“I pilastri della società” di Henrik Ibsen

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Alla fine del primo atto la perplessità di molti spettatori si intuiva dai silenzi, negli sguardi e negli atteggiamenti. Qualcuno lascia la sala. Quello che colpiva erano le loro posture stanche, le espressioni deluse, annoiate. E non avevano torto. Per presentarci una società perbenista, parruccona, falsa, ipocrita Ibsen ci ha costretti ad assistere per mezz’ora al cicaleccio spesso incomprensibile di una decina di signore e compassati signori dell’alta borghesia che parlavano del nulla. L’inizio, ce ne siamo poi accorti, era un tassello necessario per arrivare alla costruzione di uno splendido mosaico, ma sarebbero bastati cinque minuti non un’estenuante mezz’ora. Anche il resto del primo atto non ha detto nulla più di quanto si fosse capito, ma, dobbiamo ammetterlo, come spesso accade il primo atto ha carattere propedeutico.

Ibsen, con i suoi fervori moralistici, denuncia il comportamento utilitaristico, affaristico, cinico della società, dove la moralità di facciata nasconde il vuoto di valori, dove il benessere materiale e il compiacimento dei costumi rigorosamente morali, fanno da schermo ad una realtà dove il disvalore, la corruzione viene elevata a parametro etico. Infatti nell’orazione finale il protagonista, l’armatore, ricco e spregiudicato Bernick, confessa di essere stato un cinico affarista, corrotto e corruttore, bugiardo, ladro, prevaricatore e pronto al ricatto quando viene coinvolto in una tragica vicenda e pure disposto al sacrificio di vite umane per miserevoli ragioni economiche. Ma sostiene che il suo deprecabile comportamento è sempre stato mirato all’interesse della comunità, al benessere dei concittadini. In questa apologia de “il fine giustifica i mezzi” Bernick sembra non mentire, sembra (e forse è) convinto di essere un pilastro della società.

Sostiene che se lui è il capo indiscusso, è semplicemente perché è il migliore, il suo carisma è inossidabile, non c’entra l’avidità e la strabordante voglia di potere di cui è accusato. In questa sorta di delirio di onnipotenza e di pulsione palingenetica dell’unto dal Signore ci conferma che nulla è cambiato, ieri come oggi. E i concittadini alla fine tutto gli perdonano perché i benefici indotti ne obnubilano le coscienze.

Se osserviamo la realtà dobbiamo concludere che l’uomo è fondamentalmente un animale amorale e quello che è inscritto nel dna può essere sbiadito da processi culturali, ma non cancellato. Se dunque la commedia è attuale, non è per le doti divinatorie di Ibsen, ma perché “questo è l’uomo bellezza”.

Merito del regista Gabriele Lavia di essere riuscito e resistere alla libido del cambiamento. Oggi infatti è considerato un limite attenersi filologicamente al testo che, nel nostro caso, non ha bisogno di essere attualizzato tanto è palesemente attuale. Forse la scenografia curata da Alessandro Camera avrebbe potuto uscire dagli schemi imposti dal testo e disegnare delle scene aride e vuote che rispecchiassero i disvalori di quella società.

Complessivamente buono il numeroso cast di attori tra i quali ricordiamo Graziano Piazza, Andrea Macaluso, Michele De Maria Giorgia Salari. Bravissima Federica Di Martino nei panni della sorellastra americana Lona anche se caratterizza forse in modo eccessivo il suo anticonformismo, il suo stato di donna libera da pregiudizi.

Gabriele Lavia è riuscito a esprimere in modo ineguagliabile la variegata personalità del protagonista. Perfetto nella gestualità, nella mimica facciale dalle poliedriche espressioni e nell’estesa gamma di tonalità vocali: dolce, iracondo, persuasivo, disperato, arrogante, dominante.

Belli i costumi ottocenteschi di Andrea Viotti, eccezionale l’apporto del servizio luci di Giovanni Santolamazza e le musiche di Giordano Corapi

Coproduzione Teatro di Roma, Fondazione Teatro della Pergola e Fondazione Teatro Stabile di Torino

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