D5, Pantani – Storia di un capro espiatorio

Andato in scena il 13 gennaio all'Off/Off Theatre di Roma e nell’arco della stessa settimana in una serie di matinée per le scuole, in occasione del 50° anniversario della nascita di Marco Pantani

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D5, Pantaniscritto e diretto da Chiara Spoletini
con Sebastiano Gavasso e Stefano Moretti
partecipazione video di Alessandro Lui e Giuseppe Spoletini
consulenza Francesco Ceniti de 
La Gazzetta dello Sport
voce di Davide De Zan

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La bicicletta di Marco è ancora là al centro della scena. Pedalata forsennatamente mentre Pantani sferza in pubblico le cattiverie subite, da buon capro espiatorio, mentre sputa avvelenato il complotto dei poteri forti, quello più sleale, perché ti fa sentire fermamente impotente. Ci sarebbe molto da dire sulla vicenda, note sono le associazioni dei media al doping, a seguito dei fatti del giugno 1999 che hanno poi portato nel 2004 alla misteriosa morte del grande ciclista nella pensione di Rimini, all’interno appunto della camera D5, dove il corpo fu ritrovato privo di vita, lasciando che l’ipotesi di suicidio prendesse il sopravvento. A seguito di una serie d’indagini, nel 2016, fu tirata in ballo la camorra. Dietro a tutto subentravano palesemente interessi grossi, loschi, alquanto oscuri che hanno coinvolto medici, testimoni mai ascoltati, indagini del Ris, scena del delitto (?) inquinata da prove d’intrusi, l’ingestione poco pertinente di un quantitativo di cocaina che avrebbe dovuto portare a ben altri risultati dall’autopsia.

Un giallo che Chiara Spoletini, Stefano Moretti e Sebastiano Gavasso, col supporto delle Istituzioni, hanno allestito non tanto nel tentativo di offrire una nuova luce sui fatti, quanto in quello di diffondere un esempio sportivo di lealtà, di pulizia, prima ancora che altri scandali salissero alla ribalta della cronaca. E nell’offrire un quadro appassionato del ciclista, creativamente parallelo ai fatti della stessa cronaca che scorre in inserti video d’interviste e approfondimenti vari, diramano il profilo umano e temibilmente agonistico di un grande scalatore dello sport mondiale, protagonista di vere e proprie imprese ciclistiche. Sebastiano Gavasso ne porta il peso sulle spalle e nei polpacci, sguardo fieramente ferito, si batte e si sbatte in faccia al pubblico che ne percepisce tutto il pathos con parsimonia e immedesimazione, accompagnato passo dopo passo da Stefano Moretti che con acume ed estrema precisione invita letteralmente il pubblico a riflettere e a riflettersi attivamente nell’assurda concatenazione dei fatti.

Lo spazio dello spettacolo diviene così l’intera platea, in un gioco di rimandi e allusioni dirette all’idea della performance come emanazione di sé, da offrire come bonus a spettatori distratti dalla disinformazione e offuscati dall’ignoranza imperante. A spettatori consapevoli del fatto che l’Italia è piena di misteri e che spesso sono terreno per abusi di potere. Gli spettatori assistono, sentendosi presi in parte, indicati, additati come possibili vittime o carnefici in provetta. Come una seduta medico-scientifica, come un congresso per abili e arruolabili alla causa.

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