“L’impresario delle Smirne” di Carlo Goldoni

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In una piccola sala del Teatro Puccini con un palcoscenico inesistente l’Associazione teatrale Pistoiese mette in scena una commedia minore di Carlo Goldoni “L’impresario delle Smirne” adattato da Roberto Valerio uno e trino (anche attore e regista). Nove attori si muovono in questo spazio ristretto in una scenografia povera ma funzionale perché vuole essere metafora della condizione del teatro ieri come oggi. Già l’inizio della pièce con la figura di un attore che si mette il cappio al collo la dice lunga sulla precarietà della vita dell’attore. Goldoni critica l’opportunismo, l’assenza di regole morali, l’invidia, le gelosie, i rancori di questa compagnia di guitti che la fame e la disperazione in un certo senso assolve. Ma i vizi e le miserie morali dell’uomo non conoscono età. Sotto questo profilo le commedie di Goldoni sono attuali, non ci raccontano nulla di nuovo. Anche oggi infatti, eterodiretti dallo “sviluppo”, dall’avidità, dall’”apparire per essere” le inibizioni culturali sono venute meno. Abbiamo messo in sonno la nostra coscienza critica e, con comportamenti sviliti e svilenti (come la mercificazione del corpo femminile nel mondo dello spettacolo e in altri ambiti) ci siamo messi come marionette nelle mani del Potere, del Mangiafuoco di turno. Questo penso che Roberto Valerio abbia voluto sottolineare nella lettura del testo.

Ma ora torniamo in teatro e raccontiamo in breve la vicenda. In una Venezia di locande di basso ordine una compagnia di attori squattrinati e affamati, composta da tre litigiose e invidiose attrici/cantanti, un comico, un “cattivo e povero poeta drammatico” e altra guitteria del genere sfoderano tutte le loro qualità, la loro avvenenza e disponibilità per farsi ingaggiare da un mercante turco che vuole portare a Smirne la compagnia per una ricca tournée. Il contatto è proposto e gestito dal Conte Lascaviscido e ambiguo figuro che diventa il centro delle interessate attenzioni delle disponibili attrici e dei falsi, squattrinati e affamati attori. All’arrivo del Turco le smorfie delle “graziose” saranno rivolte a lui al fine di ottenere il posto di primadonna e relativo compenso. Ma a causa di questa ipocrisia, di questi falsi comportamenti proprio quando tutto sembrava concluso il mercante salpa l’ancora e se ne va lasciando quale indennizzo 2000 ducati al Conte da dividersi con gli attori. Lasca si fa tesoriere e propone di fare cassa comune in una sorta di autogestione teatrale. Tutto finisce in un melanconico embrasons nous che sembra l’inizio del cupio dissolvi .

Lo spettacolo, come scrive il regista, è “una cantata corale affidata all’insieme della compagnia” composta da attori molto affiatati che interpretano bene i rispettivi personaggi. Tutti meritano un applauso da Nicola Rignanese, Federica Bern, Chiara Degani, il funambolo Peter Weyel, Alessandro Federico, Antonio Iuorio.

Un secondo e più sentito applauso a Valentina Sperli, al “povero poeta” Massimo Grigò e principalmente a Roberto Valerio che caratterizza il personaggio del Conte con una mimica facciale, una voce e una gestualità senza (facili) sbavature (come un po’rimproveriamo al bravo Rignanase).

 

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