La Traviata

In scena al Teatro alla Scala di Milano fino al 14 marzo 2017

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Siamo nel 1853, Venezia è ancora parte dell’impero Austroungarico e al Teatro la Fenice va in scena la prima di un’opera che, per molti aspetti, avrebbe segnato il melodramma e il teatro musicale almeno fino ad oggi.

Verdi, in fondo, lo aveva capito: anche se aveva più volte scritto “sarà un fiasco completo” a causa delle scelte impostegli sul cast, sapeva che quel lavoro, così ardito per l’epoca, avrebbe segnato uno spartiacque.

La prima di Traviata non fu un fiasco completo, come lo stesso Verdi aveva preannunciato, ma il successo vero arrivò l’anno successivo al teatro San Benedetto, anch’esso nella Venezia in procinto di diventare italiana, e fu un vero trionfo che si ripete ancora oggi in tutti i teatri del mondo.

Oggi, infatti, La Traviata è l’opera più rappresentata al mondo, nonché una delle più conosciute e delle più apprezzate anche nel tempio del melodramma, il Teatro alla Scala, che con questo allestimento ha registrato il sold out per tutte le date.

In questo spartito Verdi anticipa di molti anni quel verismo divenuto piena espressione di Puccini, ricamando la sua musica sul libretto di Francesco Maria Piave come un intreccio perfetto, che aderisce alle liriche e le arricchisce di prezioso splendore.

Eppure, in questa Traviata scaligera, di cui si è parlato molto nelle ultime settimane, quello che appare con maggior evidenza è un effetto opulento e maestoso dato dalle scene e dai costumi, e una orchestrazione di Nello Santi eccessivamente leziosa.

Ma andiamo con ordine.

Questo allestimento è ripreso da una produzione del 1990 e, nonostante il peso degli anni sia percepibile, mantiene tutta la sua magnificente opulenza, con l’imponente scenografia di Dante Ferretti, i costumi principeschi di Gabriella Pescucci e la regia di Liliana Cavani, che segue il libretto alla lettera e ci consente di apprezzarlo fino in fondo, cosa rara al giorno d’oggi.

L’effetto finale è zeffirelliano, ben congegnato e perfettamente funzionale, sorprendente non nella forma ma nella sostanza, insomma “come si faceva una volta”.

Le note dolenti arrivano però a livello musicale. La concertazione di Nello Santi è stata lenta in modo esasperante, soprattutto nel primo atto.

Una lettura che ha trasformato i valzer in un preludio alla tragedia, più che in un momento di spensieratezza come siamo abituati ad ascoltarli: Violetta ci è sembrata non una cortigiana che si innamora del suo Alfredo, ma piuttosto una donna già in procinto di farci assistere alla sua morte, con qualche difficoltà respiratoria dovuta non alla tisi, ma ai fiati che il maestro l’ha costretta a spingere così a lungo.

Santi, inoltre, indugia su un cromatismo bicolore, dipingendo uno spartito troppo spoglio di chiaroscuri e caricato con intensi bianchi e neri, che si traducono in pianissimo e fortissimo in mezzo ai quali la bacchetta si è mossa con fare affannoso.

Infine non ci è piaciuta la scelta di concentrare tutto il peso drammatico su di un’attesa spasmodica del finale, che da sola fatica a sorreggere l’architettura dell’insieme. Una scelta che senza dubbio ha visto d’accordo regista e direttore.

Ailyn Pérez è una Violetta tecnicamente quasi ineccepibile (solo qualche piccola sbavatura e qualche difficoltà dovuta ai tempi eccessivamente lenti di Santi, come già detto) ma che non riesce a trasudare la complessità psicologica e sentimentale del personaggio. Ha un timbro rotondo nei fiati pieni e delicato nei piano e pianissimo, ma non riesce a mettere a nudo l’anima del personaggio e a mostrarci una violetta convincente, che ci faccia emozionare.

Ivan Magrì ha sostituito all’ultimo Francesco Meli e, tolta qualche difficoltà nel primo atto, ci restituisce un Alfredo senza slanci emotivi, ma sicuro e baldanzoso, con un timbro apprezzabile e una tecnica all’altezza della situazione.

Leo Nucci nel ruolo di Germont padre ha qualche difficoltà evidente con i fiati, ma è una figura perfetta nel ruolo, e ci regala dei momenti davvero alti nei duetti del secondo atto con Pérez. Forse i meglio riusciti dell’intero spettacolo.

Il coro ha risentito, come è naturale, dell’orchestrazione, tagliando i cromatismi con l’accetta e restituendoci un risultato di grande livello, come siamo abituati, ma meno interessante di quanto avremmo voluto.

A fine spettacolo, comunque, applausi scroscianti e convinti, con qualche standing ovation in platea, in particolare per Nucci che si è presentato sul palco non senza difficoltà a causa dell’età avanzata.

La recensione si riferisce alla recita di Venerdì 3 Marzo.

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La Traviata

Melodramma in tre atti.

Musica di Giuseppe Verdi

Libretto di Francesco M. Piave

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Coro, Orchestra e Corpo di Ballo del Teatro alla Scala

Produzione Teatro alla Scala

Direttore: Nello Santi

Regia: Liliana Cavani

Scene: Dante Ferretti

Costumi: Gabriella Pescucci

Luci: Marco Filibeck

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CAST

Violetta Valery: Ailyn Perez

Flora Bervoix: Chiara Isotton

Giorgio Germont: Leo Nucci

Alfredo Germont: Ivan Magrì

Barone Douphol: Costantino Finucci

Marchese D’Obigny: Abramo Rosalen

Dottor Grenvil: Alessandro Spina

Annina: Chiara Tirotta

Gastone: Oreste Cosimo

Giuseppe: Jérémie Schütz

Domestico: Gustavo Castillo

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