Don Chisciotte – Opera Pop

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fotoProduzione del Teatro Menotti

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Quando c’è di mezzo Emilio Russo (che cura la drammaturgia e la regia) si va sul sicuro. Non ti delude mai perché ama provocare con la contaminazione di generi teatrali. Riesce a mettere nel frullatore commedia brillante, tragedia, teatro civile, musica pop, canto e quel che vien fuori è sempre un gustoso melting pot.

Questa volta ci ha provato prendendo come pre-testo il Don Chisciotte della Mancia di Cervantes per rivisitarlo in chiave pop. Elemento importante del racconto è affidato alla musica, al Sogno d’amore di Liszt in chiave jazzistica che fa da filo conduttore della vicenda. Gli arrangiamenti sono del bravissimo Alessandro Nidi che si avvale di eccellenti solisti: Enrico Ballardini alla chitarra, Francesca La Causi al contrabbasso e la brava cantante Helena Hellwig. Secondo i suoi canoni Emilio Russo anche in questa pièce fa intervenire con grande ironia, nello svolgersi della vicenda, i componenti dell’orchestra in veste attorale. Vicenda che vede Alarico Salaroli interpretare con grande maestria la parte di Don Chisciotte e il bravissimo Marco Balbi quella del popolano con i piedi per terra Sancho Panza. L’anziano hidalgo idealista fino a perdere la ragione, lo scudiero che fa da contraltare alle farneticazioni del cavalier errante e si mantiene ben attaccato alla realtà terrena fatta di sonno, di fame e di sete. Diciamo subito che Russo non poteva fare scelta migliore Salaroli e Balbi sono perfetti grazie ad uno stupefacente phisique du role e alla capacità interpretativa anche dei pezzi musicali loro affidati.

L’allucinato itinerario del Cavaliere dalla Triste Figura si svolge all’interno della locanda del Toboso una vecchia balera che diventa la sua Mancia. Ed è lì che, in un continuo camminare circolare alla ricerca della sua Dulcinea, incontra e si scontra con i fantasmi della sua mente. Ma nelle sue azioni c’è sempre uno spiraglio di lucidità, la sua follia è la sua corazza, la sua difesa da una realtà che annulla l’immaginazione nella quale si è rifugiato. Questo viaggio infinito è la metafora del nostro viaggio esistenziale fra desideri e delusioni, fra sogni e realtà sorretti in questo cammino dalla fantasia e dalla voglia dell’avventura. Il personaggio di Don Chisciotte è l’archetipo (inteso come forma preesistente e primitiva) che appartiene alle zone più recondite del nostro animo.

Questo vicenda è collocata nella calda estate del ’69 quando l’uomo conquistò la Luna e radio e televisione ne davano l’annuncio. Ed è sulla luna che le ombre del cavalier errante e dello scudiero vanno. Sancho infatti dopo aver tanto sognato l’approdo finale sull’isola promessa, non vuole, non può abbandonare l’hidalgo nell’ultima onirica follia.

Lo spettatore dapprima sorride per le situazioni comiche e grottesche, poi le vicende inducono alla riflessione e infine alla commozione.

I protagonisti vestono i costumi di Mariella Visalli dell’epoca mentre le scene curate da Elena Beccaro e Delise Carnini richiamano, con copertoni e lamiere, una delle tante bidonville. Infine il servizio luci è a cura di Mario Loprevite.

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