“Elektra”, dramma della furia vendicativa

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fotoDove sta Elettra?”, “Eppure è la sua ora, quell’ora in cui si lagna per il padre, sì che ogni muro echeggia”.

Ha inizio così l’opera tedesca di Richard Strauss che ripercorre il mito greco degli eventi susseguenti la morte del re Agamennone per mano della moglie Clitennestra e dell’amante Egisto. La tragedia in atto unico è frutto della collaborazione tra il Teatro Comunale di Bologna, il Théatre de La Monnaie/De Munt di Bruxelles e del Gran Teatre del Liceu di Barcellona e vede in scena insieme artisti di diversa nazionalità.

Il libretto di Hugo von Hofmannsthal è pura poesia e narra con precisione descrittiva gli eventi avvenuti all’interno della corte della reggia di Micene, immaginata dal regista Guy Joosten come un carcere di regime cronologicamente non troppo lontano dal nostro vissuto nazionale: un carcere senza spiragli di luce nel quale Elettra (Elena Nebera), la figlia più legata al padre Agamennone, non può darsi pace per la sua morte, vivendo un costante stato di apatia/furore nel grigiore della sua esistenza infelice che sembra attanagliare qualunque cosa tocchi o guardi.

Unica compagnia della giovane è la sorella Crisotemide (Anna Gabler), che tenta di stemperare il suo odio per la madre Clitennestra (Natascha Petrinsky), la quale chiederà alla figlia Elettra quale vittima sacrificare per scacciare gli incubi in un “botta e risposta” che vede contrapposte due donne sofferenti e deluse dal destino seppur in modi molto diversi. Improvvisamente gli eventi precipitano con l’annuncio della morte del fratello Oreste, cacciato di casa dalla madre: il furore di Eletttra giunge a compimento e le fa addirittura progettare di uccidere ella stessa la madre e il suo amante con la scure che uccise il padre, nascosta appositamente da lei per vendicare la sua morte.

Prima che la vendetta sia compiuta appare Oreste (Thomas Hall), incolume e travestito da messo che, riconosciuta la sorella, si rivela a lei nella gioia di un felice e insperato abbraccio affettuoso. Poco dopo avverrà il duplice omicidio degli assassini Clitennestra e il suo amante Egisto (Jan Vacik) ad opera di Oreste ed Elettra, finalmente liberata dal nodo alla gola che attanagliava tutta la sua vita, morirà in preda all’euforia della gioia del momento, danzando e inneggiando al fratello Oreste.

Particolare e degna di nota è l’interpretazione recitativa del cast, oltre a quella vocale: i personaggi sono vissuti interiormente dai cantanti oltre che declamati, e questo arriva in modo diretto allo spettatore grazie ad una regia attenta alla pulizia dei gesti e alla verosimiglianza delle azioni mimiche.

Rendono perfettamente l’idea dello stato d’animo turbolente della protagonista gli impianti scenografici che alternano lo spogliatoio con tanto di armadietti delle ancelle che si preparano ad andare a lavorare con il kalashnikov sulle spalle, al rifugio spoglio e buio di Elettra sopra il quale si erge una torretta di controllo per l’ancella di guardia. Anche i costumi sono perfettamente inseriti nel quadro del regime autoritario a cui si accennava e sono stati curati da Patrick Kinmonth, così come le scene, mentre le luci sono studiate da Manfred Voss sulla scia della relazione cromatica/emotiva che hanno sulla scena e sulle figure in movimento degli attori, soprattutto nei quadri d’insieme.

Sapiente maestria deve essere riconosciuta infine al Direttore d’orchestra Lothar Zagrosek che restituisce all’opera del 1909 fremito e potenza per chi ascolta incantato dalla magistrale orchestra e dal coro del Teatro Comunale di Bologna.

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