Intervista a Maria Paola Sacchetti

Ogni sera una lettura del cuore, da Dino Buzzati ad Alessandro Baricco, da Andrea Camilleri a Woody Allen

0
1937
Foto di Golnar Gorgin

Maria Paola Sacchetti è una delle prime nel mondo del teatro a essersi reinventata sul web in queste giornate casalinghe. Attrice fiorentina, ha fondato nel 2008, insieme a Marco Lombardi, Aldo Innocenti, e Caterina Boschi, la Compagnia Giardini dell’Arte. A partire dal 2009 ha iniziato una lunga collaborazione con Alessandro Riccio, fino ad aprire, due anni fa, una sua scuola di teatro, CAT 23.

****

Dal 7 marzo ogni sera leggi un brano. Sei partita in anticipo rispetto agli altri

Penso di aver iniziato con un piccolo anticipo per una coincidenza: il 7 marzo avrei dovuto andare in scena insieme alla compagnia Giardini dell’Arte con lo spettacolo Il dubbio, a cui tengo tantissimo. È una piccola produzione, piccolo era il teatro di provincia dove la decisione di annullarlo è stata presa solo un paio di giorni prima. Non erano in programma repliche, non eravamo in tournée, perciò ci aveva richiesto un certo impegno: rinunciare a quest’unica data mi aveva davvero spezzato il cuore. Ho deciso di reagire in qualche maniera, cercando di trasformare quello che era successo in positivo. Ho invitato i miei quattro amici del cuore – ancora ci si poteva vedere, seppur con le misure di sicurezza – e con l’aiuto prezioso della mia coinquilina e amica ho allestito un set con una poltrona e le luci, ho messo i miei amici in platea ben distanziati e ho letto Oscar e la dama in rosa dell’autore francese Eric Emmanuel Schmitt. Era da tantissimo tempo che pensavo di trarre un monologo da questo testo e anche che volevo creare una sorta di circolo di lettura settimanale, dedicato ad amici e a chiunque volesse conoscere il CAT 23. Quale occasione migliore in questa sfortuna per testare questa idea? Così ho fatto una lettura intima a degli amici, aggiungendo il tentativo della diretta Facebook, mai provata prima. Ho pensato che magari non ci sarebbe stato nessuno, invece c’era una ventina di persone ad ascoltare. È stato sorprendentemente bello per me, perché non ricordavo che questo libro, che avevo letto più volte, fosse così commovente. Mentre lo leggevo a un certo punto mi ha proprio preso, mi sono venuti i lacrimoni e mi sono dovuta fermare. È stato un momento piacevolmente imbarazzante.

E da lì hai iniziato

Sì, non avevo ancora l’idea di farlo tutte le sere, ma la prima lettura è stata così piacevole che ho deciso di rifarlo, dal giorno dopo senza amici, solo con la mia fedelissima coinquilina. Abbiamo ricreato il set, riaggiustando il tiro sull’inquadratura, sul palco del CAT – che è sotto casa mia, per cui non devo uscire. Poi è partita l’idea di farlo tutte le sere, in diretta Facebook e Instagram, così quando è stato imposto di non uscire io ero un pezzo avanti.

Come scegli gli autori da leggere?

All’inizio è stato facile: ognuno ha i suoi libri del cuore, magari inconsapevolmente ma ce l’ha. I primi brani sono venuti naturali, per esempio Il racconto dell’isola sconosciuta di Saramago è un testo che porto in teatro come monologo, lo so a memoria. Sono andata un po’ per tentativi, scegliendo i miei autori del cuore, i miei “fidanzati immaginari”, mi piace dire così. Avevo tantissima voglia di rileggere Il visconte dimezzato di Calvino e ho fatto quella che in gergo tecnico si chiama cold reading, lettura a freddo: l’ho letto in diretta. Poi ho visto che per chi mi segue forse era una scelta faticosa, perché per quanto breve è sempre un romanzo e l’ho dovuto dividere in tre giorni, continuando il pomeriggio. Quindi ho cercato di scegliere testi che si prestano a questo tipo di lettura, che rientrano nel tempo di una diretta. Un altro criterio che mi piace tenere in considerazione è cercare autori che non siano solo grandi penne ma anche brave persone. Poi ho iniziato a chiedere suggerimenti ad alcuni che sono diventati ascoltatori assidui.

Cosa ti hanno suggerito?

Tra loro ci sono tanti insegnanti di lettere e sono arrivati tanti suggerimenti mirati. Poi è successa una cosa bellissima: una persona che non conosco direttamente, un’infermiera del Meyer, ha ordinato online un libro che le piace molto, Strane storie di Carlo Lucarelli, e l’ha spedito al mio indirizzo. Mi ha indicato un racconto in particolare, me lo sono andata a leggere e l’ho trovato molto interessante e adatto a una di queste serate, così l’ho letto in diretta. Ci sono state anche altre occasioni particolari, per esempio sabato scorso è stata la giornata della poesia. Leggere poesia per me è più difficile, è una cosa molto intima, però ho pensato che fosse giusto mettermi in gioco: per la prima volta ho letto poesia ad alta voce, scegliendo Hikmet, un autore che adoro e rileggo spesso. Alcuni giorni fa era il Dantedì. Mai avrei pensato di misurarmi con la Divina Commedia, ma è una passione che ho da molto tempo, da prima di sospettare lontanamente di fare teatro. Da bambina facevo un gioco con mio babbo: imparavamo a memoria l’Inferno, una terzina al giorno. Non vivevamo insieme ed era un modo di tenerci in contatto. Tutte le sere ci telefonavamo, dicevamo la terzina nuova e ripassavamo quelle già studiate. Sono andata a ricercare nella memoria questo gioco di circa trent’anni fa, ho visto che più o meno il primo canto resisteva, pur con qualche incertezza, e ho provato a recitare in diretta quello che ricordavo. Mi sono emozionata perché era una cosa molto intima, che non ho mai fatto con spirito performativo, era solo un gioco.

Foto di Golnar Gorgin

Leggere in diretta, cercare di mantenere vivo il teatro è più un’esigenza degli attori o degli spettatori?

Forse entrambi. È un po’ il fare i conti su cosa rappresenta per noi il teatro. Col tempo mi domando sempre di più perché faccio teatro e mi accorgo che ha sempre meno a che fare con lo spirito performativo ed esibizionistico. Sempre più spesso rinuncio a proposte di spettacoli dove non ci siano dei contenuti che mi interessano. Per me il teatro è uno strumento di comunicazione, passa attraverso delle urgenze affettive e comunicative. Non credo di aver iniziato queste letture serali per mantenere vivo il mio lavoro, piuttosto il mio bisogno di essere in contatto con me stessa e con le persone che mi sono care, che a volte, in questo momento, sono anche persone che non conosco direttamente, ma che hanno voglia di nutrirsi di parole per me importanti. È una cosa che è molto legata all’affettività. La lettura per me è sempre stata condivisa: se un libro mi piace lo suggerisco a un amico e viceversa. In questo momento in cui ci si sente così orribilmente soli la condivisione delle letture è un modo per rimanere legati agli altri, al mondo. Quindi condivido i miei grandi amori di lettura e prendo i suggerimenti. Le scelte non sono mai casuali: mi è capitato di pensare ad alcuni autori che mi piacciono molto ma che non sono adatti.

Per esempio?

Nei giorni scorsi ho letto un racconto di Asimov, molto avvincente e appassionante, in cui però ho intravisto il mito del superuomo, un personaggio che era più eroe degli altri. In questo momento secondo me non abbiamo bisogno di eroi, ma di cose che ci facciano sentire forti insieme, uguali e uniti. Tutto è così confuso, è veramente difficile valutare quello che sta succedendo e come ci sentiamo al riguardo, però attraverso le parole degli autori che mi piacciono mi sembra di trovare delle risposte, anche inconsapevoli da parte loro. Mi capita spesso di commuovermi, stupirmi di quanto quello che leggo corrisponde all’attualità, nonostante sia stato scritto in un momento diverso, e trovarci conforto.

I social non sono un vero teatro. Hai cercato di riprodurre una struttura che gli si avvicinasse il più possibile?

Sto cercando di mantenere quello che per me è il senso del teatro. Nei primissimi giorni ho ricreato il set, andavo sul palco del CAT 23, mettevo le luci. Adesso le dirette le faccio da casa e cerco di privilegiare di più l’immagine del mio volto, di far passare il più possibile i contenuti di quello che ritengo sia fondamentale del teatro: “esporsi e non esibirsi” è il mio motto. Si pensa che l’attore sia inevitabilmente un esibizionista, invece io credo che sia un grandissimo equivoco di questo mestiere, che dovremmo essere capaci di lasciarci vedere per come siamo anche nella nostra vulnerabilità e imperfezione. Scelgo con cura i brani, li preparo, niente è veramente improvvisato, però cerco di non essere performante, di lasciarmi vedere il più possibile per come sono. Magari durante la giornata mi viene da piangere e piango, la sera cerco di essere al mio meglio, mi pettino, mi trucco, mi vesto. Però cerco, per esempio, di non essere euforica, questo secondo me è esibirsi e non esporsi. È quello che insegno anche nelle mie classi di recitazione. Il buon attore è quello che riesce a far vedere non quanto sia bravo a recitare, ma quello che c’è di più profondo, di autentico. È il non recitare.

In questi giorni in tanti non riescono a leggere. “Non perdevo la nostalgia neanche durante il sonno” dice un verso di Hikmet che hai letto giorni fa, e forse abbiamo una sorta di nostalgia continua. Leggere ad alta voce può aiutarci?

Lo spero, perché anch’io ho questo problema. Sono una lettrice forte, come si dice, leggo molto, ma in questi giorni è difficile e, pur leggendo tutte le sere, mi rendo conto che faccio molta fatica. Per il racconto di Asimov di cui ti parlavo, che è lungo 50 pagine, ci ho messo giorni. Ho la speranza che queste letture ad alta voce possano in qualche modo supplire a questa fatica.

Forse sono giorni più adatti a produrre, a scrivere?

Scrivere sì, forse può essere una risposta, seppure io, che sono scrittrice compulsiva anche se privata – scrivo un diario tutti i giorni – ho ripreso solo questa settimana, dopo giorni di vuoto, in cui non ho scritto niente. Leggere e scrivere sono due attività per me quotidiane, per le quali trovo tempo anche quando non ne ho. Il perché di questa difficoltà l’ho capito due o tre giorni fa, grazie al mio mestiere di attrice, e riguarda le emozioni. Sono giorni in cui le emozioni sono fortissime e continue, la situazione cambia di minuto in minuto, ci dobbiamo continuamente adattare a una realtà che non conosciamo, che è mutevole, siamo come centrifugati dalle nostre emozioni. Abbiamo paura, rabbia, euforia, tristezza, dolore, gioia perché ci rendiamo conto di avere tempo di godere di alcune cose. Le emozioni, a differenza dei sentimenti, sono caratterizzate da picchi adrenalinici fortissimi, variazione del respiro, battiti del cuore accelerati, cambiamenti fisiologici e il fatto che ne abbiamo così tante e così frequenti ci prosciuga fisicamente. Scrivere potrebbe essere un grande conforto. Mettere su carta quello che ci succede dentro significherebbe riuscire a incanalare queste emozioni, renderle motore di qualcosa di creativo. È quello che dico ai miei allievi: nel teatro le emozioni sono la benzina, se riusciamo a usarle nel modo giusto i personaggi prendono vita. Ma nella vita reale, in questo momento, ci tolgono le energie perché sono troppe tutte insieme e non siamo capaci di metterle a fuoco.

Foto di Golnar Gorgin

Hai mantenuto le lezioni coi tuoi allievi?

Sì, ho 5 laboratori, uno al giorno, via web. È strano. Sono settimane in cui sto cercando di capire come sfruttare questa nuova tecnologia, questo mezzo freddissimo delle piattaforme online. Il teatro ha questa caratteristica della fisicità, del toccarsi, quindi le prime lezioni sono state frustranti. Questa è la seconda settimana e stiamo mettendo a fuoco, va un po’ meglio. Intanto cerchiamo di tenere il filo. Va reinventato tutto da capo. Qualcosa sta venendo fuori, perché le emozioni ci sono e quello che sto cercando di fare coi miei allievi è incanalarle, usarle a nostro vantaggio invece che lasciarci travolgere e stravolgere.

Quando hai letto Il treno ha fischiato di Pirandello hai raccontato di come l’incontro con quest’autore ti abbia spinta a diventare attrice

È stata una scintilla. Mi ricordo questa professoressa che ci aveva parlato di Pirandello e fatto leggere l’introduzione ai Sei personaggi in cerca d’autore. Il fatto che questi personaggi gli si erano presentati, non li aveva inventati ma erano andati loro da lui non mi ha fatto dormire. Quella notte insonne mi ha fatto capire che dovevo fare teatro. È stato un conflitto – nel teatro il conflitto è motore di tutto – che è andato avanti una decina d’anni: ero molto timida, perciò avevo insieme la chiarezza assoluta di dover recitare e la chiarezza altrettanto assoluta che ero la persona più inadatta. Al tempo c’erano alcuni amici coraggiosi che facevano teatro e mi raccontavano cosa succedeva nelle lezioni. I racconti erano surreali, ingigantiti, in particolare ho il ricordo del famoso metodo mimico di Orazio Costa, che anni dopo ho sperimentato, per il quale si doveva sperimentare, immedesimarsi col fuoco, l’aria, l’acqua. Questa cosa mi metteva nel panico assoluto. Ero scoraggiata e così invece di farlo, il teatro, ho deciso di studiarlo. Mi sono iscritta a Lettere e ho iniziato a frequentare i corsi di Storia dello spettacolo, Letteratura teatrale. Studiavo sui libri, ma non mi ci avvicinavo. Poi, per mantenermi negli studi, ho iniziato a fare la maschera al Niccolini, dove ho imparato tantissimo, prima che fallisse. Guardavo gli spettacoli quasi ogni sera, osservandoli da tutti i punti di vista, ma ancora non mi avvicinavo alla pratica vera. Alla tenera età di 29 anni, insieme a un’amica più giovane e più coraggiosa, mi sono iscritta a un corso di teatro e mi ricordo che già dal primo giorno mi sono così appassionata che di nuovo ci ho perso il sonno. Le notti dopo le lezioni rimanevo sveglia a ripassarmi tutto quello che era successo. Proprio come quando ci si innamora perdutamente. Da lì non ho più mollato: ho frequentato il corso triennale, mi sono diplomata in recitazione e in regia, sono rimasta in questa scuola 12 anni, prima da allieva, poi insegnando nei corsi propedeutici, dopo aver fatto un corso di pedagogia teatrale. Per un po’ è stato un secondo lavoro, poi è diventato il primo e ora, incredibilmente, pur avendo cominciato tardissimo, vivo di questo.

Come è nato il CAT23?

Mi piace raccontare questa storia perché dà speranza. Abbiamo sempre paura di essere in ritardo, in questo momento poi siamo incerti su tutto, abbiamo paura di perdere il lavoro e allora credo sia importante dare un messaggio di speranza. Ho lasciato il mio primo lavoro – ho insegnato italiano agli stranieri per 16 anni – perché il teatro era diventato troppo importante. Nel frattempo avevo fondato nel 2008 la Compagnia Giardini dell’Arte insieme a 4 amici e c’era stato l’incontro con Alessandro Riccio, da cui è nata una collaborazione durata 9 anni. A Tedavì ’98 (casa di produzione fondata da Riccio, ndr) ho iniziato con un laboratorio piccolo, 5 allievi, fino ad avere nel 2018 ben 5 laboratori con 60 allievi, più i corsi di dizione. A un certo punto con Alessandro ci siamo detti che era stato bello collaborare, nella scuola come sul palco, con tanti spettacoli, ormai era nata un’amicizia fraterna, però le cose andavano talmente bene che non c’entravamo più in due. Ho iniziato a pensare che mi sarebbe piaciuto avere uno spazio mio, magari vicino a Tedavì, per continuare la collaborazione. Avevo dei soldi da parte, l’eredità di mio padre, che non avevo mai toccato per una forma di rispetto, pensando che quei soldi fossero il frutto del suo lavoro e che io volevo vivere con il mio. Però era venuto il momento di sfruttarli e ho iniziato a cercare. Per un segno del destino – a cui non credo, ma forse un po’ dovrei – ho trovato uno spazio di oltre 200mq proprio nel mio palazzo. Un ex deposito di una tipografia al piano seminterrato, tutto da ristrutturare, però molto simile allo spazio di Tedavì. Con un po’ di fantasia ci vedevo la possibilità di costruire un piccolo palco, una piccola platea. Non è un teatro, è uno studio dove posso tenere corsi privati ai miei allievi.

È uno spazio giovane

Sì, è nato nel settembre 2018, questo è il secondo anno di corsi. Ci sono i miei 5 laboratori, workshop con altri insegnanti – in particolare ho una collaborazione con Paolo Nani, che vive in Danimarca e lavora in tutto il mondo, ma fa spesso tournée in Italia e attualmente è anche il mio compagno. Poi ho una collaborazione con Roberto Andrioli, che tiene un laboratorio di Commedia dell’Arte, e due volte al mese gli incontri di teatro di narrazione con Silvia Frasson. È uno spazio giovane ma con tante attività. Sono molto contenta e in questo momento anche molto spaventata: i teatri sono stati i primi luoghi a dover chiudere per questa emergenza e so che saranno gli ultimi a riaprire perché nel percorso graduale di riapertura potremo recuperare gli assembramenti solo da ultimo. Ci vorrà molta fantasia, credo, per noi attori e teatranti. Non potremo ricominciare subito con quello che abbiamo lasciato, dovremo trovare delle forme nuove.

Finiamo con un gioco: aggiungiamo una parola al Dizionario inesistente di Stefano Massini, oggetto di un’altra delle tue letture

Teatralgia: la sensazione di nostalgia e dolore dovuta alla mancanza di teatro dal vivo. Valido per attori e spettatori, indistintamente.

LEAVE A REPLY