Il “Don Giovanni” di Fornasetti

In scena al Teatro dell’Arte Triennale di Milano fino al 3 dicembre 2016

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Foto di Arianna Sanesi
Foto di Arianna Sanesi

Con questa produzione del Don Giovanni di Mozart, Fornasetti compie un’operazione ardita ma intelligente, creando una sorta di “Product Placement teatrale” che, se per certi aspetti appare un po’ forzato, diventa un’azione di marketing-artistico perfettamente riuscita.

L’atelier Fornasetti, che a sua volta incarna lo stesso sposalizio tra arte e business, riesce a declinare la propria immagine aziendale in un’opera scritta quasi 3 secoli orsono, allontanandola dagli elitari palchi dei grandi teatri e trasformandola in qualcosa di diverso, qualcosa che possa essere apprezzato e compreso anche da chi possiede un’estetica più contemporanea, avvicinando un pubblico più eterogeneo.

L’operazione diventa quindi doppiamente interessante: per il brand, che ne beneficia in termini di immagine, e per l’opera stessa, che può essere conosciuta ed apprezzata in un contesto diverso da quello a lei normalmente deputato.

Sarebbe ora che si smettesse di considerare la lirica come una sacra reliquia, ibernata in un nostalgico passato, e si cominciasse piuttosto a pensare ad essa come ad un’arte che può e deve avere ancora un ruolo nella società del terzo millennio. Benvenuti quindi i Fornasetti, e che ve ne siano molti altri in futuro!

Dopo questa doverosa premessa, va detto che questa prima non è stata priva di problemi, ma nel complesso è risultata piacevole.

Foto di Ray Tarantino
Foto di Ray Tarantino

Non è possibile paragonarla alle produzioni di Don Giovanni alle quali siamo abituati, nemmeno a quelle più ardite viste di recente, ma nel complesso questo dissoluto punito immaginato da Fornasetti possiede una sua estetica, peculiare e decisamente non convenzionale, ma apprezzabile.

Le scene di Barnaba Fornasetti riprendono i disegni e le forme tipiche dell’atelier, stampati su pannelli mobili che vengono introdotti in scena dal corpo di ballo, sullo sfondo un video wall incornicia le vicende dei protagonisti e alcuni elementi scendono dall’alto nei momenti clou della vicenda.

I protagonisti vengono quindi calati su di un piano metafisico e immateriale, che si distacca dalle vicende del libretto e non risulta sempre perfettamente comprensibile, se non forzato in alcuni momenti. Apprezzabile però il lavoro di ricerca estetica e il tentativo di fondere i lavori artistici prodotti dall’atelier con l’opera di Mozart.

La regia di Davide Montagna ha aiutato sicuramente i cantanti a compiere una ricerca psicologica profonda dei personaggi, ma risulta davvero troppo ingessata, relegandoli spesso sulla ribalta ad eseguire le arie, immobili e ad occhi chiusi.

Simone Toni e l’orchestra Silete Venti hanno compiuto un’operazione filologica davvero apprezzabile, a partire dagli strumenti d’epoca, fino alla distribuzione delle sezioni nell’angusta buca del Teatro dell’Arte. Nonostante questo sforzo, compiuto anche dal maestro che dirige in puro stile ‘700 (con tanto di sbuffi sulle maniche della camicia), il risultato non è stato perfetto, con diversi problemi di sovrapposizione delle sezioni e dell’orchestra sui cantanti (va detto però che in questo la pessima acustica del teatro potrebbe aver giocato un ruolo importante).

Riccardo Novaro è stato un Don Giovanni convincente e perfetto nell’interpretazione, nonostante un timbro non proprio morbido e non troppo ricco di colori. Nel complesso buona anche le prova di Krystian Adam nel ruolo di Don Ottavio, nonostante qualche difficoltà nei passaggi più difficili, e di Mauro Borgioni, che ha interpretato il Commendatore (vivo e morto) e Masetto.

Tra i cantanti maschili Renato Dolcini nel ruolo di Leporello è stato senza dubbio il migliore, sia nell’interpretazione, sia nel cantato, con un timbro ricco di sfumature e una resa del personaggio davvero apprezzabile.

Tra le interpreti femminili, invece, si è distinta Raffaella Milanesi, nel ruolo di Donna Anna, grazie ad un timbro delicato ma preciso, che le ha consentito di sottolineare tutte le sfumature dello spartito. Notevole anche Emanuela Galli, nel ruolo di Donna Elvira, nonostante qualche piccolo problema con i fiati.

Bene anche Lucía Martín-Cartón alias Zerlina, che ha un timbro interessante ma forse ancora da sviluppare bene nella scala cromatica.

A fine recita applausi entusiasti per tutti, in particolare per Novaro, Milanesi e Dolcini.

La recensione si riferisce alla recita di giovedì 1 dicembre 2016.

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