Il “Faust” di Goethe nella visione dell’Opera di Pechino

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Foto di Zhang Xinwei
Foto di Zhang Xinwei

Lo spettacolo diretto dalla regista tedesca Anna Peschke è andato in scena all’interno del VIE Festival 2015 in prima assoluta. Una ricerca sul linguaggio dell’Opera di Pechino è il sottotitolo dell’allestimento scenico basato sul dramma Faust: prima parte di Johann Wolfgang Goethe.

Lo spettacolo nasce da una coproduzione fra Emilia Romagna Teatro Fondazione e China National Peking Opera Company, ed è un omaggio al grande classico dello scrittore tedesco reso attraverso lo stile unico dell’Opera di Pechino, inclusa dall’UNESCO nella lista del “patrimonio culturale immateriale dell’umanità”: istituzione antica, nata sotto la dinastia Tang (618-907 a.C.), incorpora al suo interno diverse forme artistiche tra cui recitazione, pantomima, acrobazie, canto, danza e arti marziali.

La vicenda del romanzo è stata rispettata fedelmente, anche grazie al testo della drammaturga Li Meini che ha curato l’adattamento in mandarino poetico. Protagonisti di questa profonda indagine sull’anima degli esseri umani sono Faust (Liu Dake) e Mefistofele (Wang Lu). Il primo, dedito allo studio e alla conoscenza ormai giunto alla fine dei suoi giorni, si rende improvvisamente conto di non aver mai vissuto realmente la vita e stringe un patto con il diavolo affinché lo faccia tornare giovane per avere una seconda opportunità di vivere pienamente la vita e tutte le sue occasioni precedentemente perse. Affiancano la coppia principale Margherita (Zhang Jiachun) e suo fratello Valentino (Xu Mengke). La giovane donna cade vittima di un incantesimo lanciato da Mefistofele e si innamora perdutamente di Faust, che la lascerà subito dopo aver raggiunto lo scopo di possederla e, a causa di Mefistofele, averle rovinato la vita tramite la morte della madre e del fratello Valentino.

Il Faust della Peschke è una sorta di archetipo dell’uomo contemporaneo, preda del proprio piacere e della propria avidità che sfrutta egoisticamente la natura e le persone non tenendo minimamente conto della distruzione in cui inesorabilmente annaspa operando in tal modo. Tutto ciò è arricchito dalla presenza fissa in scena di alcuni musicisti che suonano musiche originali create da Luigi Ceccarelli, Alessandro Cipriani e Chen Xiaoman.

La messa in scena di questo spettacolo dimostra efficacemente la validità di un tema così significativo sia per la cultura orientale che per quella occidentale: il cast è infatti formato da artisti occidentali e cinesi. Quattro i musicisti orientali (Niu Lulu al gong, Wang Jihui allo Jinghu, Ju Men allo Yuequin e Wang Xi al bangu) e tre quelli italiani (Vincenzo Core alla chitarra elettrica, Laura Mancini alle percussioni e Giacomo Piermatti al contrabasso). L’apporto delle musiche e degli effetti sonori è funzionale ai gesti degli attori, perfettamente sincronizzati nella mimica, nel gesto e nella parola.

Gli attori dell’Opera di Pechino, oltre alla potenza della musica e del canto, possiedono una magistrale padronanza del proprio corpo, che permette loro di esprimere non solo emozioni, ma anche ambientazioni e situazioni particolari grazie ai particolari costumi ideati da Akuan con cui “giocano” generando nello spettatore un alto livello di partecipazione visiva oltre che emotiva.

La scenografia di Li Jiyong è essenziale, sfrutta i contrasti cromatici del nero, del rosso e del bianco per le diverse situazioni della vicenda e forma un insieme organico con il disegno luci di Tommaso Checcucci e con i gesti e le parole degli attori: di grande phatos a tal proposito la scena dell’impiccagione di Margherita, stilizzata con l’uso di alcune sedie rosse fatte a pezzi che scendono improvvisamente dall’alto su uno sfondo di luci bianche.

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