Paolo Borsellino essendo Stato

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fotoIn scena non accade nulla, perché tutto è già accaduto. C’è già stato l’attentato. “stato o Stato”? Che bella la nostra lingua italiana con le mille sfumature di significato di cui possono colorarsi le parole. E le parole sono le protagoniste assolute dello spettacolo andato in scena ieri sera al Teatro Verdi di Salerno, proposto dal Teatro Segreto Srl, scritto ed interpretato da Ruggero Cappuccio. Ieri, 8 marzo, senza mimose, perché le donne sanno scegliere e molte donne ieri hanno scelto di assistere alle ultime tragiche battute di un uomo che è diventato un eroe, perché ha scelto di perseverare nel suo ideale di giustizia, puro nella sua integrità morale , nella capacità intuitiva di vedere attraverso la nebbia delle trame della politica deviata e connivente con la mafia, lucidamente votato al sacrificio personale come i grandi eroi tragici dell’antichità, ma soprattutto eroe moderno nella scelta di continuare a servire fedelmente lo Stato pur essendo rimasto solo, per cinquantasette giorni dopo la morte del suo collega ed amico Giovanni Falcone. La scelta è l’elemento fondamentale che accomuna le vicende dell’uomo di Stato e lo stato di un uomo che sta morendo. Si dice (non sappiamo chi lo dica, ma si sa perché tutti lo hanno sentito dire) che poco prima di morire, a ciascuno in pochi istanti passi tutta la vita davanti, ed è proprio questo il momento che racconta Ruggero Cappuccio nel suo “Paolo Borsellino essendo Stato”

Il bellissimo sipario dipinto del Teatro Verdi si alza, il sipario di velluto rosso si apre. Un uomo solo al centro della scena, un leggio in proscenio ed altri tre disposti non casualmente. Le parole escono dalle labbra di un attore che sta morendo col suo personaggio, emozionano subito coinvolgendo il pubblico nella disperata affannosa ricerca e conferma del suo stato. La schiena è a terra, sente il cemento e intravede a malapena l’azzurro del cielo nella polvere dell’esplosione. Il fondale appare gigantesco con le macerie di una Sicilia che non parla, come la mamma in un silenzio che diventa solitudine. “Sono morto quando sono rimasto solo” dice l’uomo-magistrato-attore-personaggio nel suo verbosissimo istante finale che dura tutta una vita, raccontando a sprazzi la verità di un uomo che muore il 19 luglio 1992 alle ore 16,58. in via D’Amelio, a Palermo insieme ai suoi uomini di scorta, che si affanna a chiamare, cercandoli: Vincenzo Li Muli, Walter Cusina, Agostino Catalano, Claudio Traina, Emanuela Loi.

Potevamo morire al mare…Fino a poche ore fa eravamo al mare con mia moglie e i miei figli….Potevamo morire quasi nudi…è tutta la vita che ci vestiamo..”

Parole che portano alle labbra pensieri confusi soltanto nel tempo “Sono a terra…sono finito” e vede un susseguirsi di camere assegnate ai suoi colleghi che sono finiti prima di lui… e già sa, perché già sapeva, che era pronta una camera anche per lui.

 

Foto di  Livia Cannella
Foto di Livia Cannella

Importanti le parole che pronuncia illuminato da una luce piena in proscenio, parole che gli Italiani non hanno mai ascoltato. Il 31 luglio 1988 Falcone e Borsellino furono chiamati a deporre davanti al CSM, l’uno parlò l’intera mattinata, l’altro tutto il pomeriggio.

Parlarono un numero infinito di ore denunciando la carenza e l’inadeguatezza dei mezzi di contrasto attivati dallo Stato contro la Mafia, ma tutta la documentazione era secretata. Solo recentemente Ruggero Cappuccio ha avuto la possibilità e l’autorizzazione di visionarla e raccontarla e ha potuto così inserire le parole originali dei due magistrati, che sono diventati il simbolo della legalità e del coraggio nella nostra storia italiana, nella sua precedente scrittura, dando così vita ad un nuovo magnifico testo che ha presentato a Roma ed ora a Salerno. Le parole, protagoniste di uno spettacolo, unico nel suo genere, sono semplici nella loro elegante drammaticità, incisive e struggenti arrivano a colpire dolorosamente le orecchie e gli occhi e il cuore e il cervello degli spettatori. Parole accorate quando Cappuccio-Borsellino si rivolge a Giovanni “no…non svegliare Francesca”, che diventano a tratti gioiose ricordando una partita di pallone o le loro passeggiate in piazza con lunghe discussioni e scambi di vedute davanti ad una granita di limone.

Lo spettacolo, scritto e diretto da Ruggero Cappuccio dal 2004, nella sua prima rappresentazione, lo vede ora anche protagonista in una superba interpretazione, che gli è valsa numerose chiamate dal pubblico emozionato e commosso che lo ha calorosamente applaudito. Dalla platea arriva l’urlo “Bravo!” rivolto sicuramente all’attore, ma anche all’eroe. Suggestivo il gioco di luci firmato da Giovanna Venzi, che sottolinea i momenti salienti nella scena vuota ma dove i fantasmi sono ben presenti nella continua lotta tra il bene e il male, fra la vita e la morte accompagnando l’eroe fino allo spegnimento del suo respiro finale, alle sedici e cinquantotto.

 

 

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