Faust

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Foto di Eduardo Piva/Ramella
Foto di Eduardo Piva/Ramella

Opera in cinque atti tratta dall’omonimo poema di Wolfgang Goethe, libretto di Jules Barbier e Michel Carré, musica di Charles Gounod

Nuovo allestimento del Teatro Regio di Torino in coproduzione con Israeli Opera – Tel Aviv e Opéra de Lausanne

Recita del 5 giugno 2015

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Cupo e visionario l’allestimento di Stefano Poda, che sceglie di scavare nel groviglio dei temi esistenziali e proietta azioni e personaggi entro luoghi simbolici.

Faust è un’opera dai forti contrasti: angeli e demoni, sacro e profano, sovrannaturale e realtà, amore ed erotismo, castità e tentazione, virtù e trasgressione, perdizione e redenzione, idillio e sesso sfrenato, con pennellate di grottesco; è lunga, intricata, problematica, perciò un allestimento tradizionale, col rispetto di ambienti, colori, atmosfere, caratteri, azioni, renderebbe più facile la sua comprensione. Ma per chi conosce l’opera è stimolante cercare allestimenti particolari, dove l’occhio oltre che guardare deve anche scrutare. L’allestimento di Stefano Poda, che ha curato scene, regia, luci, costumi, coreografie al Teatro Regio di Torino non è sempre chiaro perché è visionario e sintetico, ma è originale, artistico, elegante e studiato in ogni dettaglio. Purtroppo da lontano molti particolari sono sfuggiti alla vista, rendendo difficile la comprensione di certe scelte, che ho capito poi guardando le foto.

Foto di Eduardo Piva/Ramella
Foto di Eduardo Piva/Ramella

Un enorme anello ferrigno domina la scena per tutta l’opera, girando in orizzontale, in verticale e in tralice, spostandosi in alto, in basso e sul fondo, segna i confini degli ambienti dove compaiono gli elementi essenziali: un mucchio di libri per lo studio di Faust, sagome bianche stilizzate di alberi per il giardino, proiezione graduale di una croce di luce bianca su fondo nero per la chiesa, pioli in ferro per entrare e uscire dal cerchio posato a terra per nascosti approcci erotici, lunghi fili che s’intersecano per mimare la prigione con Margherita, gambe nere femminili emergenti dall’anello nero, che alzandosi mostra un ammasso di persone nude che si danno alle danze nel Baccanale, mentre sgorbi neri saltellanti simili a ragni (bravissimi saltimbanchi) danno l’idea del peccato, reso ancor più accattivante dai colori attorno. In terra sono scritte frasi in tedesco, forse tratte dall’opera di Goethe. Il colore dominante della scena è il grigio, rischiarato da un attento disegno luci provenienti da varie direzioni.

fotoI costumi alcuni dalle linee moderne, altri di un’eleganza spinta, particolari quelli delle coriste con grandi cappelli, sulle tonalità del rosso e del nero, bianco e rosso per Margherite, bianco per gli angeli, alleggeriscono la cupezza degli ambienti. Faust e Mefistofele sono spesso a dorso nudo. Originale la disposizione delle masse, atte a creare effetti scenici e quadri suggestivi basati anche sui contrasti cromatici. Le danze, che avrebbero alleggerito la tensione e avrebbero completato la bellezza delle musiche, sono sostituite da movenze sceniche di vario tipo, idea originale e pregevole quella delle braccia concatenate dei coristi che simulano l’onda, ma meno trascinanti della danze. La regia è molto attenta agli effetti d’insieme, alle azioni dei personaggi, a mettere in evidenza il personaggio stesso, ma segue una sua visione o aggiunge particolari talvolta poco comprensibili, come i palloncini neri che Mefistofele fa scoppiare nella sua aria con la risata satanica o gli ombrelli neri con cui poco dopo arriva la folla tutta nera sotto una luce sinistra. Dalle foto vedo che le donne coi palloncini neri sono incinte e lo scoppio dei palloncini potrebbe simulare l’aborto di Margherita. Sbaglio? Il regista sceglie una linea cupa, togliendo le danze e prediligendo tinte prive di colore, che trasmettono l’inquietudine, ma l’alleggerisce con la composizione artistica di colorati tableaux vivants.

La musica di Gounod è molto accattivante, il contrasto delle situazioni è delineato dalla varietà degli stili musicali, che l’Orchestra del Teatro Regio di Torino esegue con pulizia del suono, ritmo sostenuto dopo un inizio in sordina, sonorità trascinanti, sotto la guida del direttore Gianandrea Noseda, attento e appassionato interprete della scrittura e delle intenzioni musicali di Gounod. La musica è un tessuto ricamato sotto la parola, la densità del suono sostiene le voci, l’accompagnamento è a volte tumultuoso, a volte dolcissimo, a volte palpitante. Il fragore orchestrale presenta Mefistofele, una musica vellutata e sfuggente ci introduce nel giardino, il tempo di marcia accompagna i soldati di Valentin e donne rosse gesticolanti, la voce dell’organo si fa sentire nella scena della chiesa.

Foto di Ramella&Giannese
Foto di Ramella&Giannese

Sul piano vocale il migliore è Ildar Abdrazakov, un bel Méphistophélès giocoso e stimolante, dalla voce possente, ampia e di bel colore, sonorità accattivanti e belle arcate, canta con vigore laChanson du veau d’or in piedi sopra la massa corale (la scena mi ricorda Ramey nel Maometto di Pizzi), esegue con correttezza di stile la serenata “Vous qui faites l’enormie” (ma ho sempre nelle orecchie la risatazza più variegata di Ramey), possente quando invoca gli spiriti del male contro Margherita, poderoso nella notte del peccato. Comunque, fermo restando che Ramey è il punto di riferimento per tutte le figure diaboliche dell’opera, Abdrazakov ha una magnifica voce di basso ben gestita in tutti i registri.

Doctor Faust ha la voce robusta di baritenore di Charles Castronovo, che risulta un po’ pesante nella cavatina “Salut! Demeure chaste et pure”, perché la canta con timbro baritonale e coi suoni chiusi, sbianca l’acuto su “presence” tenuto a lungo ma in modo poco fermo, quando emette voce tenorile lo fa in falsetto o a mezza voce. Per me non è adatto a questo ruolo.

Per Valentin Vasilij Ladjuk esibisce voce baritonale estesa e piena in tutti i registri, canto sostenuto ma poco raffinato nella cavatina “Avant de quitter ces lieux”, esteso e incisivo nel duello con Mefistofele.

Foto di Eduardo Piva/Ramella
Foto di Eduardo Piva/Ramella

Irina Lungu nel ruolo di Marguerite inizialmente esibisce voce flebile, canta bene l’air des bijouxAh! Je ris de me voir”, ma la voce è piccola e l’effetto è povero (forse è posizionata troppo indietro, perché quando avanza il volume aumenta); in corso d’opera la voce acquisisce più corpo, gli acuti sono lancinanti, l’interpretazione è accorata e nel canto c’è tanta dolcezza.

Ketevan Kemoklidze è un mezzosoprano consistente dal bel colore vibrante che interpreta Siebel con canto irruento.

Samantha Korbey, Marthe in tailleur, è piuttosto ingolata, nella scena del giardino cammina sull’orlo del grande cerchio e amoreggia vogliosa con Mefistofele, mentre gli altri due formano una coppia piuttosto ritrosa, ma anche Faust e Mefisto camminano spesso sui bordi del grande anello.

Wagner è Paolo Maria Orecchia.

Il coro maschile in rosso presenta una magnifica qualità vocale ed una splendida compattezza del suono, gradevolissima la resa vocale e sonora delle coriste, sempre elegantissime con particolari tailleurs lunghi, rossi o neri o bianchi e grandi cappelli neri o bianchi, amalgama sonoro pieno e pastoso negli insiemi. Di alto livello la prestazione del Coro del Teatro Regio di Torino, accuratamente preparato dal M° Claudio Fenoglio.

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