La potenza delle parole

Intervista a Vera Gheno, sociolinguista, docente dell’Università di Firenze, curatrice della pagina Twitter dell’Accademia della Crusca, traduttrice

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Vera Gheno
Foto di Umberto Costamagna

Nata in Ungheria, classe 1975, Vera Gheno è sociolinguista e tante altre cose di cui parliamo qui sotto. Ha uno stile un po’ dark e un grande paio di forbici da sarta tatuato sull’avambraccio. Cita con la stessa naturalezza rinomati linguisti e personaggi della cultura pop di oggi. L’ho incontrata alla sua scrivania, in una delle due stanze dedicate alla redazione della consulenza linguistica dentro la Villa di Castello, sede della Crusca. Circondate da grossi volumi rilegati, tra l’odore della carta e del caffè, abbiamo conversato sulla parole che diciamo e su cosa loro dicono di noi.

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Tu sei – in ordine sparso – sociolinguista, docente dell’Università di Firenze, curatrice della pagina Twitter dell’Accademia della Crusca, traduttrice. Come si svolge la tua giornata?

Come tutti i precari faccio le cose nell’ordine in cui è necessario farle e vivo in base alle scadenze, perciò devo avere capacità di adattabilità e di pensiero non lineare. Ogni giorno è costruito su misura: la mia agenda cartacea – perché ancora mi fido più della carta – è un insieme di cose che si incastrano. Quando ho un libro da tradurre, per i successivi 2, 6, 12 mesi quello diventa un lavoro quotidiano, un po’ come quando Stephen King dice che lui scrive un tot di ore al giorno: so che devo dedicargli quel tempo. Tendenzialmente riesco a gestire tutto, il problema è più incastrare in questa situazione lavorativa esplosa la vita reale, come ad esempio i colloqui scolastici di mia figlia.

Che cos’è la sociolinguistica?

La sociolinguistica è una disciplina di confine, una branca della linguistica che ha dei contorni molto indefiniti: da un parte noi ci sentiamo soprattutto linguisti, perché ci occupiamo di come parlano e scrivono le persone, del perché fanno determinate scelte linguistiche e cosa queste dicono di noi. Dall’altra c’è un’impronta sociologica molto importante, che nasce dalla convinzione che tutto quello che noi diciamo ha una ricaduta sulla nostra posizione sociale e sulla percezione che hanno gli altri di noi. Molti linguisti tradizionali sconfessano la rilevanza della sociolinguistica, ritenuta poco scientifica perché al limite tra diverse discipline. I primi studi negli anni ’60 furono molto contestati: W. Labov analizzò le competenze linguistiche degli abitanti dei ghetti delle grandi città americani e individuò una connessione stretta tra modo di parlare e scrivere ed estrazione socio-culturale: ma questo andava in contrasto con l’american dream, con l’idea che, quale che sia il tuo background, tu puoi arrivare ovunque. Sui social, dove non abbiamo corporeità, siamo privi di tutti gli strumenti extralinguistici della comunicazione, come gestualità, prossemica, tono della voce, la lingua ha un ruolo ancora più rilevante per definirti agli occhi degli altri.

Il tentativo tuo e di altri membri e collaboratori dell’Accademia della Crusca sembra essere quello di togliere un po’ la polvere, svecchiare questa istituzione e renderla meno austera, nell’immagine e nel contenuto. È così?

In realtà io non penso che la Crusca abbia bisogno di essere svecchiata. La direzione da almeno 20-25 anni è quella di aprirsi al pubblico generico, di non essere un punto riferimento solo sul piano scientifico ma anche per tutte le persone. Il primo passo di apertura di canali di comunicazione verso i non professionisti della lingua è stato con Giovanni Nencioni e con l’apertura de La Crusca per voi (foglio semestrale dedicato alle scuole e agli amatori della lingua, ndr) in seguito a una raccolta fondi indetta da Indro Montanelli perché la Crusca rischiava di chiudere. Tutto il resto è nato semplicemente perché la Crusca vuole essere in grado di rimanere in linea con le possibilità comunicative del tempo, perciò ha aperto un sito web a fine anni ’90, quando ancora la maggior parte delle persone non sapeva cosa fosse internet. Negli anni 2000 avevamo un forum di discussione, prodromo dei social, dove gli utenti e tutti gli interessati potevano discutere di questioni linguistiche. Il problema è che, complice la grafica fuorviante, molti non avevano chiaro che non c’erano gli accademici a rispondere, per cui onde evitare fraintendimenti tra la voce ufficiale della Crusca e gli utenti del forum, abbiamo deciso insieme a Marco Biffi, responsabile del settore, che era meglio chiuderlo. I forum si trovano ancora e continuano a creare confusione quando qualcuno li cita. Quando poi nel 2012 è stato rinnovato il sito, è stato naturale aprire i canali social: Facebook e Twitter, che hanno presto riscosso successo anche senza pubblicità, e poi Youtube (che gestisce Stefania Iannizzotto, insieme a Facebook). Nel 2016 con l’affaire “petaloso” siamo stati costretti ad aprire il profilo Instagram perché ce n’era uno falso; per ora è poco attivo ma magari lo sarà di più in futuro, così da intercettare un altro comparto anagrafico, quello dei più giovani. In Crusca si trovano sia i tradizionalisti che le avanguardie, ma l’idea che sia fortino di purezza è propria della vulgata. Del resto, la Crusca nasce in opposizione all’Accademia Fiorentina, ha già in origine un intento diverso da quello della formalità; i suoi membri di fine ‘500 si chiamavano brigata dei crusconi e le loro riunioni, dove si mangiava in una cornice amichevole e si discuteva in allegria, stravizzi (proprio così, con due zeta!), perciò non siamo mai stati così seri. 

Vera GhenoHai scritto tre libri: Guida pratica all’italiano scritto (senza diventare grammarnazi) (ed. Franco Cesati), Social-Linguistica. Italiano e italiani dei social network (ed. Franco Cesati) e Tienilo acceso: Posta, commenta, condividi senza spegnere il cervello insieme a Bruno Mastroianni (ed. Longanesi). Come nascono?

Sono i libri che hanno trovato me e non viceversa: come tutti quelli che lavorano all’università e alla Crusca ho scritto molto saggi in questi ultimi quindici anni, poi è successo che una mia ex studentessa, Silvia Colombano, è diventata caporedattrice alla Franco Cesati Editre e quando è stata incaricata di creare una collana di testi brevi, le Pillole, mi ha proposto di scrivere il libro di testo del laboratorio di italiano scritto, che io tengo da tempo alla facoltà di Scienze umanistiche per la comunicazione e che lei ha frequentato. Per il corso mi appoggiavo un po’ a Massimo Prada per il laboratorio, un po’ a Gaetano Berruto per la sociolinguistica, ma non c’era un testo unico. Dopo un cambio di titolo all’ultimo minuto (avrebbe dovuto chiamarsi “Laboratorio di italiano scritto”, ma l’ufficio stampa l’ha bocciato in tronco), è stato un piccolo caso editoriale: ha venduto circa 6000 copie il primo anno, cosa incredibile per un saggio di una piccola casa editrice, ed è anche un long seller, con circa 1500 copie l’anno. Ha cambiato la vita a me e alla casa editrice, pensa che è un libro che la gente compra come strenna natalizia! Social-linguistica viene di conseguenza: la casa editrice mi ha proposto di scrivere sulla comunicazione mediata, su cui avevo già scritto molti saggi, in più non ci sono molte monografie sulla lingua, quasi solo il caposaldo di Elena Pistolesi, Il parlar spedito. L’italiano di chat. E-mail e sms (ed. Esedra) e poco altro. Questo secondo libro ha venduto molto meno perché è un vero e proprio saggio tecnico, perciò è presenza diffusa nelle biblioteche universitarie ma non è una strenna natalizia. Tienilo acceso nasce da un’attività pro bono che io e Bruno Mastroianni, mio collaboratore e compagno, facciamo nelle scuole per educare al digitale. Di solito la formazione su questo tema si riduce o a educazione del mezzo (come usare Word, Excel, …) o a monito dai pericoli della rete (cyberbullismo, dark web, phishing, …), ma nessuno spiega “come vivere felici e connessi”, come stare bene in rete “in tempo di pace”, come dice Bruno. Quando abbiamo proposto a Longanesi di scrivere il libro su questo, abbiamo avuto carta bianca. Quello che doveva essere un testo breve è diventato un tomo di 300 pagine, di cui Stefano Bartezzaghi ha detto «i social saranno insegnati nelle scuole e questo sarà il manuale», che non è male come striscia di copertina. Chiaramente ha dei limiti nella vendibilità perché prima di tutto devi convincere le persone che ne hanno bisogno, bisogna vincere la ritrosia: quando andiamo nelle scuole, dopo averlo presentato ai ragazzi, arrivano insegnanti e genitori che riconoscono di avere un gap di conoscenza con le generazioni più giovani. Se il ragazzo può insegnare dal punto di vista tecnico, l’adulto può e deve insegnare nozioni antiche: educazione civica e etica della comunicazione. Le cose che servono per stare bene online sono le stesse che servono per stare bene in società, con la differenza, rispetto a prima, che la società di adesso è diventata ipercomplessa nelle relazioni grazie a internet.  

In più di un’occasione hai detto una frase che mi è piaciuta molto: «la lingua è un atto di identità», e ancora «le parole compiono atti». Sembrano frasi d’effetto e d’affetto di una che con le parole ci lavora, ma cosa significano?

Che la lingua sia un atto di identità non lo dico io, lo dicono decine di anni di studio sulla creolistica: i linguisti che si occupano specificamente di cosa succede quando ci sono problemi di identità, proprio in senso nazionale, e problemi di lingua in paesi dove troviamo diglossia, bilinguismo e trilinguismo, dilalia. Il libro Acts of identity – Creole-Based Approaches to Language and Ethnicity di R. B. le Page e Andrée Tabouret-Keller, che per me è uno di quei testi fondanti che ognuno ha nell’ambito della propria competenza, parla di come si crea un’identità nazionale attraverso l’acquisizione di una lingua comune, come è successo in Italia (parafrasando Massimo D’Azeglio «fatta l’Italia bisogna fare gli italiani»), o al contrario di come si opera una separazione coattiva della lingua insieme a quella nazionale dello stato. A livello individuale, la lingua che scegliamo di usare racconta qualcosa di noi agli altri, anche quando non ci facciamo caso. Banalmente, l’accento che tutti abbiamo in Italia dice di noi qualcosa che non è neutro: il veneto è polentone, il siciliano mafioso, il romano simpa, il milanese efficiente e così via. Appena apri bocca, dai adito a giudizi su di te. Posto questo, l’atto di identità può essere involontario – per esempio quando uso “negro” senza rendermi conto della reazione che elicito nell’altro – o volontario, se sono responsabile e cosciente delle parole che uso. Poi c’è tutta la teoria degli atti linguistici: in base alle relazioni tra le persone, le parole possono avere il potere di fare delle cose, determinare conseguenze pratiche: il sindaco sposa, il medico dichiara la nascita e la morte, il giudice manda in galera, il professore boccia o promuove. Questo dimostra la potenza delle parole; pensiamo al giuramento: quando giuro di dire la verità non temo la saetta divina, ma è un atto di grandissima serietà in cui garantisco la verità, semplicemente attraverso una formula a parole. È una roba di una potenza incredibile, mentre noi troppo spesso usiamo le parole come fossero degli orpelli. 

Che rapporto hai con il teatro?

Sono un po’ agorafobica, per cui tendo a evitare posti con tanta gente, a meno che non ci sia un tavolo in mezzo e io non sia dietro! Fino a 15 anni ho fatto teatro, poi, dopo un periodo di grande timidezza, con le conferenze, gli speech, i TEDx ho riacquistato il piacere della performance. Ogni conferenza ha la parte “di ciccia”, del contenuto, ma anche quella della presentazione: se non sei in grado di essere brillante, perdi il pubblico. Ormai è questo il mio rapporto con il teatro, molto raramente ci vado, mi piacerebbe frequentarlo di più ma con la vita così esplosa è difficile. Una delle mie migliori amiche fa match di improvvisazione, di solito non vado a vederla perché mi viene l’ansia per lei e non riesco a guardarla senza stare male, però qualche volta l’ho invitata in conferenze che ho fatto e ho molto apprezzato la sua capacità di stare sul palco.

Il teatro è un mezzo di comunicazione, ha un linguaggio e forse si può dire che è un linguaggio. Che lingua parla il teatro?

Il teatro è settore preciso della lingua, stando alle vecchie classificazioni è un testo scritto per essere recitato, che prevede una fruizione, sia attiva che passiva, orale. Questo lo rende un testo particolare, per certi versi vicino al testo letterario, ma con l’influsso del lessico parlato. Un parlato che però è super controllato, anche nel dialetto: gli attori fanno corsi di ortoepia per recitare senza inflessioni. Sto parlando ovviamente dell’attore nascente, certo se sei Gigi Proietti puoi parlare in romanesco. È un mondo molto affascinante, perché gli attori, identificandosi col personaggio, presentano un sé stesso diverso, ed è anche linguisticamente rilevante, però a me tocca meno perché non è una lingua spontanea. Al sociolinguista interessa quello che scappa detto alle persone, anche involontariamente, per cui una lingua scritta a tavolino, ricostruita e non istintiva, è meno appetibile, per esempio, di una lettera di un migrante.  

Usare un social network è un po’ come salire su un palco, con la possibilità di essere ascoltato (letto) da un pubblico

Forse questa è una tua visione viziata dal mondo che frequenti, perché non tutti percepiscono questo dei social, anzi molti non si rendono conto che sono su un palcoscenico. È il fenomeno per cui ho coniato l’espressione “effetto tinello”: comunicare sui social come se fossimo nel salotto di casa nostra insieme a persone che ci conoscono bene e che quindi hanno in generale un atteggiamento bonario nei nostri confronti. Ma una battuta che in casa propria non avrebbe alcuna conseguenza negativa si espone a un potenziale pubblico di 34 milioni di persone, quanti sono gli iscritti a Facebook in Italia oggi, e chiaramente le conseguenze sono gravissime. Ricordo il caso della signora Maria Gabriella, che aveva insultato in un commento pubblico Laura Boldrini e, rintracciata da Repubblica, aveva dichiarato che non sapeva avrebbero letto tutte quelle persone, che non ce l’aveva con la Boldrini, ma qualcosa l’aveva fatta arrabbiare e si era sfogata online. Blastare gli hater non è secondo me la soluzione, significa esporre al pubblico ludibrio una persona che nella maggior parte dei casi è comunicativamente svantaggiata, quasi come infierire su un disabile del linguaggio. Si tratta quasi sempre di adulti che hanno grossi problemi nella vita di tutti i giorni e usano i social non come palcoscenico, ma al contrario come sfogatoio. Io, che ho contezza degli utenti che posso raggiungere, li uso come palco e cerco di innestare un circolo virtuoso, di immettere su Facebook del materiale che sia interessante da leggere, anche forse con una certa tracotanza, ma provando a dare informazioni utili. Per esempio ho spiegato perché “presidenta” è una bufala, che “petaloso” non è mai entrato nel vocabolario, spesso torno sulla questione dei femminili professionali perché vengono dette delle castronerie mostruose, come – l’ultima che ho letto – che è sacrilego usare ministra perché minister in greco era maschile: in realtà il termine è latino e c’è anche l’aggettivo minister, -stra, -um, che indica chi si occupa del culto. A informazioni sbagliate si risponde con pazienza, dando fonti, ribadendo la versione giusta, anche se è una goccia nell’oceano. Di solito l’informazione sbagliata mira alla pancia delle persone, per cui se non le convinci a usare il cervello vai poco lontano. Ora sono le relazioni che crei sui social che ne modificano la forma, internet era un vero e proprio ambiente per noi utenti della prima ora, che per entrare in rete avevamo una specie di rituale di ingresso (tant’è vero che tutta la fantascienza degli anni ’90 ha un po’ l’epica del cyberspazio), ma adesso che abbiamo internet in tasca è una questione di nuova dimensione relazionale e dipende da come la curi, da quali relazioni vuoi creare.  

Bruno Mastroianni
Foto di Vito Maria Grattacaso

Oggi è sempre più facile avere a che fare con persone che parlano una lingua diversa dalla nostra. La lingua divide o unisce?

Partiamo da un antefatto ripreso da Bruno Mastroianni, che è filosofo della comunicazione: una volta noi nascevamo, crescevamo e tendenzialmente morivamo in un milieu abbastanza ristretto, si incontrava la differenza dell’altro di solito su base volontaria, si viaggiava per vedere un luogo esotico, per incontrare persone diverse, oppure facendo un mestiere particolare come il mediatore culturale, l’avvocato dei diritti umani o il diplomatico. Adesso, sia per come è cambiata la nostra società fisica sia per l’avvento dei social network, ci ritroviamo la diversità dell’altro continuamente sotto il naso, che sia l’immigrato sul bus o il compagno di classe del figlio. Questo è più esplicito sui social: una battuta sciocca, politically incorrect come dare per scherzo di ebreo a chi non voleva pagare l’extra per aver mangiato una pizza in più era magari normale ai tempi del liceo. Ora, è probabile che nel tuo pubblico social ci sia una persona che ti accuserà (non a torto!) di antisemitismo. Misurarsi con la diversità è un continuo trauma, perché l’essere umano non ama vedere messe in dubbio le proprie certezze, anche banali: la differenza spaventa. Gli umani sono omofili, nel senso che amano chi è simile a loro, e sono istintivamente xenofobi, non nel senso che odiano gli stranieri, ma che hanno paura di ciò che è sconosciuto, diverso da ciò cui siamo abituati. Questa situazione ci è arrivata addosso senza una preparazione specifica alla differenza. La ricetta, per me, è curiosità, dubbio costante soprattutto su sé stessi, su quello che sappiamo e su quello che abbiamo sempre considerato principio incrollabile; disponibilità a mettersi in discussione in un momento storico in cui la società è quella della certezza, in cui conosci le cose perché le googli. Non è così, la conoscenza implica qualcosa di più approfondito. Se vogliamo davvero cambiare il gioco non dobbiamo avere visioni semplificate. La lingua può aiutare perché se, nel tuo piccolo, sai che un pubblico comprende persone comunicativamente svantaggiate, puoi fare più caso alle parole che usi e cercare di limitarti a un lessico fondamentale. È uno sforzo che ognuno di noi, a seconda del ruolo che ricopre nella società, può fare; prima era solo nei confronti di chi non aveva studiato, adesso anche di chi viene da culture e lingue diverse. Dobbiamo avere l’apertura mentale per dire che la cultura altrui non è inferiore, semplicemente diversa.

Tu hai partecipato anche alla redazione del Manifesto della comunicazione non ostile, che ha l’obiettivo di rendere più diplomatiche le conversazioni, anche sui social

Secondo me definirlo un tentativo di diplomazia è un po’ fuorviante. Penso che il manifesto abbia validità di punto di partenza di una riflessione, che possa attivare il pensiero metacognitivo e metalinguistico sulla questione delle conversazione online o offline, insomma far riflettere non solo su cosa diciamo ma su come lo diciamo. Un grande pregio è che essendo in 10 punti è facilmente riproducibile, attaccabile in classe. Però l’errore sarebbe fermarsi a quello: se lo si usa come punto di partenza, invece, è un grande spunto per delle belle riflessioni.

Abbiamo parlato di come comunicare, concludiamo con cosa vorresti comunicare tu

Il messaggio finale è che io sono molto felice di quello che faccio e – questo è un consiglio per chiunque – credo che questo faccia davvero la differenza, sia nella mia vita personale e lavorativa che nel modo in cui mi comporto con gli altri. Sono felice e sincera in quello che dico: una delle massime di P. Grice dice “Sii sincero […]” perché si sente, la comunicazione che funziona meglio è quella di cui tu stesso sei convinto. E io sono molto convinta delle cose che dico, anche se magari domani, studiando ancora, scopro che su una cosa ero in errore e sono disposta a quel punto a rivedere le mie idee. Concludo sempre le mie conferenze dicendo che dobbiamo tenere conto di tre parole chiave: dubbio, che è una cosa feconda; riflessione, perché tendiamo a pensare che la comunicazione oggi sia per forza veloce, quasi ansiosa, invece anche sui social abbiamo la facoltà di pensarci un secondo di più prima di mollare parole in rete; e poi il silenzio – che chiude il manifesto di Parole Ostili: abbiamo sempre la facoltà di scegliere di tacere. Penso che il modo più semplice di crearsi una salda reputazione, online come nella vita, sia quello di parlare di ciò di cui siamo competenti e stare zitti il resto del tempo, non pretendere di avere un’opinione su tutto, perché l’opinione non si fa googlando, ma studiando.

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