Amleto a Gerusalemme. Palestinan kids want to see the sea

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fotodi Gabriele Vacis e Marco Paolini

regia Gabriele Vacis

con Marco Paolini

e con Alaa Abu Gharbieh, Ivan Azazian, Mohammad Basha, Giuseppe Fabris,vNidal Jouba, Anwar Odeh, Bahaa Sous, Matteo Volpengo

scenofonia, luminismi, stile Roberto Tarasco

video e foto di scena Indyca

assistente alla regia Marianna Bianchetti

produzione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale

con il patrocinio del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale

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La scena è già lì.

Una sorta di malinconico pudore mi stringe il cuore e timido si insinua il desidero di ascoltare il fruscio del sipario quando si apre con suo bel velluto a mostrare la scenografia immaginata e nascosta in uno scrigno come un prezioso gioiello, ed a lungo attesa.

Ma sempre più spesso il tempo dell’attesa viene cancellato da una prepotente e precoce ‘offerta pubblica’

È già tutto lì, che ci piaccia o no! Tutto svelato, alla mercé di chiunque voglia guardare con occhi avidi.

Anche gli attori sono in scena e parlano fra loro, passeggiano e guardano il pubblico che entra in sala.

Sì, ormai si fa così! Ma dov’è la tensione, la concentrazione, la preparazione, il tempo, magico ed incomprensibile ai non addetti ai lavori, del passaggio dall’attore all’interprete? Dov’è la creazione? Dov’è il personaggio? Non è più di moda! Si pensa di poterne fare a meno, almeno in alcune scelte di allestimento di quotati rappresentanti del mondo dello spettacolo.

Quando si è riconosciuti dalla stampa e dal pubblico ci si può permettere ogni operazione, colorandola con le più “intellettuali” sfumature di impegno sociale, politico, economico, drammaturgico.

La storia di cinque ragazzi che vivono a Gerusalemme, ognuno paragonabile per certi aspetti allo stesso Amleto dell’opera shakespeariana, è la trama di questo spettacolo. Sono impegnati a costruire la città di Gerusalemme sopra una sorta di pedana bianca appesa con tiranti al soffitto, dondolante, instabile: per tutta la durata dell’azione le bottiglie vengono posizionate in piedi, sdraiate, sovrapposte a modello di porte sante, di templi, di abitazioni. E quando tutto o quasi sembra stare in piedi, un forte rumore o uno scoppio di rabbia o un urlo di dolore mandano tutto all’aria fino all’apoteosi della finzione: il gigantesco vassoio rovescia rovinosamente tutte le sue bottiglie addosso ai costruttori – ragazzi – attori.

Precipitano le bottiglie, come proiettili dall’alto e colpiscono chiunque sia presente in sala.

Come una gigantesca ed illusoria costruzione Lego (che tanto va di moda) si monta e si smonta di continuo in ogni replica di questo saggio finale di un laboratorio sull’Amleto, che si perde nelle pieghe della performance. Ma si comprende come Amleto si fosse generosamente prestato a pretesto di una messa in scena che dovesse giustamente offrire una possibilità ai ragazzi che tra mille difficoltà avevano partecipato al seminario.

Per Paolini, come racconta in scena, Gerusalemme è una città magica, che sa di caffè al cardamomo, ma anche di plastica, la plastica di una moka che però è sul fuoco da ormai duemila e sedici anni.

Secondo Paolini Dio creò la bellezza e la sofferenza e le divise in dieci parti, nove di entrambe andarono a Gerusalemme, la parte restante invece al resto del mondo.

È la paura del paese che troveremo dopo la morte, paese da cui nessuno è tornato, a farci sopportare le angosce dell’esistenza, piuttosto che volare via; è cosi che voglio chiudere questo mio pensiero – dice Paolini – perché forse più che pensare a cosa ci sarà domani dobbiamo pensare a ciò che abbiamo oggi, e anche se viviamo in un paese straziato da guerre o pieno di problemi abbiamo la fortuna di vivere, e questo è un dono di cui non possiamo fare a meno.

Grande attesa per questo spettacolo di Marco Paolini, senza alcun dubbio fra gli artisti più amati dagli spettatori dello Stabile regionale: vi ha presentato, acclamatissimo, quasi tutti i suoi spettacoli, talvolta di denuncia (Racconto per Ustica, Parlamento chimico), altre volte incardinati su osservazioni e ricordi (Il Milione, Bestiario Veneto), altre ancora raccontando personaggi celeberrimi o grandi avventure (Itis Galileo, Il Sergente, la recente Ballata di uomini e cani). Un itinerario intelligente, originale che è partito nel 1996 da Il racconto del Vajont, in cui Paolini collaborava – come nuovamente accade ora – con un altro grande del teatro italiano contemporaneo, Gabriele Vacis.

Il progetto, che ha preso il via nel 2008 per iniziativa del Teatro Stabile di Torino ed è stato realizzato con il patrocinio del ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale con la creazione di una scuola per attori a Gerusalemme, è riuscito nella difficile impresa di far lavorare nel teatro ragazzi palestinesi la cui libertà di vita e di scelte è fortemente limitata nella loro ardua quotidianità.

Da alcuni appunti di Gabriele Vacis, che firma la regia, conosciamo i ruoli dei ragazzi palestinesi e italiani protagonisti dello spettacolo, guidati in scena da Marco Paolini, che alla guisa di un deus ex machina, li interrompe, li interroga, li scioglie nella trama e li collega all’Amleto, principe di Danimarca. Com’è lontana la Danimarca e com’è lontana Gerusalemme! È difficile immedesimarsi nella storia dei ragazzi, che la raccontano nella loro lingua.

Alaa Abu Gharbieh: racconta la sua tossicodipendenza, la notte in cui il padre sta male e lui minaccia la madre con il coltello, poi si taglia la mano. Recita le parti di Amleto all’unisono con Mohammad e Nidal. Alla fine racconta “Casa tomada” di Cortazar…

Ivan Azazian: racconta insieme a Matteo Volpengo la storia dei suoi antenati armeni, dal genocidio del 1915 fino alla sua nascita a Gerusalemme. Canta il “Padre nostro” in armeno durante la costruzione della città. Dice “To be or not to be” in inglese durante l’azione del mare. Rende la sua testimonianza in video, in cui racconta del rancore nei confronti della madre che lo ha fatto nascere a Gerusalemme. Canta suonando la chitarra “Wayfaring stranger” e un altro pezzo armeno proprio sul finale.

Mohammad Basha: racconta la storia del suo amico Ahmad che crede nella magia. Guida la declamazione delle parti di Amleto in arabo classico. Alla fine è quello che dice: «Sono io Amleto e voglio vivere».

Giuseppe Fabris: traduce dall’inglese le parti di Alaa e di Ivan, dice brani di Amleto: “ah, se questa mia carne troppo gelida…” e il finale insieme a Mohammed.

Nidal Jouba: racconta la storia di suo nonno fuggito in Giordania durante la guerra dei sei giorni, che torna e non trova i figli… È quello che sul passaporto ha scritto: nazionalità INDEFINITA. Racconta dell’appuntamento con suo padre a Gerusalemme, ma al checkpoint viene fermato e si innamora fulmineamente del soldato israeliano Ariella, alla fine viene incapsulato da un costume fatto di camere d’aria e malmenato brutalmente.

Anwar Odeh: è l’unica ragazza. È nata a Torino da genitori palestinesi. È bilingue. Non è un’attrice, ma una studentessa di relazioni internazionali. I suoi nonni abitano a Betlemme. Lei ha il passaporto italiano, ma se va in Palestina non pu passare da Tel Aviv perché per gli israeliani, prima di essere italiana, è palestinese.

Bahaa Sous: racconta con Mohammed, il suo amico (al punto che Marco li battezza “Rosencrantz e Guildenstern”) il suo credere nella magia… Racconta della madre che lo porta in città vecchia a vedere la casa che la sua famiglia ha dovuto abbandonare nella guerra del ’67, la madre vede ancora la propria casa che invece ormai è una sinagoga, come tutte le altre cose che la madre vede e che ormai non ci sono più, finisce implorando la madre di lasciar andare le cose che non ci sono più. Poi distrugge la città. Racconta del padre che gli regala uno scatolone di fuochi d’artificio. Danza con Matteo mentre Marco racconta il senso del suo Amleto.

Matteo Volpengo: traduce all’inizio, dall’inglese, il racconto di Ivan. Dice la parte di Orazio in cui si descrive lo stato di all’erta della città, una terra continuamente in guerra. Dice “Essere o non essere” in italiano. Danza con Baha.

Un momento di particolare intensità è creato dalla separazione di un telo bianco trasparente dietro il quale corpi e mani, lanciate come grida accorate, incontrano la fisicità di un corpo che si muove e cerca un contatto dall’altro lato. Un muro che viene aperto dall’alto! Così vorremmo sparissero tutti i muri per poter creare ponti!

Apprezzabile l’impegno di tutti i partecipanti.

Storie di vita di particolare e struggente intensità, ma che rimandano alle tante che di continuo vengono riproposte in documentari televisivi.

Il teatro è più esigente!

A spettacolo concluso, Paolini da solo sul proscenio regala un bis agli spettatori e legge con ironia e destrezza istrionica una scena dell’Amleto (Il dialogo tra Gertrude ed Amleto, che ferisce a morte Polonio, nascosto dietro ad una tenda) nella traduzione in vicentino di Luigi Meneghello, a testimonianza dell’universalità e versatilità dei classici.

Anche se i paragoni non sono quasi mai piacevoli ricordiamo di aver visto Hamlet del Globe Theatre di Londra poche settimane fa, ma ringraziamo comunque la Direzione del Teatro Rossetti per la varietà e la straordinaria ricchezza del cartellone offerto.

Applausi tiepidi.

 

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