Il giuoco delle parti

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fotoLa Compagnia Orsini conosce il coraggio e la fatica che servono ad omaggiare il maestro siciliano con una prova che tanto successo ha avuto nei teatri di tutta Italia, se è vero, come è vero, che la compagnia fondata da Umberto Orsini si trova già alla centesima replica.

Il giuoco della parti non è la commedia più facile di Pirandello né, tantomeno, la più bella, pervasa com’è da una trama più debole rispetto alle altre a tutto vantaggio di una maggiore risonanza filosofica. Il protagonista, Leone Gala, si muove tra sogno e ragione: il suo animo, alla continua ricerca di un equilibrio in grado di portarlo lontano dai tormenti e dalle sofferenze quotidiane, si è rifugiato in un freddo cinismo. Una lucida rassegnazione ai fatti della vita che manda su tutte le furie Silia, la moglie dalla quale l’uomo si è separato, ma dalla quale si reca – secondo le norme stabilite da un accordo – ogni sera, per mezz’ora. È proprio Silia che, esasperata dalla condotta esemplare del marito, ne chiede la testa all’amante Guido che, ad ogni buon conto, rifiuta la proposta.

Così, esasperata dall’uomo che «…guarda e capisce tutto punto per punto, ogni mossa, ogni gesto, facendoti prevedere con lo sguardo l’atto che or ora farai così che tu, sapendolo, non provi più nessun gusto a farlo» Silia sfrutta un favore del caso per realizzare il suo scopo. Nel suo stesso palazzo, infatti, vive una prostituta, tale Pepita: capita una notte che una compagnia di giovani ubriachi, tra i quali compare, si noti, un abilissimo spadaccino, confondano la casa di Silia per quella di Pepita e, al netto della rimostranze della donna, pretendano di avere quello per cui sono venuti. Se in un primo momento Silia rimane gravemente offesa dal loro comportamento, un istante dopo è già pronta ad un nuovo piano. Chiama a raccolta i vicini per farne validi testimoni e, nonostante le scuse degli avventori, si mostra ferma nel pretendere una riparazione per il suo onore leso, che dovrà essere riparato dal marito con un esemplare duello. Leone, destinato a soccombere, dunque, a morire, non si tira però indietro, in questo giuoco delle parti e, da marito, accetta di partecipare al duello. Tuttavia, la mattina del duello, il bravo Leone Gala si sveglia calmo, serafico, nonostante l’incombere della spada del marchesino Miglioriti. Perché? Perché non sarà lui a doverlo sfidare, bensì l’amante della moglie, essendo Guido che, proprio nel giuoco delle parti, occupa il ruolo del marito. Questa, la storia. La rappresentazione è un altro paio di maniche, più debole, più confusa, più interessata alla filosofia del maestro siciliano che alla trama dell’opera. Umberto Orsini spreme fin dove può la sua Compagnia, eppure il frutto sembra ancora dover maturare, ancorché si riconosca che la stagione che verrà porterà senz’altro un sapore di tutto rispetto.

Un plauso va alla scenografia, mai banale, con quel continuo alternarsi tra la camera di Leone ed il salotto di Silia, e quella finestra, che per caso o per volontà rimane leggermente aperta, come a far entrare la luce della filosofia pirandelliana nelle stanze dei protagonisti.

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