“La torre d’avorio” di Ronald Harwood

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fotoHarwood racconta un episodio storico accaduto nella Germania del 1945, subito dopo la caduta del nazismo. I vincitori, oltre al processo di Norimberga, indagano nella società “civile” per scoprire personaggi importanti che fossero collusi col nazismo. Un maggiore dell’esercito americano, uomo rozzo e del tutto insensibile ad ogni forma d’arte, ha il compito di indagare sull’illustre direttore d’orchestra Wilhelm Furtwangler che, a differenza di suoi celebri colleghi che preferirono espatriare, rimase nella Germania nazista. Malgrado il Maestro non abbia mai preso la tessera del partito ha esercitato in quel contesto criminale accettando i necessari compromessi che gli permettessero di continuare a dedicarsi alla musica in modo totalizzante. Era convinto che la musica, l’arte in generale avesse un effetto catartico sulle atrocità della politica. In realtàFurtwangler non poteva non rendersi conto di essere diventato un uomo immagine del regime. Lo scontro fra il rozzo, prepotente maggiore che non perdeva occasione per umiliare l’inquisito e l’altero, colto, sconcertato Maestro si fa sempre più drammatico. L’ufficiale percepisce che, pur non essendo iscritto, il celebre direttore era colluso col regime. Ma non ha le prove e la confessione non arriverà mai. Rimane aperta una questione semantica: contiguo o attiguo? Per l’inquisitore Furtwangler era contiguo al regime, per l’accusato semplicemente attiguo.

La domanda non ha risposta. Così come Harwood non cerca risposte sul tema di fondo, quello del dualismo tra arte e politica. Già è difficile in democrazia che la politica non condizioni le manifestazioni dell’arte in tutte le sue declinazioni, come dunque si può pensare che la libertà di espressione potesse essere libera in quel un regime? Vedi in Russia dove Shostakovic non emigrò (come il Nostro) perché troppo legato alla materna disponibilità dello Stato, per quanto non in accordo sui contenuti politici.

Agli occhi di molti Furtwängler rimane ancora oggi l’epitome dell’artista compromesso col regime anche se fu assolto dalle accuse ma, nonostante ciò, gli fu, fino alla morte, proibito di dirigere negli Stati Uniti.

L’intera pièce si svolge nell’ufficio disadorno del maggiore. Tre sedie, una scrivania dove una segretaria verbalizza gli interrogatori. Luca Zingaretti, nei panni del grezzo inquisitore e Massimo De Francovich in quelli del colto musicista chiuso nella sua torre d’avorio, sono bravissimi. Interpretano i rispettivi personaggi con assoluta padronanza scenica e grande capacità attorale. La regia di Luca Zingaretti non si nota perciò, una delle due, o è inesistente o è perfetta.

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