Emanuele Martinuzzi: la poesia come ricerca

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Foto di MaxArt
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Emanuele Martinuzzi ha un dono: conosce il valore della parola. Non vuole stupire, no. Non è certo nelle intenzioni di un uomo così discreto, umile, di straordinaria umanità. Al contrario, il verbo che tanto sta a cuore ad Emanuele è ricercare. “Perché la poesia – dice – è ricerca, ricerca continua di noi stessi e dell’Altro”. Nella poesia, Emanuele Martinuzzi ha riversato tutto se stesso, compresi i periodi oscuri dell’anima perché, sebbene i versi non possano guarire, permettono al poeta di riconoscere il buio, trattandolo per quello che è, semplice ombra della luce. Tutto ciò che accade, secondo Emanuele, ha una sua bellezza e può, quindi, diventare poesia. Non si lascino ingannare da una tale complessità, i lettori: parlare con Emanuele non è difficile, dal momento che la sua semplicità è disarmante e il suo animo così nobile: tutto, dunque, è perfetto per l’incontro con il poeta.

Con voce pacata, calma, da uomo che sa pesare ogni sillaba, appunto, Martinuzzi racconta di sé e della propria poesia, quella forma che lui stesso definisce filosofia originaria.

Quando hai cominciato a scrivere, Emanuele?

Ho cominciato a dodici anni, avendo fatto teatro nell’infanzia avevo imparato ad apprezzare la parola, sia cantata che recitata. All’inizio, erano filastrocche, componimenti in rima, che facevo leggere a mia madre. Poi, crescendo, il rapporto con le parole è cambiato e la poesia è diventata un diaframma tra me ed il mondo, una presenza irrinunciabile nella mia vita.

Nessuno si aspettava, però, che diventasse una vocazione, un duro mestiere.

In molti sensi i miei genitori hanno creduto in me. Mi hanno spinto a continuare. E quindi ho avuto lo stimolo per assecondare questa vocazione, questa chiamata della bellezza.

Saggia decisione, la loro. Ricordo un film in cui Marlon Brando dice che un poeta, quand’è vero poeta, deve ricordare a memoria le proprie strofe. Aggiungo, io, un’altra cosa: deve sentire i versi. Ti sei mai commosso per un tuo verso?

Sì, è capitato quando avevo scritto un componimento per mio nonno e nell’ultima raccolta con una poesia dedicata a mia zia: la poesia può essere anche un luogo in cui riversare le proprie emozioni e riflessioni. Per quanto riguarda recitare a memoria le proprie poesie, beh, ricordo “Un bivio”.

foto 2In “Un bivio”, poesia estratta dalla tua recente raccolta di poesie, L’oltre quotidiano (Carmignani Editrice), scrivi: «Un bivio la tua bocca/mentre mi pronuncia/ ossimoro e plenilunio/ a nostalgie di futuro». Sono tra i versi più belli del libro.

Grazie. In questa poesia, scritta nel 2014, cerco di parlare dell’ambiguità dell’amore, del suo continuo alternarsi tra verità e menzogna. L’amore può essere anche oscuro e contraddittorio: questa lirica mi tocca nel profondo, sebbene senta L’oltre quotidiano una raccolta quasi estranea, che esula da me, così libera da avere vita propria.

Trovo che tu abbia il bisogno di lacerare il linguaggio, portarlo quasi alle estreme conseguenze. Un po’ quello che fu il percorso di Ungaretti.

È un paragone che mi onora, Ungaretti è un gigante del Novecento, assieme a Luzi e Quasimodo. Ha ripreso e rinnovato la poetica orientale nella poesia ermetica, si è affidato all’essenziale per carpire l’illuminazione. Trovo che anche l’evoluzione e la sperimentazione del linguaggio rappresenti al meglio il mio amore per la ricerca, costante e creativa, che attraversa da sempre l’animo del poeta. Lo può portare ai margini, ma può anche essere un’opportunità. Perdere se stessi per ritrovarsi in un verso.

Un poeta come te – con un retroterra culturale così vasto – deve avere una base spirituale molto forte.

I miei studi e il mio percorso esistenziale, fatto naturalmente di slanci ma anche di cadute, sono orientati in quella direzione e spero si possa vedere anche nell’approccio che ho alla ricerca, al dubbio, a mettermi in discussione attraverso il linguaggio e non solo. C’è un incontro poi che, più di ogni altro, ha cambiato la mia vita di poeta: è l’incontro con il Maestro Davide Foschi, padre del Metateismo. Mi sono avvicinato a questo movimento culturale perché non imprigiona l’artista, ma lo lascia libero: una filosofia dinamica, alla quale devo molto artisticamente e umanamente.

Senz’altro, la tua poesia è molto differente da quella contemporanea. Qualcuno dice che sia morta, altri negano, ma le produzioni abbondano a discapito della qualità.

Innanzitutto, mi sento di dire che la poesia non è morta, a volte può sembrarlo ma mai definitivamente, perché è un frammento di eternità e sa risorgere dalle sue ceneri. Si muove – così in tutti i tempi di declino culturale – come una sorgente sotterranea. Anche quando sgorga fuori da voci meno ispirate trova comunque il modo di arricchire la sensibilità degli altri. Certamente sono in pochi i grandi poeti in grado di interpretare e rispecchiare il proprio tempo compiutamente e per questo la loro poesia è un faro per tutti. Nonostante i crolli che la società e di conseguenza la cultura possono subire, però, la poesia si fa strada perfino tra la macerie, con tutti i limiti del contesto, certo. Quella di oggi, ad esempio, è talvolta troppo autoreferenziale, scadendo in un intimismo esasperato rischia di chiudersi in se stessa. Il mio poetare invece amo definirlo classicismo d’avanguardia, chiusura e apertura insieme, continuità e discontinuità, gli opposti che comunicano tra loro.

Beh, il poeta ha due scelte: essere la stella guida oppure nascondersi, lontano da tutti e, di conseguenza, da tutto.

Il poeta, a parer mio, non è la stella che guida né quella che si nasconde. Il poeta può stare nascosto, se lo desidera, ma la poesia, la sua poesia, ha il dovere di brillare.

Emanuele Martinuzzi ha un dono: conosce il valore della parola.

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