La sorpresa

Andata in scena al Teatro L'Aura di Roma

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Foto di Carla Pregno
Foto di Carla Pregno

Dal 19 al 23 ottobre 2016 al Teatro ”L’Aura” di Roma è andata in scena ‘La Sorpresa’, commedia agrodolce divertente e spassosa, un’incursione pittoresca nel peccaminoso e articolato mondo degli intrighi amorosi. La regia è di Vittoria Citerni di Siena. Firmata da Luigi Passarelli, rappresenta un vademecum sui rischi collaterali del tradimento. È rivolto ai cultori di emozioni ‘amatoriali’ forti, senza rete, che prediligono eccessi rovinosi e spensierati, e aborriscono, per necessità, ogni monotona pratica di sesso probo e quieto. Il tutto in barba ad ogni elementare norma di reciproca convivenza e di rispetto per il partner, in ossequio ad una forma insopprimibile di esaltazione dell’ego. Più che commedia degli equivoci, novella giocosa dai risvolti amari sulle trasgressioni contagiose in libera uscita. Vi si racconta di un triangolo così flessibile da estendere le dimensioni fino a formare un poligono senza limiti di relazioni particolari. L’ambientazione è la classica casa al mare, rifugio, per molti, di scappate rigeneranti e, per altrettanti, di scappatelle fuori controllo. I giovani protagonisti della vicenda sono Dario, un marito che disonora il proprio ruolo coniugale con raffinata e perfida dedizione, Gloria, un’amante disinibita, devota di terapie olistiche orientali e folgorata da dosi industriali di lexotan, infine Elena, una moglie grondante onestà e che sarebbe da catalogare nella normalità piatta se non nutrisse una ingiustificata fissa di discendenza altoborghese. Verrà inchiodata però senza sconti dal proprio inelegante, inequivocabile marchio coatto. Nonostante le tematiche siano tutt’altro che trascurabili e indolori per gli scenari che spalancano, Passarelli ha il merito di trattare la materia con leggiadria e respiro, fuori da schemi mentali dominanti e per opportunismo condivisi, che avrebbero la presunzione di sottendere giudizi beceri e bacchettoni. Gli esiti che ne scaturiscono appartengono al vario e complesso campionario di comportamenti frequenti nei rapporti interpersonali che sarebbe banale ricondurre a semplici espressioni devianti o caratteriali, a traumi e insoddisfazione a lungo repressa. A volte tentazioni e vulnerabilità hanno origini meno misteriose. E anche questo è il senso del testo di Passarelli. Nella piccante scena inaugurale che non ti aspetti, in un interno pervaso di atmosfere languidamente soffuse, Dario prova a fare lo sciacallo rubando foto intime pronte ad invadere la Rete, senza alcun ritegno. La assonnata Gloria, lolita esausta percorsa da sussulti tellurici, prova invece a fare Kim Basinger. Il vedo non vedo vedo! sa di proposta ammiccante ma solo per bavosi non invitati. È il segno dei tempi, la pruderie con intervento della buoncostume è da passato remoto. In Gloria non c’è traccia di scabrosa provocazione ma solo di femminile rivendicazione da alcova, e si ricompone senza ‘scomporsi’.

Foto di Carla Pregno
Foto di Carla Pregno

L’antipasto è servito e l’assaggio ammiccante alimenta l’interesse. Come inizio, ci può stare. Ma la sorpresa non può essere una casta, tenera nudità, e ben presto si intravedono prospettive da alert fuori programma. E allora le reiterate bugie di Dario alla moglie iniziano a scricchiolare e prepareranno un inquietante weekend che sconvolgerà le sorti di ognuno. L’ardito fedifrago non si fa mancare neanche il vizio del fumo e, mentre si allontana nottetempo per soddisfare la voglia irrinunciabile di sigaretta, l’amante imbottita di psicofarmaci dà prova di sé in una performance di eccitazione estrema, prima di abbandonarsi al sonno artificiale. L’improvviso arrivo della parte legittima guasta un ménage già traballante di suo, date le premesse, e introduce un aspro confronto fra le due donne. Si innesca una spirale imbarazzante di contrastanti spiegazioni da parte della annebbiata Gloria e di furiose reazioni della sanguigna Elena. Lo spiritello occulto, surrogato di angelo custode, che viene in soccorso della schizzata amante, ci mette una pezza nel suggerire risposte convincenti ma a tutto c’è un limite. La telefonata minacciosa di Elena a Dario mentre Gloria fa pratica yoga sul tappetino, fra allucinazioni e improvvisi ritorni al presente, intermittenti e provvisori, è un concentrato irresistibile di nevrosi del nostro tempo, di disorientamento collettivo e abbandono di ‘punti cospicui’ che promuove una fuga dalla realtà e dalle responsabilità quotidiane. La stessa Elena viene coinvolta in un assaggio di meditazione che scaccia le energie negative ma non le perplessità sulla strana vacanza solitaria della presunta rivale. Il confronto si fa duello ma Gloria non arretra, non cade nella trappola, non è disposta ad ammissioni compromettenti, anzi, è piccata per i troppi problemi che quel weekend ‘di evasione’ acquistato su internet gli sta riservando, mantiene le distanze e contrattacca. Elena è sempre più alle corde e non riesce a venirne a capo, indebolita da tanta protervia, prova ad alzare i toni e anche le pretese ma Gloria le sguscia via, lucida e insolente. Dominatrice dello scontro, sfianca la sua preda come fa il gatto col topo, in un impari lotta fra il male e il bene. Mentre è intenta in una tecnica di rilassamento antagonista, viene sfidata a singolar tenzone a colpi di spazzolone contro mocio ma anche qui prevale e la comune somministrazione di lexotan sarà provvidenziale per interrompere le ostilità. Il quantitativo è come al solito ‘tanto tanto’, come indica il refrain soporifero di Gloria, esibito come una ninna nanna e riproposto ancora una volta a richiesta dello sbigottito Dario rientrato furtivamente per il faccia a faccia decisivo. L’ultima lite fra amanti, l’ ultima raccomandazione di lui contro il nemico comune, le ultime menzogne, falsi equivoci prima dell’assalto finale, senza pietà, in una confusione di chiarimenti fasulli e fallimenti veri. Dario tenta quindi l’ultima resistenza blandendo Elena, fra annunci di fedeltà spudorati, promesse nel vento e patetiche commiserazioni. Ricominciare dalle ceneri. Proposito indegno e fallace. Libertino e ipocrita, privo di dignità alcuna. Incapace di qualsiasi riconoscimento dei propri errori. La scaltra Gloria non resta a guardare e pretende il suo ma la soluzione avanzata è un’effimera illusione. È ormai tardi per tutto. La passione non può più sostenere i brandelli di una storia che non ha più nulla da dire e anche la declamazione di proverbi un tempo complici è a loro estranea, vuota e priva di senso. Come la promessa di sorprese mai mantenute con cui Dario ha sfinito le proprie vittime. Il castello delle finzioni e degli inganni di ciò che resta di quello che credeva il suo uomo, è impenetrabile alla virtù. Il rifiuto inaspettato di Gloria è l’apice della mortificazione. Dario marca così definitivamente la propria mediocrità anaffettiva e il disimpegno morale che ne hanno connotato la breve, sciagurata esistenza. Prima dell’esecuzione, al condannato la sorte dispensa l’ultima sigaretta, a lungo inseguita e finalmente assaporata. Preannunciato da accuse e ritorsioni, illuminato dal nuovo giorno, si consuma l’ultimo atto, la vendetta, parte integrante dell’amore e dei sentimenti più o meno sinceri, quando finiscono. Poiché le tentazioni per i tre sono curriculari e, come gli esami, non finiscono mai, la vendetta sarà spietata e senza appello. La madre di tutte le sorprese. Strameritata perché il lupo perde il pelo ma non il vizio. E …chi la fa l’aspetti. Ma anche…l’unione fra donne fa la forza. La pièce si chiude con i tre protagonisti, mascherati dietro occhialoni scuri, che, ormai complici per natura e lezione assimilata, accennano stimolanti passi di danza sulle note licenziose del Cobra, mimando movenze ed intenzioni lascive. Il peccato, naturale come il tradimento e l’intrigo, aleggia fra noi, sempre pronto a trastullar ‘gli spiriti’. Vittoria Citerni di Siena ha egregiamente assecondato la narrazione, caratterizzando i personaggi, mirabilmente assortiti, nell’assoluto rispetto del testo e modulando le personalità di ognuno, le tendenze espressive, modi e stili che incarnano con vivezza. Figure e situazioni tratteggiati con misura ed estrema cura di sfumature e cadenze sceniche adeguate all’intensità e all’evoluzione del racconto che lascia andare piacevolmente in un crescendo vibrante di pulsioni che produce identificazione e coinvolge i sensi. I paradossi, gli eccessi, i contrasti sono ben commisurati a situazioni e stati d’animo evidenti dei protagonisti e ben aderiscono allo svolgimento della trama. Ancora una prova maiuscola per la giovane regista da poco approdata alla corte dei fratelli Taviani. Gli interpreti. Alessandro Giova è un intraprendente Dario, seduttore senza scrupoli, impunito, cinico e imperturbabile nella sua grettezza come nella sconfitta mai avvertita. Coerente al personaggio, spregiudicato, calcolatore, granitico, alterna con disinvoltura momenti di dolci e suadenti menzogne, ad altri di inaudita meschinità e tracotanza aggressiva. Sicuro di sé in ogni circostanza, notevole presenza scenica e simpatia radiante. Giulia Linari è Gloria, amante sbarazzina, abile e sottilmente perversa, intrigante, svanita al bisogno ma lucida nei momenti che contano, trae energia interiore da una discutibile forma di meditazione ad personam, tra obnubilamenti improvvisi, incensi purificatori, visioni profetiche esclusive e scorpacciate di carbamazepina. Accondiscendente per strategia e maliatrice, non si lascia mai irretire e tesse la tela secondo le circostanze, con sorprendente senso dell’orientamento. Deliziosa! Michela Maridati è Elena, la moglie tradita e abbandonata. Sempliciotta e verace nel suo vernacolo romanesco. Urla la sua rabbia per l’infamia subita, è determinata e rivuole la dignità impunemente calpestata. Interpretazione convincente e carica di autoironia. Se la cava più che degnamente anche nelle scene di comicità inconsapevole al fianco della rivale alleata. Dopo ‘Piccoli crimini coniugali’ un gradito ritorno insieme ad Alessandro Giova.

Lo spettacolo è prodotto da Associazione Culturale La Pietra di Luna. Scenografia di Samantha Giova. Costumi di Margherita Di Domenica. Aiuto regista è Carla Pregno.    

Il testo ha ottenuto una Menzione speciale della Giuria al concorso Una Commedia in cerca di Autori 2015 e il relativo soggetto cinematografico da essa tratto, è risultato vincitore del Premio Rosselli 2015.

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