Provando… dobbiamo parlare, il ritorno al Teatro Ambra Jovinelli

Rubini, Ragonese, Bentivoglio, Cescon tornano a Roma per la commedia brillante su vizi e virtù di due coppie borghesi

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fotoDal teatro al cinema al teatro: questo il percorso di Provando… dobbiamo parlare la pièce scritta e diretta da Sergio Rubini che torna per il secondo anno consecutivo dopo il successo dello scorso anno con sold out al Teatro Ambra Jovinelli di Roma.

Se la metateatralità è la cifra stilistica principale dello spettacolo, anche il pubblico meno esperto ne viene messo immediatamente al corrente dall’intervento di Rubini che entra in scena a luci accese spiegando la genesi dello spettacolo e il suo iter: nato come soggetto cinematografico è stato prima provato dagli attori a teatro per approdare poi al cinema nella pellicola Dobbiamo parlare presentato in occasione del Festival del Cinema 2015 e tornare sul palcoscenico data la sua natura di commedia brillante da camera.

Rubini poi ha astutamente evitato spostamenti e cambiamenti ri-riportando a teatro gli attori protagonisti della pellicola, che includono oltre all’attore regista, volti noti del teatro e del cinema, Fabrizio Bentivoglio (grandioso nel ruolo), Michela Cescon e Isabella Ragonese.

Facile anche capire perché la commedia riscuota un così ampio successo a Roma: è un testo intrinsecamente capitolino nell’ambientazione, nei luoghi (siamo in una bellissimo, ma fatiscente attico terrazzatissimo nel cuore della città), ma anche nei personaggi borghesi intorno a cui è costruita.

Le corna poi sono corna, per tutti e sono non si tratta di corna si tratta comunque di tradimenti dell’anima anche per le due coppie di borghesi che si trovano a fronteggiare una lunghissima nottata in cui il vaso di Pandora viene scoperchiato per creare un inaspettato terremoto soprattutto nella coppia che sembrava più forte e stabile.

Rubini e Ragonese sono una coppia di intellettuali progressisti: lui scrittore un po’ in crisi, lei sua allieva e ghost writer (vent’anni più giovane) senza un patrimonio da spartire: ma si amano e sembrano essere la coppia perfetta.

Una sera come le altre irrompe in casa l’amica Michela Cescon, dermatologa alto borghese che ha scoperto (via whatsapp) il tradimento del marito, il famoso e impegnatissimo chirurgo Fabrizio Bentiviglio.

Facile intuire che la coppia di intellettuali si troverà alla prese con le reciproche accuse e recriminazioni della borghese coppia fedifraga cercando di salvare il loro matrimonio fatto di interessi.

Se la coppia di medici alto borghesi e ricchi sembrano essere la summa dei peggiori vizi sociali, dall’ostentazione volgare delle proprie ricchezze, ai rapporti utilitaristici, dal cospicuo conto in banca, fra avvocati e conti in banca, fra sotterfugi e tradimenti è anche vero che la coppia di intellettuali che non ha patrimoni da spartire e che sembra condividere la propria vita solo per amore, non è così esente da problemi reali. Saranno soprattutto loro che finiscono per dirsi tutto il non detto fino a questo momento fra recriminazioni, vite parallele, aspettative frustrate fino a scoprire tradimenti emotivi. E dopo quella notte tutto sarà diverso. O forse no.

Particolarmente in forma il bel quartetto d’attori: Sergio Rubini è a suo agio nel ruolo di intellettuale progressista e un po’ narciso, convincente la freschezza di Isabella Ragonese, nel ruolo della rassicurante (?), ma delusa compagna che vive all’ombra del suo compagno, esplosiva l’interpretazione di Michela Cescon nel ruolo della dermatologa tradita e fedifraga alle prese con un ruolo da nevrotica, lode a Fabrizio Bentivoglio in un ruolo diversissimo dalle sue corde che si misura con un personaggio volgare, qualunquista, attaccato ai soldi, egocentrico che parla in romanesco.

Su una linea di plot già sfruttata tutto sommato, la commedia brillante sembra funzionare al meglio trasformandosi in una pièce piacevole che riserva anche qualche colpo di scena, ma che mette in mostra il peggio delle due coppie in scena (in cui ci si può riconoscere purtroppo a tratti), ma senza cattiveria o la spietatezza di uno sguardo feroce. Ma lascia l’agrodolce in bocca facendo riflettere il pubblico.

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