Fine pena: ora

In scena al Piccolo Teatro Grassi di Milano fino al 22 dicembre 2017

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Foto di Masiar Pasquali

Quanto è umana quella piccola cosa chiamata teatro?

Un giudice (Sergio Leone) e un criminale (Paolo Pierobon). In scena (in vita) in un confronto trentennale, che passa veloce e va in un’ora e mezza di teatro.

Una. Lettera. Dopo. L’altra.

Elvio Fassone e Salvatore M. si conoscono durante il Maxiprocesso, lontano ormai nello spazio e nel tempo: Palermo 1986. L’uno chiamato a giudicare, l’altro obbligato ad essere giudicato. Il finale di questo primo atto è la più definitiva delle sentenze: ergastolo.

Secondo atto. Cos’è l’ergastolo? È da questo rovello che prende le mosse una strana amicizia tra due uomini che, a senso, dovrebbero odiarsi, in realtà, scelgono di vivere la loro vita insieme in un confronto di parole pulite, da ritrovare. Il giudice comincia così a scrivere lettere al suo imputato: non è scontato che le legga; non è detto che le voglia ascoltare; è assolutamente improbabile che risponda.

La prima parola da riscoprire è Libertà. La Libertà che non s’arrende alla condizione del carcere, non si può rinchiudere o negare, è essenziale ed esistenziale, privata e intoccabile. Continua ad esistere anche con l’ergastolo, basta coltivarla. È fatta di poesia, teatro, sentimenti, confronti, ricordi, aria… la stessa aria che l’individuo respira e circonda la Terra: troposfera, stratosfera…

C’è, poi, la parola Uomo. Salvatore M. dice al giudice che in Sicilia è il luogo dove vivi, la via, l’appartamento in cui nasci, a decidere che uomo diventerai

Dove sono nato io i destini sono due: il carcere o la tomba

Il giudice Fassone, lettera dopo lettera, dimostra che non è così: non c’è destino, ma solo scelta. Chi mai direbbe che destino di un giudice è scrivere a un criminale? Chi mai potrebbe prevedere che la Legge scelga di apprendere la giustizia dal condannato? È la scelta a fare l’Uomo e la scelta non è mai definitiva, ma sempre in divenire. Come la Libertà. Si adatta e cambia come la luce. E, allora, ancora, ripeti: troposfera, stratosfera, mesosfera…

Tommaso Buscetta, dopo aver deciso di dar vita a una lunghissima notte di pentimento con Giovanni Falcone, gli disse di prepararsi ad imparare parole nuove. Perché la Mafia usa parole diverse: uguali a quelle degli uomini, ma stravolte nel significato. Il Giudice Elvio Fassone con Salvatore M. lavora proprio sulla parola: soppianta un lessico famigliare e stravolto, per farne germogliare uno più autentico e consapevole.

Epilogo. È tutta questione di comprensione: di lettere e parole. Allora, ancora: troposfera, stratosfera, mesosfera, termosfera, esosfera, ionosfera…

Tutto questo, in questa storia, non è romanzo. È vita.

In questo Teatro, non è arte. È umanità.

Mauro Avogadro sceglie di portare in scena il carteggio tra Fassone e Salvatore M. con una continua interruzione dell’unità spaziale e temporale del Teatro. Lo spettacolo procede per momenti, che rimandano, sì, alle sequenze del cinema, ma anche ai tentativi che fanno gli uomini in vita per instaurare rapporti, far nascere sentimenti. A unire tutte le sequenze, pagine di lettere o momenti di esperienza che di si vogliano, lo splendido lavoro musicale di Gioacchino Balistreri, troppo curato per essere vita; troppo semplice per essere artificio. È puramente arte. La scena, firmata da Marco Rossi, respira l’aria che il Giudice e il Criminale vivono, è essa stessa viva: cambia costantemente, creando spazi, ora, claustrofobici; ora, tanto grandi da costringerti a sentirti isolato; ora, composti da pesi disposti ordinatamente, come in un quadro di Sironi o Hopper, ma ordinatamente pronti anche a franarti addosso. Il risultato: gli attori sono sempre chiamati ad adattarsi umanamente al cambiamento, senza mai perdersi in una pericolosa identificazione con i personaggi. Perché, allora, starebbero “facendo il teatro”. Sulla scena, due attori bravissimi (Leone e Pierobon): veri compagni d’arte, che impersonano reali compagni di vita.

Da pubblico, la sensazione non è quella di essere in una sala teatrale, ma di trovarsi al di là di un vetro divisorio a spiare questo strano rapporto. Che possiamo chiamare Amicizia?

Amicizia. Un ergastolo virtuoso tra Uomini, scelto con assoluta Libertà, perché, davvero, il fine della pena sia: ora.

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Visto al Piccolo Teatro Grassi, Milano, il 21 novembre

FINE PENA: ORA

di Paolo Giordano

liberamente tratto dal libro di Elvio Fassone

Regia Mauro Avogadro

con Sergio Leone e Paolo Pierobon

Scene Marco Rossi

Luci Claudio De Pace

Costumi Gianluca Sbicca

Musiche Gioacchino Balistreri

Assistente scenografa Giulia Breno

Assistente alla Regia Pasquale Di Filippo

Produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro D’Europa

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