Benvenuto Cellini secondo Terry Gilliam al Teatro dell’Opera di Roma

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Foto di Yasuko Kageyama
Foto di Yasuko Kageyama

Poche recite (sei in totale) di un’opera non di repertorio e quasi sempre il tutto esaurito: il Benvenuto Cellini di Berlioz in scena al Teatro dell’Opera di Roma è stato un vero successo.

Merito (anche) della regia (e che regia!) di Terry Gilliam, ex Monty Python che ha rivisitato la storia del celebre orafo con il suo inconfondibile tocco onirico e inquietante, quasi caotico che, chi ama il suo cinema, conosce bene.

Visionario genio cinematografico autore di capolavori come La leggenda del re pescatore, Gilliam ha lasciato solo intuire nelle scene girevoli (create in collaborazione con Aaron Marsden, illuminate da Paule Constable, sullo sfondo dei video di Finn Ross) la città di Roma (dove è ambientata la vicenda), recuperando gli schizzi in stile Piranesi accennando ai maestosi ponti del Lungotevere, immergendo i personaggi in luminosi atelier o taverne moderne che diventano bar fino a calare in scena l’enorme testa dorata di Perseo. La regia di Gilliam è quasi pantagruelica e unisce cantanti, scene, luci, movimenti, video in perfetta (a-)sincronia.

Da un punto di vista estetico, l’opera, realizzata in coproduzione con l’English National Opera e De Nationale Opera di Amsterdam, è in continua oscillazione fra il carnevalesco, l’onirico, il folle come esemplificato dalla magnifica scena del Carnevale romano fra acrobati, trapezisti, giocolieri e funamboli: colpi di scena su colpi di scena con Gilliam che accoglie il pubblico con due maschere inquietanti (un teschio e una maschera) collocate ai lati del palco.

In tre ore accade di tutto e di più e non c’è un attimo di stasi: il coro (ottimo, diretto da Roberto Gabbiani) è un moto perpetuo che si muove sul palco e Gilliam alterna con nonchalance tratti da farsa (nel terzetto con Teresa, Celllini e Fieramosca), da commedia, alta tensione drammaturgica finale con la fusione in extremis del Perseo. Ebbene in tutto ciò Gilliam riesce sempre a creare un ordine in quello che potrebbe essere un apparente caos: nulla è mai fuori luogo e tutto diventa perfettamente funzionale all’altro in una storia che vede come fulcro Cellini, una sorta di bandito di genio dalla multiforme personalità alle prese con la difficile realizzazione del Perseo e l’amore per la bella Teresa.

Lode alla parte musicale, grazie all’ottima direzione di Roberto Abbado di una partitura ardita e dal ritmo asimmetrico (è andata in scena una sorta di mescolanza delle tre versioni in circolazione secondo, pare, richiesta di Gilliam) e dal netto andamento melodico.

Lode anche al cast (unico) semplicemente perfetto da un punto di vista non solo vocale, ma anche recitativo e interpretativo, dall’ottimo John Osborn nel ruolo del problematico Benvenuto Cellini, alla bravissima Mariangela Sicilia (Teresa), da Varduhi Abrahamyan (Ascanio) a Nicola Ulivieri (Balducci), da Alessandro Luongo (Fieramosca) a Marco Spotti (Papa Clemente VII in versione quasi cinese). Un grande successo per un’opera non di repertorio conferma come la qualità paghi e ripaghi sempre.

 

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