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Petrolio. Storie dalla Lucania Saudita

Andato in scena al Teatro India di Roma

PetrolioUna bella prova di teatro sociale. Il monologo di Ulderico Pesce è un canto d’amore alla sua terra, la Basilicata, territorio fertile di boschi e colture, disseminato di borghi e castelli, con la più bassa densità abitativa d’Italia. La scarsa antropizzazione rende la regione incontaminata, bella allo stato originario.

Nell’alta Val d’Agri Viggiano è il paese delle arpe e del culto della Madonna Nera, il più importante santuario mariano del Mezzogiorno, posto sul sacro Monte. Ma anche della più grande piattaforma petrolifera d’Europa nel fondovalle.

Ulderico Pesce inizia in sordina il piccolo affresco di un paese montano dai ritmi stentati, dove per devozione tutte le donne si chiamano Maria e gli uomini invocano lavoro e dignità.

Quando negli anni ’90 una fiamma alta 15 m si sprigiona nel fondovalle sembra il segno di una svolta. Inizia lo sfruttamento petrolifero da parte dell’Eni con 42 pozzi e il Centro Oli per la prima fase di raffinazione. Le royalties foraggiano sagre popolari, concerti e rifacimenti stradali.

Finalmente il benessere?!

Maria è la giovane figlia di Giovanni, studia ed ama le piante ed è la gioia del padre che lavora con un contratto precario per vent’anni come addetto alla sicurezza dei serbatoi esterni nell’impianto. Davanti alla loro casetta in località Le Vigne la fiamma continua a bruciare emettendo tossico idrogeno solforato. Giovanni ritira le analisi cliniche della figlia che rivelano una grave patologia del sangue e, intanto, scopre che c’è una perdita in un serbatoio esterno da cui il petrolio si disperde sottoterra fino a giungere alla diga del Pertusillo, bacino artificiale per l’approvvigionamento idrico di Puglia e Lucania.

Denunciare o tacere?

Se denuncia, il Centro Oli chiude, lui perde il posto, la figlia non può finire l’università a Potenza e non può curarsi perché chiuderebbe anche il Crob sovvenzionato dalle royalties petrolifere.

Ormai quella terra è la Lucania Saudita, da cui ogni giorno vengono estratti 100mila barili di petrolio che causano agli abitanti danni ambientali irreversibili, un alto indice di mortalità tumorale e aspettative economiche tradite.

Intanto la pianta di Maria sul davanzale muore. Chi tocca il petrolio muore. Muore la gente comune, è morto Enrico Mattei in un incidente aereo che sa di sabotaggio, è morto Pasolini che ha lasciato incompiuto il romanzo Petrolio.

La Val d’Agri si tinge di nero, più del nero della Madonna di Viggiano.

Giovanni parla. Ulderico Pesce parla, anzi urla una verità inconfutabile, mista a dolore, rabbia e lacrime. La vicenda di un singolo condensa il racconto collettivo di una comunità che diventa drammaturgia per continuare a focalizzare l’attenzione sugli sversamenti di greggio in Lucania, terra sfruttata e tradita perché il lavoro manca come prima, le infrastrutture nessuno le ha realizzate e l’emigrazione continua massiccia, l’indotto industriale non è decollato, il miele delle api della Val d’Agri contiene elevati valori di benzene e le royalties sono le più basse del mondo (7%), mentre l’Eni, la Shell e la Total incassano enormi profitti.

Monitorare, vigilare è ciò che i lucani e gli italiani tutti continuiamo a sperare per preservare il territorio e la salute.

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