Giuseppe Pambieri è “Re Lear”

In scena fino al 20 novembre 2016 al Teatro Ghione di Roma

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Foto di Valerio Faccini
Foto di Valerio Faccini

Dal 1 al 20 novembre 2016 al teatro Ghione di Roma va in scena ‘Re Lear’, tragedia composta da William Shakespeare nel 1605. La regia è di Giancarlo Marinelli. Con Giuseppe Pambieri (Re Lear), Claudia Campagnola (Fool), Giuseppe Bisogno (Conte di Gloucester), Martino D’Amico (Conte di Kent), Antonio Rampino (Duca di Albania), Francesco Maccarinelli (Edmund), Mauro Racanati (Edgar), Stella Egitto (Cordelia), Silvia Siravo (Goneril), Guenda Goria (Regan), Andrea Zanforlin (Duca di Cornovaglia), Martina Tonarelli (Oswald).

Re Lear’ è metafora della condizione umana e dei principi che regolano l’universo, delle contraddizioni complesse e dei piani inestricabili delle proiezioni a cui l’uomo soggiace, dei sovvertimenti di ogni ruolo che provocano tempeste e metamorfosi devastanti, della follia riflessa dal dolore che dischiude la conoscenza ormai spoglia di contaminazioni. Dramma di una teatralità assoluta, in cui l’intensità espressiva della parola asseconda l’azione scenica vibrante, in un grande quadro pansemiologico intriso di significati. I personaggi, evanescenti e sorprendentemente reali, densi di umanità cruda e dolente, si muovono in una condizione metatemporale che travalica ogni rigorosa individuazione storica per ergersi a mito inesplorabile. La struttura narrativa è l’esito di una lacerazione devastante e insanabile, è il tormento di un padre onnivoro che, al culmine della sua vicenda terrena, baratta gli affetti più cari con le ricchezze effimere del regno di cui, ormai vecchio e stanco, vuole privarsi. Ma lo fa prima del tempo, turbando l’ordine prestabilito. Ha tre figlie e intende spartire equamente i propri beni fra di loro e diventare quello che il suo status di regnante non gli aveva consentito, un padre, null’altro che un padre amorevole. Una sola di loro manifesta il proprio amore disinteressato che ogni creatura deve al proprio padre e rifiuterà la pretesa di un affetto a senso unico, fatto di possessione, ridotto a merce di scambio. Mentre Lear (Giuseppe Pambieri) si appresta ad esprimere un atto volontario unilaterale quale è l’abdicazione, nella consuetudine di un rituale mai trasgredito, non è preparato all’affronto subito, ne avverte il rischio poiché quel sovvertimento non è previsto né contemplato da alcun ordine naturale. L’autorità di un padre sovrano pretende la venerazione senza limiti né incertezze. La profanazione va punita affrancandosi dalle passioni originate dal seme della discendenza. Lear, incapace di distinguere, accetta le lusinghe di Goneril (Silvia Siravo) e Regan (Guenda Goria), le figlie maggiori che ne blandiscono le debolezze con l’astuzia di serpi ma non riconosce la devozione sincera e disinteressata di colei che, ripudiata ed umiliata, ne preserverà il trono oltreché l’onore. La maledizione, come l’incontenibile ira, è commisurata ad una malintesa concezione dell’amore, esclusiva e totalizzante, nei confronti di Cordelia (Stella Egitto), figlia prediletta e poi rinnegata. Un sentimento malato e condizionato non può essere corrisposto da alcun animo nobile, e l’equivoco del love-test a cui vengono sottoposte le tre giovani donne sarà il leitmotiv che imbriglierà l’intera vicenda. Goneril e Regan non sono disposte a divenire madri del loro padre e lo esautorano senza ritegno alcuno, con la complice, molle tolleranza dei rispettivi mariti, il duca di Albania (Antonio Rampino) e quello di Cornovaglia (Andrea Zanforlin), sottomessi ai loro capricci di guerra e morte. La dolce Cordelia, privata di dote, andrà in sposa al re di Francia, sedotto dal suo candore e dalla sua onestà. L’estremo sacrificio di lei ridarà tardivamente a re Lear il regno da cui era stato spodestato, e con esso il lume della ragione. ‘Re Lear’ è la tragedia di una mistificazione inaudita che sconvolge le menti, è il pianto accorato cosparso dalla solitudine dell’uomo, preannuncia l’avvento del nichilismo sulla speranza salvifica. Il conte di Kent (Martino D’Amico), Cordelia, Fool (Claudia Campagnola) sono figure positive e velleitarie, intente a riportare in vita l’eroe tragico prigioniero della sua illusione, chiuso nel suo linguaggio ermetico e farneticante, privato di qualsiasi relazione con il mondo. Il re è caparbiamente, disperatamente solo. Come Macbeth. Kent paga stoicamente con l’esilio la propria virtù e la sciagurata ingratitudine del suo re. Fool rappresenta, insieme alla dolce Cordelia, la testimonianza di verità che, difficile da dimostrare, viene quasi sempre oscurata e violata ma esiste pur sempre e va ricercata a qualunque costo. Fool è il buffone che impersona la parola simbolo del dramma, è metafora della follia e della saggezza poiché rappresenta la coscienza di Lear, ma è anche il suo doppio e il ‘prolungamento affettivo’ di Cordelia. È uno dei tanti misteri sospesi del grande drammaturgo. La solitudine di ognuno di questi personaggi conferisce una dimensione spettrale all’intera vicenda. L’onnipotenza di un sovrano accecato dall’orgoglio che obnubila i sentimenti generando vendetta e odio, farà smarrire, con la ragione, il senso della vita e il potere dell’amore, sacrificato all’amore di potere. La tempesta del terzo atto, dopo la fuga dal castello, rappresenta il disordine interiore e mentale che dilania il sovrano ma anche quello morale di un regno dissoluto e servirà a ricondurlo alla ragione e alla umile riflessione sulla precarietà della specie. L’alterazione della realtà, la divaricazione tra il significato e la presunzione di esso, il rifiuto della propria condizione, come la commistione dei ruoli di quasi tutti i personaggi, strutturano la rappresentazione in un coacervo di intrighi di palazzo e sacrifici di vittime predestinate. Il voler essere incalza l’essere in un anelito delirante che sconquassa tutti e non appaga nessuno. I finti tradimenti nascondono veri misfatti, giovani rampolli pronti a sostituirsi ai padri macchiandosi del delitto più orrendo, servitori fedeli diseredati ed esiliati pronti comunque all’estremo sacrificio. La tragedia shakespeariana è un affresco di scene crude e delicate ma è il male a prevalere, e l’impotenza ad opporsi alla tragedia ineluttabile. Anche gli dei assistono inerti al massacro e sono, anzi, vilipesi. Padri contro figli, in uno scontro generazionale senza riserve. Fratelli contro, diabolicamente avvinti da un torbido legame che il pregiudizio e l’ambiguità alimentano. Oneril, Regan, Edmund (Francesco Maccarinelli), tre espressioni del male che pretendono un risarcimento generazionale da un passato che ne ha logorato energie represse; disposti ad uccidere e a sostituirsi al proprio genitore. E poi Edgard (Mauro Racanati), ingenuo e odiato dal proprio fratello bastardo e ripudiato dal padre, costretto a vagare travestito da mendicante fingendosi pazzo. Edmund figlio di un dio minore, cresciuto nel risentimento, che è disposto a qualsiasi macchinazione per odio e sete di vendetta verso il nobile fratello ed il padre, conte di Gloucester (Giuseppe Bisogno), servitore fedele del re; ne prenderà il posto con la menzogna e si macchierà del suo orrendo destino. Solo quando verrà fatto prigioniero dall’impostore duca di Cornovaglia e accecato, il conte comprenderà l’infamia subita e il suo terribile sbaglio. La scena della finzione sulla scogliera di Dover che il figlio Edgar attua per far desistere il padre dal suicidio è un capolavoro di teatralità e amore filiale. Quella struggente della veglia funebre di Lear alla figlia che lo aveva protetto fino all’ultimo, è un momento struggente di pentimento e di dolore inconsolato oltreché di accorato amore paterno. Lampi di tenero lirismo in uno scenario cupo devastato da grondante pessimismo. Solo la rinascita, l’alba di un mondo nuovo e più giusto, la faticosa risalita dopo la desolazione e la discesa agli inferi, può preservare l’umanità dall’angoscia e dall’autodistruzione. E proprio il vuoto della disperazione cosmica che segue alla inutile carneficina risiede nelle parole di Edgar che compendiano e chiudono il dramma quando tutto si è ormai compiuto: ‘Noi dobbiamo accettare il peso di questo tempo triste. Dire ciò che sentiamo e non ciò che conviene dire…noi che siamo giovani non vedremo tanto né tanto a lungo vivremo’. Edgar prende con sé il proprio destino e resta sulla scena del mondo, consapevole della fragilità ma anche della forza ritrovata. Perché si attui la riconciliazione, è necessario provare il baratro, passare attraverso la tempesta del male, del dolore, degli inganni e degli oltraggi più crudeli, della follia che annebbia e poi rinvigorisce le menti, anche se a volte il tempo della conoscenza prelude alla morte che sublima il riscatto.    

Foto di Valerio Faccini
Foto di Valerio Faccini

L’adattamento di Giancarlo Marinelli appare eccentrico e provocatorio, a volte scandalosamente attuale; rappresenta Shakespeare dopo essersi nutrito di Pasolini. L’analisi introspettiva se ne avvale solo in parte, la caratterizzazione di alcuni personaggi è accennata ma non compiuta. La narrazione risulta frammentaria e dispersiva, stenta ad infondere e a sostenere il pathos che l’opera naturalmente richiama. Giuseppe Pambieri è un ‘Re Lear’ inedito, prodigioso, tormentato, superbo, modula il personaggio con grande mestiere, connotandolo di coerente fierezza, amara rassegnazione e financo di ironia. Finalmente l’incoronazione che attendeva sin dagli esordi è giunta ed è stato il trionfo del teatro. Attore di lungo corso dalla personalità indiscussa, dotato di mirabile forza magnetica, è l’uomo solo al comando di un manipolo di volenterosi. Stella Egitto è una appassionata, deliziosa Cordelia, determinata e sicura di sé, non si smarrisce nel contrastare le insane pretese del genitore come nel sostenerne il trono per debito filiale denso di amore e rispetto mai rinnegati. Giuseppe Bisogno è un appropriato, intrepido conte di Gloucester: una performance di rilievo che cresce insieme all’azione scenica e tocca il culmine nel tentativo di suicidio del quarto atto dell’opera. Martino D’Amico è il devoto e onesto Conte di Kent, esiliato senza colpa e infine riabilitato.

Foto di Valerio Faccini
Foto di Valerio Faccini

Diligente e compassato. Antonio Rampino è un duca di Albania discutibile; timoroso e poco incisivo, non ha dalla sua nemmeno un accattivante physique du role per tener testa all’ infida Goneril. Silvia Siravo è, in proposito, l’altezzosa e malvagia figlia maggiore di Lear. Determinata e sicura, a volte eccede nella parte rischiando di diventare sguaiata. Andrea Zanforlin è il duca di Cornovaglia; manipolato dalla consorte Regan, interpretata da Guenda Goria, ne asseconda l’impacciata interpretazione. Mauro Racanati è il buon Edgar e Francesco Maccarinelli è lo sciagurato Edmund. Dotati di grande fisicità; intensa e convincente, se pure tendenzialmente leziosa, l’interpretazione dei due ‘fratelli’ in scena. Martina Tonarelli è Oswald, l’ambiguo, affettato e caricaturale messaggero di Goneril. Dulcis in fundo: Claudia Campagnola. È un irresistibile Fool, il Matto. Claudia è un concentrato di energia e simpatia radiante. Impartisce una autentica lectio magistralis di virtuosismo. Interpreta mirabilmente quello che non è semplicemente un giullare di corte ma la saggezza, la coscienza e financo il doppio che il sovrano ha smarrito. Fedele fino all’ultimo al suo re, ne rappresenta l’anima. Le sue filastrocche, i suoi bisticci di parole, la gestualità infantile e bizzarra sono un raro capolavoro comico di perfezione teatrale.

Le scene, inusuali e suggestive, ricche di effetti, sono di Lisa De Benedittis. I costumi colorati, artigianali e preziosi, sono di Daniele Gelsi.

Le foto di scena sono di Valerio Faccini.

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