“Dolore sotto chiave” di Eduardo De Filippo

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fotoCon Eduardo non si sbaglia mai. Ha avuto mano facile e felice Francesco Saponaro nel ripescare dal vasto repertorio eduardiano due atti unici “Dolore sotto chiave” nato nel 1058 come radiodramma e “Pericolosamente” scritto nel 1938. Più che opere minori, come sono state definite, queste due pièce sono scritte apparentemente all’insegna del disimpegno. In questa occasione, infatti, il grande Eduardo smette la veste del drammaturgo che indaga le problematiche esistenziali della società e della famiglia, per vestire i panni – in un certo senso più dimessi – del commediografo il cui intento è di veicolare concetti e contenuti drammatici con la formale leggerezza della comicità.

Sono due storie semplici che solo la geniale vis teatrale di Eduardo poteva raccontare, senza perdersi in lungaggini dispersive, con un ritmo narrativo e un tempismo interpretativo tanto puntuali. E solo il suo straordinario umorismo poteva riempire di contenuti comici le due storie che si sviluppano in ambito familiare in una perfetta unità di tempo, luogo (una stanza) e azione.

Nella commedia “Dolore sotto chiave” Eduardo sembra ispirarsi alla tematica di Pirandello, al suo “teatro come metafora del vivere”, dell’incapacità dell’uomo di comunicare e alla volontà di essere il dominus della situazione con il pretesto (fondamentalmente sincero) dell’amore. Ognuno vive nella solitudine del proprio mondo dalle cui mura esce indossando la maschera che, in quel determinato momento, più gli conviene. In omaggio a Pirandello Saponaro fa precedere le pièces dall’adattamento in versi della novella del commediografo agrigentino “I pensionati della memoria”. Nella penombra della sala un becchino al lume di una candela la cui luce si va spegnendo introduce con ironia il tema della morte (dobbiamo convenire che l’impervia comprensione lessicale non diminuisce la potenza espressiva e la musicalità della parola). “Dolore sotto chiave” è la storia di Rocco che ritorna a casa a Napoli dopo essere stato per quasi un anno in America per lavoro per rendersi conto delle gravissime condizioni di salute della moglie Elena di cui la sorella Lucia l’ha sempre tenuto informato. Rocco conosce invece che la realtà è diversa. Scopre che Lucia gli ha sempre taciuto la verità (Elena era morta da 11 mesi) per evitare che il dolore facesse fare al fratello una pazzia. Alla faccia del suicidio, Rocco da mesi era invece in trepida attesa della notizia dell’agognata morte della moglie per poter finalmente sposare la sua amante americana per di più incinta. Ora è disperato perché l’amante, stanca di aspettare, l’ha lasciato. All’accusa della sorella di avere avuto una doppia vita Rocco afferma la propria innocenza sostenendo che quella storia d’amore cominciò quando lui era già vedovo, seppure inconsapevole.

In questa pièce la morte non è la protagonista, come sostiene il regista, ma soltanto un pretesto al servizio della comicità. Eduardo ci gioca con la morte, non la prende sul serio, quindi la esorcizza.

Le essenziali scene curate da Lino Fiorito sono coerenti con il testo trasformando le due porte della sala in due bare funebri.

Pericolosente”, racconta la storia divertentissima di una coppia che simula un rapporto violento fatto di finte sparatorie, per dare una certa carica erotica a un normale e un po’ consunto ménage. Dorotea, donna bisbetica e di pessimo carattere, diventa dolce e servizievole quando si sente miracolata per non essere stata colpita dalle pallottole (in realtà a salve) che Arturo, il marito, le ha sparato. Un giorno questa sceneggiata si svolge di fronte a Michele, un amico di vecchia data arrivato dall’America dopo molti anni di assenza. La reazione di Michele nel vedere che la donna, stramazzata drammaticamente al suolo rimane alla fine puntualmente incolume, copre tutta la gamma delle espressioni comiche: impaurito, terrorizzato, stupito e infine, a realtà disvelata, indulgente.

Due atti unici, ben coordinati e diretti da Francesco Saponaro e interpretati dai bravissimi Tony Laudadio, Luciano Saltarelli e Gianpiero Schiano.

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