“Questa sera si recita a soggetto” di Luigi Pirandello

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fotoadattamento drammaturgico Sandro Lombardi e Federico Tiezzi

produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

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Lo strumento migliore per misurare il gradimento di una commedia è quello di capire quel che gli spettatori dicono o dimostrano con gesti e mimica alla fine dello spettacolo. Vale molto di più dei giudizi sui media del giorno dopo degli addetti ai lavori. L’altra sera alla fine di “Questa sera si recita a soggetto” la platea degli spettatori era divisa fra i favorevoli e i perplessi. Questi ultimi dichiaravano una certa stanchezza causata dalla concentrazione e dalla tensione emotiva che l’intricata vicenda aveva richiesto, aggravata dalla scarsa acustica della sala. La commedia è effettivamente lunga e di non facile comprensione per chi vi si avvicini per la prima volta. In questa commedia il genio di Pirandello colpisce duro, stravolge il linguaggio tradizionale (già destrutturato con Sei personaggi in cerca di autore”). Questa difficoltà però vale solo, come s’è detto, per chi non abbia avuto la possibilità di leggere la trama (ammesso che si possa parlare di trama).

La storia è semplice ed emblematica: un regista (Dottor Hinkfuss) obbliga gli attori a recitare a soggetto sul canovaccio di una novella di PirandelloLeonora addio”. Lo spettacolo inizia con il regista che, salendo e scendendo dal palcoscenico, presenta agli spettatori gli attori con il loro vero nome e cognome. I quattordici attori, chiamati a dare, senza copione, dimensione teatrale alla novella, entrano nel gioco straniante dell’improvvisazione che li porta ad entrare e uscire dal personaggio, discutere la scena che devono recitare e contestare le imposizioni del regista che imperversa, interrompe, cambia idea a vista. Gli attori che si sentono come burattini nelle mani di Mangiafuoco alla fine si ribellano e allontanano il regista dal teatro. E, in questa sorta di happening spettatori veri e finti intervengono in modo spesso divertente anche se troppo insistito. Ma Hinkfuss scacciato dalla porta, rientra dalla finestra giocando ancora una volta sul dualismo scenico che confonde finzione e realtà. Dirà, infatti, riferito alla scena della ribellione: Magnifico magnifico, avete fatto come dicevo io.

Leonora addio” è la storia di quattro ragazze disinibite frivole e viziate che, alla ricerca di un marito, invitano a una festa – sotto la “direzione” attenta della madre-maitresse – quattro militari della locale guarnigione. In questa storia, fra processioni, balli, musica, opera e tragedia, Pirandello non ci fa mancare niente.
Il finale ha un alto tasso di drammaticità che turba e commuove. Una figlia, Mommina, aspirante cantante lirica, sposerà uno dei militari che si rivelerà nel tempo un nevrotico, gelosissimo marito. Anzi un persecutore che la porterà alla morte nelle vesti immaginarie e sempre sognate di Eleonora, l’eroina del Trovatore.

Tutti gli accadimenti teatrali sono collegati più che da un fatto narrativo, da un’empatia teatrale. La commedia è sostenuta da una potente e originale struttura drammaturgica calata nel grembo dell’ironia che culmina con l’intelligente presa in giro del “pirandellismo”.

Il regista Federico Tiezzi pur rimanendo fedele al testo, lo rivisita e ricompone con suggestive invenzioni sceniche e interpretative. Se Pirandello ha voluto rappresentare il teatro nel teatro, cioè la finzione della finzione, il regista ne ha accentuato il carattere mettendo lo spettatore nel mezzo di una sorta di finto happening dove si confondono gli spettatori reali da quelli virtuali, da quelli cioè che assistono alla rappresentazione di “Leonora addio”.

Lo spettacolo, che un critico definì “una violenza estetica”; è vivo, pregno di significati e divertente perché il tessuto drammatico si sviluppa su un ordito ironico contrassegnato dall’uscita estemporanea degli attori dai personaggi che stanno interpretando per poi rientrare nel personaggio riprendendo la dimensione drammatica della scena poco prima interrotta. Rappresentazione dunque, pur con qualche sbavatura, coinvolgente e di intensa drammaticità.

Luigi Lo Cascio (ricordiamo lo straordinario monologo della prima parte) interpreta la parte di Hinkfuss (il deus ex machina), con grande ironia e con parodistica bravura cerca di mettere in scena il testo di “Leonora addio” e tenere la briglia agli attori che vorrebbero si riconoscesse loro la dignità e la libertà dell’artista.

Francesca Ciocchetti è brava nel vestire i panni della Generala la madre delle ragazze cinica e prevaricatrice, stupenda Elena Ghiaurov nelle vesti della chanteuse nel tabarin di provincia siciliana con l’atmosfera di una cave della Berlino espressionista, Silvana Toffolatti che interpreta con intenso abbandono la parte di Mommina, creatura angosciata e piena di rabbia, Francesco Colella ottima l’interpretazione nei panni del marito violento Rico Verri, Massimo Verdrasto caratterizza con grande professionalità Sampognetta e ancora Valentina Cardinali, Elisa Fedrizzi, Petra Valentini, Nicola Ciaffoni, Gil Giuliani, David Meden, Marouane Zotti, Ruggero Franceschini, Alessio Genchi.
Le bellissime scene di Marco Rossi sono giocate sul bianco e nero e gli spazi vengono creati con la semplice accensione di tubi al neon rigorosamente in linea retta che ricordano le geometrie luminose di Dan Flavin.

Anche i bellissimi costumi di Gianluca Sbicca sono disegnati secondo le mode degli anni venti. Funzionali le luci di Gianni Pollini, le immagini video curate da Fabio Bettonica, il trucco e le acconciature da Aldo Signoretti.

Calorosi gli applausi alla fine indirizzati a tutti i componenti l’orchestra diretta magnificamente dal Direttore/Regista composta da bravissimi solisti (attori, scenografo, costumista, datore luci, acconciatore, operatore video). Per una parte degli spettatori “perplessi” (quelli stanchi) gli applausi hanno avuto anche un carattere liberatorio.

 

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