Un tram che si chiama desiderio di Tennessee Williams

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fotoSiamo a New Orleans e i temi che il dramma agita sono ancora una volta quelli del sesso e della violenza. Qui la figura simbolo è Blanche una donna, alcolizzata, ninfomane sino alla demenza, una donna che sente su di sé la responsabilità del suicidio del giovane marito e la dissipazione del patrimonio familiare. Il vecchio mondo che Blanche ha amato, raffinato e illusorio, aristocraticamente ripiegato in un benessere ovattato, si è dissolto in un inevitabile declino. Lo struggente desiderio d’evasione e la speranza di ritrovare se stessa, spinge Blanche a trasferirsi a New Orleans in casa della sorella Stella sposata con Stanley Kowalski un giovane polacco, rozzo, volgare e violento. Blanche detesta questo giovane affamato di vita e di sesso, ma un’irresistibile attrazione la spinge verso di lui inconsapevolmente e la porta a sfidarlo, fino a provocarne la violenza più cieca, fino allo stupro. Per la fragile creatura è il crollo quando il complessato Mitch (amico di Stanley), venuto a sapere che Blanche alcolizzata e ninfomane ha avuto rapporti con un suo allievo minorenne e con molti altri uomini – rompe la promessa di quel matrimonio che avrebbe garantito a Blanche una vita non felice né serena, ma tranquilla. Finisce invece la sua vita in ospedale psichiatrico. Quando Banche è arrivata a New Orleans per raggiungere la sorella Banche è salita su due tram, il primo si chiamava Desiderio, il secondo Cimitero. Dunque la morte e la vita scorrono sullo stesso binario.

Dopo il famoso film di Elia Kazan con Marlon Brando e Vivien Leigh, questa volta il pezzo di bravura l’ha fatto il regista Antonio Latella che ha spacchettato il testo, l’ha capovolto partendo dal finale  con Blanche che in una sorta di seduta psicanalitica racconta ora direttamente ora attraverso il medico le sue angosce, i suoi timori, le sue residue speranze. Il medico (qui è il colpo di genio del regista) assume le vesti del narratore che, come un telecronista radiofonico, descrive la scena, dà voce alla stessa Blanche (che rimane muta e immobile), interviene come un regista demiurgo a suggerire agli attori battute e atteggiamenti da tenere. La scenografia (curata da Annelisa Zaccheria) richiama un set cinematografico con fari, microfoni, amplificatori che gli stessi interpreti utilizzano creando negli spettatori (già sconcertati dai riflettori che dal proscenio li “accecano”) una notevole partecipazione emotiva moltiplicata (sia lo sconcerto sia l’emozione) dalle esplosioni di musica hard rock e dai suoni curati Franco Visioli.

Grande successo dunque grazie al regista Antonio Latella che ha rinnovato la lettura del testo in modo del tutto originale in cui l’estro creativo ha dato forza e vigore artistico all’opera entrando nella psiche della protagonista che diventa il motore del racconto. Ha diretto gli attori esaltandone il linguaggio del corpo, l’espressionismo vocale e gestuale. Molto bravi gli attori (Rosario Tedesco, Vinicio Marchioni, Giuseppe Lanino, Annibale Pavoni), ma le due attrici meritano una menzione particolare: Elisabetta Valgroi nella parte di Stella è bravissima e credibile nell’esprimere i difficili passaggi di stati d’animo che si alternano frequenti. Per Laura Marinoni nelle vesti di Blanche è oggettivamente difficile trovare un aggettivo che renda giustizia alla sua intensa, stupenda interpretazione vuoi per l’ampia gamma vocale dispiegata, vuoi per la gestualità e le espressioni di un bellissimo, mobilissimo volto.

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