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fotodi Stefano Massini

uno spettacolo di Alessandro Gassmann con Ottavia Piccolo e con Eleonora Bolla, Paola Di Meglio, Silvia Piovan, Balkissa Maiga, Cecilia Di Giuli, Olga Rossi, Stefania Ugomari Di Blas, Arianna Ancarani, Stella Piccioni, Vittoria Corallo

scenografia: Gianluca Amodio

costumi: Lauretta Salvagnin

disegno luci: Marco Palmieri

musiche originali: Pivio & Aldo De Scalzi

videografie: Marco Schiavoni

produzione: Emilia Romagna Teatro Fondazione, Teatro Stabile dell’Umbria, Teatro Stabile del Veneto

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Cosa siamo disposti a fare pur di avere un lavoro? Che ricatti subiamo per di lavorare? Cosa ci stanno rubando? Perché essere grati a qualcuno quando dai il tuo tempo, la tua fatica, la tua conoscenza, il tuo impegno, il tuo tempo, in cambio di denaro? Chi ci guadagna davvero in questo scambio?

Eh, sì, certo, il momento è drammatico. E questa litania è diventata un ricatto istituzionalizzato. Ma non c’era forse anche prima, la crisi? Non c’è sempre stata la crisi, per alcuni?

Forte e potente – e gliene siamo davvero grati – la denuncia sociale quando parte dal teatro. Il pretesto è un fatto realmente accaduto che Stefano Massini riscrive con maestria. Con Alessandro Gassman, che ne cura una regia magistrale, i due vincono una grande sfida: 11 attrici in una scena che non cambia mai, dialoghi serrati e un tema a dir poco di scottante attualità. Sono 11 donne. Sono 11 operaie. Fanno parte del consiglio di fabbrica. L’azienda tessile per cui lavorano ha 200 operaie. Tutte donne. Viene acquisita da compratori stranieri che chiedono alle operaie solo un piccolo sforzo, che gli si venga incontro: 7 minuti. Chiedono soltanto 7 minuti.

Devono rinunciare a 7 minuti di pausa. Fare quindi una pausa di 8 minuti invece che di 15. Sulle prime le operaie esultano. Tremavano per la paura di perdere il posto di lavoro. Sono africane, turche, moldave, italiane. Sono mamme, donne sole, ragazze che sognano di potersi sposare. Hanno bisogno del lavoro. Hanno bisogno di quei 900 euro al mese che prendono per 8 ore di fabbrica al giorno.

In fondo, rinunciare a 7 minuti è poca cosa.

Bianca – splendidamente interpretata da quella donna stupenda che è Ottavia Piccolo – non è però così sicura. La cosa non la convince. Lei è la portavoce delle 11. E comincia a ragionare.

Il punto è questo: 7 minuti al giorno per un mese moltiplicato per il numero delle operaie fanno 600 ore di lavoro regalato. Che traducendo ancora sono assunzioni senza assunzioni. E quindi esuberi. E quindi licenziamenti.

Così si rivela il senso di quella piccola richiesta. Si rivela anche all’interno delle protagoniste. In scena le loro personalità, le loro paure, le rabbie inconsulte che le situazioni di precarietà lavorativa scatenano (è normale prendersela tra vessati, non siamo abituati ad unire le forze contro il nemico vero che non è il nostro simile, disperato come noi), le angosce che il mondo del lavoro vive in questo momento.

Gassman disegna Bianca come “madre coraggiosa” che sa anche mettersi da parte, il cui scopo non è fare il grillo parlante e quando il dubbio sulla sua buona fede si insinua tra il gruppo, lei esce di scena.

Bianca parla di DIGNITÀ di IDEE di RAGIONAMENTI, temi pericolosi, temi desueti, temi di cui abbiamo paura di riappropriarci.

Lo spettacolo commuove, scatena emozioni, rabbia.

Bellissimo il finale sospeso: non sappiamo se alla fine le operaie accetteranno o no di siglare l’accordo. Manca un voto e la scena si chiude.

Quel voto sono io, sei tu, siamo noi.

Abbiamo finalmente il coraggio di alzare al testa?

Abbiamo finalmente il coraggio di denunciare il ricatto?

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