“Hedda Gabler” di Henrik Ibsen

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fotoHedda, figlia del generale Gabler, una donna elegante e sbruffona, altera e bambina, fine quanto folle, intrappola il suo sogno borghese nel matrimonio con JØrgen Tesman, scrittore e studioso appassionato di Medioevo, del quale non è per niente innamorata. È in perenne fibrillazione, poiché la sua unica vocazione è annoiarsi a morte, e riversa la sua sottile frustrazione in cinismo, freddezza, e piccoli gesti insensati, che sono i più genuini e disperati richiami alla vita, in un mondo in cui tutto galleggia sull’acqua. Al ritorno dal viaggio di nozze, avviene l’incontro che dà inizio alla vicenda: quello con Ejlert LØvborg, scrittore (ex-)alcolista, personaggio eccentrico e trasgressivo, in vista del successo per la sua nuova pubblicazione che potrebbe compromettere la cattedra di Tesman. Egli in passato fu amante di Hedda, con la quale visse una storia tortuosa, viscerale, autentica, finita con una pistola minacciosamente puntata da lei a lui. Un incontro che fa vacillare ogni tentativo di ricostruirsi una vita. E neanche Thea, candida protettrice di LØvborg, presso la cui famiglia egli aveva trovato ospitalità e possibilità di redenzione, potrà più niente. Come pensare che qualcosa di significante possa ancora esistere, dopo aver dovuto abbandonare un amore così forte e confidenziale? Per il rientro di Hedda e JØrgen, l’assessore Brack organizza un festino, all’insegna di donne e alcool, a cui partecipa anche LØvborg. Al ritorno egli afferma di aver perso il manoscritto del suo nuovo libro. In segreto, JØrgen confida a Hedda di averlo raccolto; ella promette di custodirlo. Invece lo brucerà, tentando di bruciare con esso ogni dolore, ogni gelosia, ogni passione, ogni invidia, ogni mortale afflato d’amore che non riesce più a sopportare. Durante il successivo incontro con LØvborg, si lascia andare, ma non confessa, e seducente come la notte gli consegna una pistola. “Pensa come sarebbe bello… andare e non tornare più”. Hedda sola, nevrotica, ipersensibile, indifferente, impazzita ha la sola speranza, romantica e malata, che due anime gemelle muoiano uccise da due pistole affini, le sue pistole ereditate dal generale Gabler. E con molta delusione premerà il suo grilletto, dopo aver scoperto che LØvborg non si è sparato in testa, né al petto, ma è stato ucciso da qualcuno, in un bordello, con un colpo nel bassoventre.

La regia, particolare e simbolica, di Cristina Pezzoli ha saputo riportare sul palco la tensione, viva e torbida, della protagonista, e con le luci e le scene di Paolo Calafiore ed i costumi di Rosanna Monti, ha creato un’ambientazione che lascia immergere subito lo spettatore nella vicenda. Il cast è formato da Laura Anzani, Marco Brinzi, Monica Faggiani, Monica Menchi, Dario Merlini, Angelo Tronca e Rosalina Neri. Tutti hanno eseguito un eccellente lavoro, con particolari complimenti a Monica Faggiani e Marco Brinzi, che hanno portato sul palco energia e sentimento con estrema eleganza.

 

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