Hallo! I’m Jacket! (il gioco del nulla)

Andato in scena all’Auditorium del Centro Sociale di Salerno il 2 febbraio 2018

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produzione Compagnia Dimitri/Canessa e Associazione Sosta Palmizi

con il sostegno di MiBAC-Dipartimento dello Spettacolo e Regione Toscana-Settore Spettacolo e Armunia, Festival Inequilibrio.

regia: Elisa Canessa

con: Federico Dimitri e Francesco Manenti

ass. artistica: Stefano Cenci e Giorgio Rossi

disegno luci: Marco Oliani

durata: 60’

Spettacolo finalista In-Box 2017

Selezione Visionari Kilowatt Festival 2017

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Gli spettatori affollano l’atrio e premono verso le porte ancora chiuse. C’è uno spingi-spingi, come a scuola al suono della campanella, ma qui sono adulti, in maggioranza donne, che premono con disinvoltura, pronte a scattare come all’entrata dei grandi magazzini il giorno dei saldi.

Perché in Italia, anzi a Salerno, si spinge? Perché si ha fretta? Si sa che i posti ci sono. Tutti tranquillamente ci metteremo seduti, eppure la voglia di arrivare primi attraversa i muscoli come un’adrenalina iniettata. Si sente nell’aria. C’è una forza latente, una rivalità appena mascherata che rende tutti antagonisti, tranne quelli del proprio gruppo, quelli con cui si è arrivati a Teatro, e con cui dopo si andrà a mangiare la pizza. Pertanto vige una sorta di complicità: il primo che arriva prende il posto anche per gli altri. C’è una fame di tutto in questa città, in questa società.

La terza stagione di Mutaverso Teatro, diretta da Vincenzo Albano, al secondo appuntamento presenta lo spettacolo “Hallo! I’m Jacket! (il gioco del nulla)”.

E finalmente, in perfetto orario, si entra.

Lo sciame di cavallette prende posto e ancora si agita, poi lentamente si placa il clamore.

Da sempre il teatro è stato occasione di incontro e crescita come “Segno dei tempi” ed ancora oggi lo è.

Dopo il saluto del direttore artistico si spengono le luci e si attende un nuovo miracolo.

Come diceva il grande Federico Fellini, si ritorna bambini ogni qualvolta nel buio si attende un inizio. Quando si apre il sipario un brivido di eccitazione attraversa la sala e anche in mancanza del sipario, l’attesa crea sempre un’aspettativa magica.

Nel teatro contemporaneo si dà poca importanza al sipario, anzi nulla, eppure il sipario vivrà la sua rivincita, prima o poi.

Un faro illumina la scena quasi vuota che rende imponente un armadio di normali dimensioni.

Ma l’attore entra dalla sala spavaldamente, pavoneggiandosi e guardando il pubblico avanza compiaciuto. È nudo, a parte un costume da bagno e una buffa cuffia in testa.

Come salisse sul ring, pugilatore dilettante con ambizioni di carriera, mostra agli astanti i suoi muscoli e prova saltelli di riscaldamento prima di innalzarsi sul palco come se la scaletta fosse un trampolino o piuttosto un podio.

Ecco il podio ambito ed agognato! Ma dall’armadio spunta un secondo attore, ombra o sosia del primo. L’eterna rivalità del doppio, specchio e riflesso dell’azione che concretizza il pensiero. Bisogna mettersi in gioco, fare di tutto pur di arrivare… Ma dove? Cosa si è disposti a fare per arrivare?

Tutto risulta alla fine assorbito, mescolato, triturato nella dimensione trionfante e paradossale del “persiflage”.

Divertimento puro, sano, infantile, senza nulla a pretendere.

Artigianalità e semplicità.

Si intuisce un soffio di profondità problematica, ma dove vogliono arrivare?

La storia non c’è, almeno così sembra ad una lettura superficiale, ma la follia delirante che i due attori-atleti-clowns esprimono in scena, con notevole dispendio di energia fisica ed emozionale, lascia intravedere una valvola di sfogo in cui ciascuno può disegnar, volendo, tratti e considerazioni proprie.

Si affaccia alla mente il ricordo di Totò con la sua famosa aneddotica e la risposta finale di un celebre episodio: “Ma io mica sono Pasquale!”

Giusto, ma allora Pasquale chi è? Ciascuno di noi che continua a prendere schiaffi senza mai ribellarsi perché in fondo… non siamo Pasquale… Pasquale come Jacket?

Un compendio di esercizi primordiali, le basi tecniche di allenamento, tutto ciò, o almeno parte del bagaglio che un allievo trova nelle lezioni di Laboratorio Teatrale: le camminate, le capriole, l’imitazione e l’identificazione degli animali, le rotolate sotto il telo alla ricerca dell’uscita, la gabbia, il liquido amniotico, lo scontro con l’altro per tastare l’intesa, e la prova… accettare la prova e superarla, competizione pura mitigata dalla necessità di sintonia in scena.

L’armadio-scatola magica ricorda le piccole televisioncine giocattoli di moda molti decenni fa. Antesignane dei videogiochi, anche se molto diverse, bastava girare una manovella per scorrevano delle immagini. Si vendevano anche come ricordini davanti alle cattedrali e ai monumenti storici.

Televisione dunque: i riferimenti sono espliciti e danno significato al sottotitolo “Il gioco del nulla”. Tutto diventa spettacolo e quindi lo spettacolo evapora nel nulla.

La ricerca teatrale viene smembrata nelle sue mille sfaccettature dagli attori che si contendono la possibilità di rimanere in gara in un gioco crudele che la televisione ha creato con i Reality.

Si gareggia, si compete, si danza, ci si sporca con schiuma ed acqua in un gioco che vuole contaminare, esacerbandola, la purezza intellettuale, accettando come imperativo categorico la voce esterna che apre e chiude il televoto.

Tendenza monologante dove il testo è sintetizzato in pochi e laconici fonemi e sillabe ripetute.

Il pubblico ha partecipato, felice e sollevato di poter alleggerire il peso esistenziale in una catartica risata collettiva.

Quanto fa bene ridere!!! Quanto ridono i bambini! E quanto sono saggi e liberi nell’espressione della loro autonomia, privi di pregiudizi nell’accettazione completa dell’altro. Giocano seriamente convinti del proprio ruolo. Vivono pienamente la dimensione fantastica che hanno creato con la fantasia. Anche il teatro è un gioco serio!

Qualcuno alla fine dello spettacolo ha detto: “Finalmente! Ne avevamo proprio bisogno!” e ancora: “Bravi. Che energia!”

Anche una risata può essere stimolo di riflessione. I giullari di corte, sbeffeggiando i potenti e ridicolizzando argomenti scottanti, spiattellavano verità nascoste e il nostro grande amato Dario Fo è stato maestro dell’opera buffa.

Bravi gli attori e molto simpatici, teneri, ammiccanti ed elegantemente coinvolgenti.

Bella prova! Ora si può andare in scena!

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