John & Joe

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fotoRegia di Valerio Binasco

Con Nicola Pannelli e Sergio Romano

Una produzione: Popular Shakespeare Kompany / Narramondo Teatro / TeatroDue di Parma

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Al Nest, teatro dell’area orientale di Napoli – quartiere San Giovanni a Teduccio – fa capolino in un’unica data una pièce, dal nome “John & Joe” di una poco conosciuta scrittrice del secolo scorso, Agota Kristof, di origini ungheresi, trapiantata in Svizzera e scrittrice in lingua prevalentemente francese.

Diretto da Valerio Binasco, lo spettacolo ha come protagonisti due clowneschi personaggi dal nome omofono – interpretati da Nicola Pannelli e Sergio Romano che sono un chiaro rimando alle creature beckettiane; il primo paragone che viene in mente a chiunque, osservando l’andazzo dialogico, il relativo surrealismo, la marginalità sociale ed economica che avvolge John e Joe è quello con i due protagonisti di “Aspettando Godot”. Tale relazione, però, non scredita affatto la scrittura della Kristof, più che altro ci conferma come la necessaria quanto disperata complementarità di due individui del genere, sia diventata microcosmo drammatico mediante il quale il teatro moderno designa emblematicamente le relazioni nel mondo contemporaneo.. Guardando John e Joe, balzano alla memoria oltre ai drammi beckettiani, altri di Pinter, di Mrozek e se ne potrebbero scavare ancora lungo l’asse del novecento, tutti accomunati dal porre sulla scena una coppia di individui e il relativo appartenersi dell’uno come prolungamento dell’altro, declinazione grottesca, talvolta allucinata, di una (non) relazione entro la quale l’incomunicabilità sembra essere esorcizzata da assurde costruzioni dialogiche. Con queste simili “coppie” il teatro contemporaneo strappa i vecchi fool shakespeariani, nonché gli arlecchini, quei personaggi necessariamente ausiliari, dal loro cantuccio nella tragedia e nella commedia, per porli al centro della scena e li spiattella come “eroi” (antieroi”) della nostra era. Di questa sorta di rivoluzione “antropologica” ne fanno parte anche John e Joe. Sono essi due clochard, in bilico fra varie forme di demenza, che subiscono la realtà, e come ogni essere umano escluso o autoescluso, hanno smarrito gli strumenti critici per poterla comprendere e quindi interagirci, o forse non li hanno mai avuti.

All’inizio dello spettacolo essi si cercano come due bambini girando intorno ad una tenda che, tutt’uno con la moquette, perimetra la scena. Entrambi, dunque, si cercano per riconoscere la propria identità, si autodeterminano tramite il confronto con l’altro; siedono al tavolino di un bar dove oggetti, suppellettili, e, soprattutto il cameriere, sono invisibili e solo suoni riprodotti dalla cabina di regia ne determinano esistenza e interazioni con i due; tale meccanismo teatrale contribuisce a definire in maniera ulteriormente funambolica il rapporto che Joe e John hanno con la realtà che li circonda e ci dà conferma – lo deduciamo da tic, gesti reiterati, nonché da botta e risposta completamente decontestualizzate – di una sorta di natura autistica che li incapsula. Sul tavolino una rosa rossa proietta in modo del tutto ironico, l’essenza della loro relazione: non si sono scelti per fare un tratto di cammino comune, ma il loro stare insieme corrisponde beckettianamente ad un’inevitabilità, sono entrambi una “formula ontologica”. Siedono dentro al bar e principiano ad ordinare un bicchiere di acqua di rubinetto, inibiti dalle loro modeste condizioni; poi d’un tratto, uno incita l’altro a prendere dei caffè e poi delle grappe, presi da un’inconsueta e derealizzata conversazione. Nel continuo andirivieni di un cameriere non visibile vi sta tutta l’ilarità dei gesti maldestri, similmente alle vecchie pellicole di Stanlio e Ollio e questo dota la prima parte dello spettacolo di un ritmo più vivace; il tentativo di svignarsela dopo aver chiesto il conto, il conteggio dei pochi spiccioli che si ripete a loop, la petulante richiesta di Joe di sapere com’è che i ricchi siano ricchi, da dove provengono i loro soldi. La loro alienazione non è soltanto socio-esistenziale, ma è soprattutto economica. Le reiterazioni sul “fare il conto”, sul rischio di perdere i pochi spiccioli per un biglietto della lotteria, sulla spartizione della somma da pagare rivela nei loro dialoghi, fa pensare, secondo un meccanismo paradossale e grottesco, ma che accentua maggiormente la marginalità rispetto al sistema economico vigente, che la logica aritmetica con la quale si tirano le file del soldo è l’unica misura razionale che John e Joe riconoscono.

È la pièce della Kristof una piccola parabola sui rapporti economici che hanno sostituito quelli umani. Il biglietto della lotteria che John sottrae a Joe per pareggiare il conto da saldare al bar, la relativa vincita che il giorno dopo confesserà all’altro e soprattutto, la totale incapacità dell’amministrazione e di spartizione del denaro che viene utilizzato dallo stesso per comprarsi un trench ed una ventiquattrore che grottescamente resterà vuota, ci narrano di un’umanità ai margini, irretita nell’idea di vedere nel denaro la possibilità d’esser qualcuno.

Tuttavia, la conclusione della pièce sa essere poetica, attraverso il calare delicato delle luci sulla piccola scena ed un buffo ritorno all’inizio, facendo scorgere nel ridicolo, riservato a tradizioni e personaggi periferici, il senso di un’umanità disarmante.

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