenti fisicamente nel reparto ospedaliero cominciano ad interagire con lui, gli rispondono e sono sarcastici verso il suo stato, però Edipo vive una trasfigurazione di tutti i personaggi: lui li vede nella sua testa, tranne Antigone, che resta sempre ancorata a quella barella e a quella sedia.

 

Il regista Martone ha scritto che questo testo è il più misterioso ed inafferrabile che abbia mai avuto fra le mani. Dal punto di vista dell’attrice, come è stata affrontata l’enigmaticità della scrittura?

Effettivamente sia noi attori che il regista non avevamo alcun riferimento precedente per la messinscena, abbiamo avuto difficoltà per capire se il testo andava considerato come prosa oppure come poesia. Le parole hanno richiesto un impegno acustico considerevole perché l’autrice ha sviluppato una serie di voci diverse, come se si trattasse di una semi-operetta; per quanto mi riguarda il problema maggiore è stato quello di restituire un particolare linguaggio, connotato da una forte musicalità poetica e che contemporaneamente doveva essere molto concreto e reale. Le parole sulla scena hanno il compito di far ‘vivere’ emotivamente il testo della Morante.

 

Carlo Cecchi è famoso per l’improvvisazione continua sul palcoscenico…

In questo spettacolo Cecchi recita in una condizione fisica obbligata, di impedimento: è sia legato che bendato, costretto in una posizione e in una sorta di isolamento tutto suo. In scena io divento letteralmente i suoi occhi: non soltanto come figlia che accompagna il padre cieco, ma come attrice che vede e può interagire con tutto il resto sul palco. E’ come se fossero due figure autistiche, ognuna con un proprio binario, ma la condizione di amore da parte di lei e l’infermità da parte di lui li costringe ad una convivenza. Sono personaggi che viaggiano su mondi distanti e il punto d’incontro è davvero quello che passa emotivamente tra i due, al di là delle parole. Da attori non viviamo un’interazione ‘normale’, come avviene per altri spettacoli.

 

Il testo è stato scritto nel ’68, in un momento di grande fermento sociale e culturale; queste parole oggi mantengono la stessa inquietudine?

Certi sentimenti, certi ‘mood’ tipici della condizione umana sono eterni. L’autrice in quegli anni di rottura si è ispirata fortemente al mito e credo che tali motori narrativi restino intramontabili, al di là delle epoche. Le opere epiche non invecchiano; alla fine tutto ciò che riguarda la vita, la morte, la follia e quindi i sentimenti eterni, come l’amore di una figlia per il padre, non hanno una datazione unica.

 

 

 

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