Vita di Galileo

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Foto di Tommaso Lepera
Foto di Tommaso Lepera

Una coproduzione, Fondazione Teatro della Toscana e Teatro Stabile di Torino, per un’impresa titanica. Un’edizione fedele al testo originale e con tre musicisti della Scuola di Musica di Fiesole, che eseguono dal vivo le musiche originali di Hanns Eisler.

Ci sono 28 attori che interpretano 80 personaggi, per i costumi, per la storia, un’opera in 15 scene. Se non si mettono in scena lavori che diano la possibilità agli attori di farlo, questo mestiere si esaurirà. Il teatro è il rapporto tra attori e spettatori, il regista è un incidente importante ma non è teatro. Ora la tendenza è di due, al massimo cinque interpreti. Evviva Mario Martone e la sua La morte di Danton, altra impresa titanica”. (Gabriele Lavia)

Dopo i Sei personaggi in cerca d’autore, Gabriele Lavia dirige e interpreta Vita di Galileo di Brecht, un dramma con punte farsesche sui rapporti tra conoscenza e libertà, scienza ed etica, scienziato e collettività, tra il sapere e l’uso della ragione da parte del singolo rispetto ai condizionamenti della collettività.

La bomba atomica lascia Brecht sconvolto e l’ultima sua edizione si pone il problema della responsabilità della scienza: non è credibile non sapessero che cosa stavano costruendo. Allora Galileo è diventato un simbolo, l’abiura di uno scienziato che per denaro non vede”. (Gabriele Lavia)

Teatro con la T maiuscola. Grande affresco che ripercorre gli anni salienti della vicenda umana del celebre scienziato, dal clamore delle grandi scoperte alla vecchiaia segnata dalla cecità, dal disincanto dell’uomo di conoscenza miscompreso dalla sua stessa società.

È un Galileo un po’ cialtroncello che si muove nello stile brechtiano del cabaret, la struttura estetica è quella dei siparietti”. (Gabriele Lavia)

Il regista sostiene che sia stata la figura di Galileo, in tutta la sua enfasi e col suo dilemma ancora vibrante nel mondo contemporaneo, ad essersi imposto, come un’urgenza ineliminabile per i nostri tempi, il personaggio stesso ha modellato su di sé l’interprete e non viceversa.

Un testo di ironica e tragica attualità. Lui dice «Insegnanti pagati meno dei carrettieri» oppure «Uno scienziato per trovare lavoro deve strisciare». E lo stile è epico, equivale alla narrazione normale”. (Gabriele Lavia)

Come il cannocchiale è il mezzo con cui Galilei giunge alla sua prima grande scoperta, l’esistenza dei quattro satelliti di Giove, così l’occhio dello spettatore attraverso la lente di ingrandimento del teatro scruta nei sentimenti dell’uomo contemporaneo, nel suo anelito di conoscenza sempre contrapposto ai limiti della sua libertà. La crisi del sistema tolemaico, secondo cui il Sole e gli altri pianeti ruotano attorno alla Terra, centro immobile di tutto l’universo è la stessa crisi del singolo come perno della sua collettività, che dovrebbe ruotare attorno a lui e alle sue certezze sul mondo, mentre il mondo è rivisto alla luce del relativo, c’è sempre la possibilità che le proprie convinzioni si scontrino con quelle altrui o con i propri dilemmi. Galileo si sente pronto a difendere pubblicamente la teoria eliocentrica di Copernico, non come suggerito dal Cardinale Bellarmino come ipotesi scientifica, ma con la granitica certezza dell’uomo che si affida completamente alla scienza, che pone le scoperte della ragione con la ferma decisione e certezza di chi reputa solo credenze del passato le gabbie della tradizione. Per quelle sue sconvolgenti osservazioni celesti e conseguenti deduzioni, che donavano un nuovo sguardo alla scienza e proiettavano l’uomo verso l’epoca moderna, viene accusato di eresia sotto il pontificato di Urbano VIII. Si costringe così lo scienziato ad abiurare e a restar prigioniero, in seguito, tra i muri d’una villa di Arcetri. L’abiura «con cuor sincero e fede non finta» viene pronunciata da Galileo Galilei a Roma nella storica data del 22 giugno 1633. La scienza ed il vero che si sottomettono ai vincoli e agli equilibri del senso comune della collettività, non ancora pronta per vedere le cose in modo nuovo e diverso.

Le scene di Alessandro Camera sono sfarzose, sontuose, ricche e piene di puntuali dettagli. Ad ogni cambio di scena un canto di tre fanciulli scandisce il susseguirsi della vicenda.

Il Galileo brechtiano è una figura simbolica umanamente contrastata e quindi moderna tout court, perché resta sospesa in un dilemma privo di facili soluzioni o centri stabili, certezze definitive su cui poggiare: l’uomo di scienza con la sua ricerca e le sue scoperte può mettere a repentaglio gli equilibri intellettuali e anche sociali del suo tempo, metafora dello studioso moderno, perseguitato dall’ineluttabile binomio scienza-fanatismo.

Brecht pone una domanda: che cos’è la verità? La risposta è: l’essenza (la possibilità) della verità è la libertà. Non si può trovare la verità se non a costo, duro, difficile, doloroso, della libertà. La libertà non è fare quello che ci pare, è la limitatezza della conoscenza. Brecht è un politico e parla della verità della polis, dello stare al mondo insieme con gli altri.” (Gabriele Lavia)

Il grande insegnamento che ci dà Brecht è che l’uomo ha il diritto di sapere e di capire”. (Gabriele Lavia)

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di Bertolt Brecht

con Gabriele Lavia

e con Massimiliano Aceti, Alessandro Baldinotti, Daniele Biagini, Silvia Biancalana, Pietro Biondi, Francesca Ciocchetti, Gianni De Lellis, Michele Demaria, Chiara De Palo, Luca Di Prospero, Alice Ferranti, Giulia Gallone, Ludovica Apollonj Ghetti, Giovanna Guida, Lucia Lavia, Andrea Macaluso, Mauro Mandolini, Luca Mascolo, Woody Neri, Mario Pietramala, Matteo Prosperi, Matteo Ramundo, Malvina Ruggiano, Carlo Sciaccaluga, Anna Scola

musiche originali Hanns Eisler eseguite dal vivo dai musicisti della Scuola di Musica di Fiesole

vocal coach Francesca Della Monica

flauto Elena Pruneti

clarinetto Graziano Lo Presti

pianoforte Giuseppe Stoppiello

scene Alessandro Camera

assistente alle scene Andrea Gregari

costumi Andrea Viotti

assistente ai costumi Anna Missaglia

luci Michelangelo Vitello

regia Gabriele Lavia

regista assistente Giacomo Bisordi

assistenti alla regia Alessandra Aricò, Simone Faloppa e Antonio Ligas

produzione Fondazione Teatro della Toscana e Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale


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