“Un bès – Antonio Ligabue” di e con Mario Perrotta

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fotoQuello che abbiamo visto ieri sera al teatro Elfo Puccini non è il racconto della vita di Antonio Ligabue, ma è Ligabue stesso che si racconta attraverso la mediazione di uno straordinario Mario Perrotta che all’inizio, con la confusa esitazione tipica del diverso, chiede ad alcuni spettatori un bès, un bacio. Ed è mendicando un bacio che Perrotta/Ligabue chiude la performance. Una vera performance perché l’attore mettendo a frutto una notevole capacità pittorica, anima su fogli bianchi col carboncino i racconti dei suoi primi 18 anni passati in Svizzera dove era nato alla fine dell’ottocento. Figlio di padre ignoto ma poi riconosciuto dal marito della madre, l’emigrante italiano Bonfiglio Laccabue, sarà affidato a Elise Hanselmann e al marito dopo la morte prematura della madre naturale, Elisabetta Costa. Ed è alla mutter Elisa (la madre acquisita che amò profondamente) che Perrotta dedica uno dei momenti più emozionanti dello spettacolo sia con le dolci parole smozzicate sia con i gesti, sia con i segni sulla carta delle lacrime della mutter. Dopo essere stato internato in manicomio Antonio, considerato dalle autorità elvetiche elemento pericoloso, viene trasferito in Italia a Gualtieri sulle rive del Po, paese di origine del padre. A Gualtieri Ligabue sarà chiamato Toni al matt” per i vari ricoveri nel manicomio San Lazzaro di Reggio Emilia, per le sue stravaganze, per la sua parlata tedesco/emiliano, per la vita errabonda e selvaggia nelle golene del Po dove parla con le piante e disegna donne nude sui tronchi degli alberi, dove vede e dipinge immaginifiche bestie feroci, dove ricava i colori per le sue tele dalla natura (foglie, radici, terra, urina). Ligabue non sarà mai capito, integrato, amato dalla popolazione che vedeva quel matto come una parte estranea fino a quando Marino Mazzacuratiscultore e pittore di grande sensibilità, riconosce nelle figure di animali dipinte da Antonio sui muri del paese, un dono innato per la pittura. Così lo cerca e lo trova sulle rive del Po’ che urla: io mi chiamo Antonio Ligabue. Il suo vero cognome lo odia, perché per lui è quello di un padre che gli ha assassinato la madre. Mazzacurati da quel momento lo accoglie, lo sfama, lo veste, dà basi più solide alla sua pittura (e alla sua scultura) e si dà da fare per organizzargli le prime mostre”.

Lo spettacolo, poetico, intenso, toccante, emozionante getta un lungo pietoso sguardo sulle diverse ragioni della sua sofferenza, sul suo struggimento nel vuoto di una disperata solitudine, sul suo bisogno di amare ed essere amato, sul commovente attaccamento alla vita, alla conquista e difesa della propria libertà. Tutte le sue opere sono il riflesso di una diversità, di una rabbia, di una rivolta che si stemperano e si dilatano nel sogno.

 

Vogliamo chiudere con la canzone che Augusto Daolio dei Nomadi gli dedicò:

Piatta pianura, umida calura, 
pioppi carraie, mosche zanzare,
 
il sole, scheggia di vetro, taglia le mani, taglia le pietre.
 
Piatta pianura, con terra dura,
 
ci vive la serpe, il riccio la volpe,
 
fugge il matto, occhi di gatto, che ha visto il diavolo.
 
Ligabue, naso d’aquila,
 
urla al cielo la sua pena,
 
Cesarina, per favore, voglio un bacio, dam un bes.
 
Sì, è nuda la sua umanità,
 
la sua verità è diversità,
 
fugge il matto, occhi di gatto, che ha visto il diavolo.
 
Piatta pianura, solitudine amara,
 
il bisogno d’amore, spezza il cuore,
 
fugge ilo matto, occhi di gatto, che ha visto il diavolo.
 
Ligabue, gridò la gente,
 
fa paura è un demente,
 
è braccato come un cane,
 
da orme umane.
 
Laggiù dove cade il sole,
 
un sogno un giglio,
 
forse un figlio,
 
lui Ligabue è la che va,
 
nessuno lo rivedrà.
 
Ligabue,
 
Antonio, Toni.

PS. La motocicletta rossa del matt

Mario Perrotta il bravissimo autore mi pare che non abbia dato risalto a un particolare della vita del matto che, scrive il mai abbastanza compianto Edmondo Berselli “quando era disperato e senza una donna saliva sulla moto e sfidava la nebbia dei viottoli di campagna con una coperta sulle ginocchia, così, perché la testata scoppiettante e calda della Guzzi era l’unica consolazione contro il gelo dell’inverno e l’ostilità imperscrutabile del mondo”.

 

 

 

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