Il costruttore Solness

Andato in scena al Teatro Eliseo di Roma

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Il costruttore Solness
Foto di Alessandro Serra

Preceduto dall’atto d’accusa di Luca Barbareschi, direttore artistico del Teatro Eliseo, contro la bocciatura da parte delle Commissioni Affari costituzionali e Bilancio degli emendamenti al decreto Milleproroghe per lo stanziamento di 4 milioni l’anno per il triennio 2019-2021 che determinerà la chiusura delle sale dell’Eliseo per l’impossibilità di programmare la nuova stagione, il sipario si è aperto su questo dramma di Ibsen.

Opera della maturità del drammaturgo e poco rappresentata, scandaglia le ambizioni e i sensi di colpa di un uomo di potere che boicotta le capacità professionali dei giovani collaboratori del suo studio di progettazione per non correre il rischio di essere soppiantato.

Quando il passato si palesa con le fattezze della giovane Hilde che chiede il mantenimento della promessa fattale dieci anni prima, Solness non può sottrarsi all’imperativo categorico. Ciò gli imporrà un processo di revisione dello stile di vita, del rapporto con la moglie, delle modalità dell’ascesa professionale. I traumi e i lutti ridiventati vividi nella memoria, bussano alla coscienza reclamando una catarsi.

Il regista Alessandro Serra che, come di norma, cura scenografia luci e costumi, colloca la vicenda in un ambiente claustrofobico dalle altissime pareti grigiastre, movimentate a vista anche dagli attori, modulando gli spazi in ambienti tutti desolatamente tetri. Il costruttore Solness, ideatore di maestose cattedrali e palazzi per la gente vera, è relegato nell’angusta e orrida cornice della sua anima che lo attanaglia ai ricordi infausti di una turbinosa esistenza.

Ha strutturato un mondo e accumulato un potere che gli consente di gestire le vite altrui, ma il suo personale microcosmo è una superficie angusta dalle mura altissime e invalicabili che gli si stringono sempre più addosso man mano che qualcun altro (moglie, segretaria, assistenti) vi entra dentro per motivi logistici.

Nella grande casa la moglie cammina rasente i muri, grigio e mimetico fantasma. È diventata un ectoplasma dopo che la casa paterna dove viveva col marito e i due gemelli appena nati fu distrutta da un incendio e i bambini morirono avvelenati dal latte materno guastato da una febbre appena trasferiti nella nuova abitazione. Qui la morte aleggia immanente, sulle camere dei bambini disabitate e sulle angosce.

Guardingo, spietato, diffidente, sprezzante, Solness ha tuttavia un tallone d’Achille, soffre di vertigini. Costruisce edifici che svettano in cielo, ma non può salire in cima. Quando Hilde gli chiederà di realizzare il regno di principessa col castello in aria come le aveva promesso da bambina, dovrà affrontare quell’altezza come nemesi in cui affogare gli incubi.

La scena monumentale ed essenziale è un elemento peculiare degli allestimenti di Alessandro Serra, come gli effetti di luce che proiettano gigantesche ombre. Di notevole effetto il gioco di Hilde che fa ruotare un grande specchio che riflette bagliori sulla platea e sull’uomo soggiogato e vinto.

Umberto Orsini regala un’interpretazione che è summa di essenziale sinteticità e sofferta introspezione, sempre rigoroso nell’alternanza dei ruoli di marito, professionista e uomo soggetto all’incantamento muliebre che lo indurrà a riproporre una nuova sfida a Dio. È attorniato da un cast eccellente, con Lucia Lavia vitale e sensuale Hilde e un punto luce nel grigiore incombente fasciata da abiti bianchi, Renata Palminiello la dimessa moglie Aline, Pietro Micci il Dottor Herdal, Chiara Degani la segretaria Kaja, Salvo Drago il frustrato Ragnar e Flavio Bonacci nel ruolo di Knut Brovik.

Scrive Umberto Orsini: “È da moltissimo tempo che nutro per Solness un interesse vivissimo. Paradossalmente le ragioni di questa passione stanno nella consapevolezza delle difficoltà che questo capolavoro di Ibsen può creare a chi osasse metterlo in scena. È la storia di tanti assassinii. Una storia segnata da uno spregiudicato esercizio del potere. Cercavo un regista di grandi capacità visionarie per metterlo in scena e sono convinto di averlo trovato in Serra che mi ha messo al centro di uno spettacolo in cui la coralità dei personaggi, che circondano Solness come in una morsa che non dà scampo, gioca un ruolo fondamentale…con giovani talenti che si confrontano con attori di più navigata esperienza con un senso della disciplina e della dedizione che mi fa ricordare le grandi compagnie di quel passato nel quale io ho ancorato le mie radici più profonde”.

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