“Lezioni americane” di Italo Calvino

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fotoGiorgio Albertazzi sempre alla ricerca di nuovi temi di alto livello culturale viene emotivamente e razionalmente coinvolto dalle “Lezioni americane” di Italo Calvino. Sei lezioni (cinque in realtà per la sopravvenuta morte del maestro) sui valori fondanti della letteratura di tutti i tempi. Sei specificità da conservare nella prospettiva del nuovo millennio: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità e consistenza. Albertazzi mette in scena la prima delle sei proposte, la leggerezza che Calvino intende, nel suo lavoro di scrittore, come sottrazione di peso alle strutture del racconto e del linguaggio. “La leggerezza è qualcosa che si crea nella scrittura, con i mezzi linguistici che sono quelli del poeta, indipendentemente dalla dottrina e del filosofo che il poeta dichiara di voler seguire”.Anche la scienza moderna che si muove sull’infinitamente piccolo è diventata espressione di leggerezza. La leggerezza è un valore che si riconosce in opere del passato, una qualità che Calvino vede nelle”Metamorfosi” di Ovidio (nel rapporto fra Perseo e la Medusa) e in Lucrezio nel “De rerum natura”. Il viaggio nella letteratura continua con il confronto fra il linguaggio senza peso di Cavalcanti e l’importanza del “corpo” nella Commedia di Dante. A questo punto Albertazzi dismette le vesti di Calvino conferenziere per immergersi nelle irraggiungibili profondità poetiche del V Canto dell’Inferno per esplorare la leggerezza nella scrittura di Shakespeare con una splendida interpretazione di brani famosi del Principe di Danimarca. Ma è con “la pioggia nel pineto” di D’Annunzio che, a mio avviso, l’attore fa vibrare le corde di quell’estasi che crea un’irrazionale commozione. La cavalcata poi continua con Borges, con don Chisciotte econCyrano che si sottrae alla forza opprimente della gravità con il lancio in aria di una calamita.

Ottima la regia di Orlando Forioso che, con il supporto di uno schermo gigante, proietta alcuni spezzoni di vecchi film che vedono come protagonista un giovane Albertazzi. Sul palcoscenico l’attore, nelle vesti di professore, è assistito nel corso della conferenza da un’allieva (la brava Roberta Caronia) e una violinista che accompagna alcuni momenti dello spettacolo.

Straordinaria prova di attore di Albertazzi, grande affabulatore, che sa giocare come pochi con la parola, la apre, la spoglia del suo valore semantico e la trasforma in un’astrazione, un suono. Per non parlare dei silenzi, della gestualità (sempre misurata), dello sguardo intrigante e quel sorriso ironico che crea complicità. Ma, in quest’occasione, c’è qualcosa in più. Il grande attore coglie il suggerimento di Calvino ed esalta l’espressività dell’interpretazione grazie alla “leggerezza” nelle sfumature e nelle intense tonalità della voce. Un Giorgio Albertazzi, commosso, viene ripetutamente chiamato sul proscenio da un pubblico entusiasta. Spettacolo da non perdere.

 

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