Intervista a Valeria Tron (Leria)

Una chiacchierata telefonica con la cantautrice di confine, raccoglitrice d'immagini, artigiana del colore

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Valeria Tron (Leria)Avevo proposto questa chiacchierata a Valeria, siamo amici su Facebook, almeno un anno fa ma siamo riusciti ad organizzarla solo oggi, 27/4. Intervista telefonica, per me che sono abituato a condividere, insieme alla parole anche qualcosa da mangiare e da bere di solito in un bar a colazione, è una dimensione nuova. Se poi aggiungiamo che io e lei non ci siamo mai parlati direttamente, vis à vis, e lei non conosce neppure la mia faccia completiamo il quadro di novità.

In realtà mi aveva proposto una intervista video, tipo Zoom o Skype, ma ho insistito per il telefono forse in questo modo è possibile accentuare la conoscenza escludendo la vista, senso che a volte ti limita nell’intuizione. Su questo particolare ci torneremo.

Ci siamo accordati per le 14 ed alle 14 e 00 mi chiama sul cellulare. La prima cosa che le dico, dopo i saluti, è che apprezzo la puntualità. Per dirlo alla Erri De Luca, le do un valore, significa rispetto per gli impegni presi e attenzione verso gli altri. È d’accordo con me, per lei donna di montagna essere considerati e considerare è alla base di tutte le relazioni.

Le spiego perché ho voluto questa intervista: sono curioso di conoscerla un po’ di più rispetto alle poche cose che so di lei. L’ho vista, e soprattutto sentita, in più occasioni in questi anni. Mi ha sempre colpito la potenza della sua voce, la bellezza dei testi che si scrive, quasi sempre nella lingua della sua terra, un patois antico e le sensazioni ed emozioni che si ricevono sono molte.

Non tutto ciò che canta si capisce, ma ti arriva potente il senso di amore, di solitudine, di bellezza e di riconoscenza. Sono immagini che fanno parte della sua storia che lei, in qualche modo, ci trasmette e ci fanno sentire le sue stesse emozioni. Direttamente, senza mediazioni linguistiche o di luogo. Ricordano certe canzoni che usano le parole come veicolo e non come significato, penso a spritual degli schiavi neri, a certe composizioni yiddish eseguite nei campi di concentramento, ad arie del popolo Maori e così via.

Per spiegarle questo le dico che il suo cd “Leve Les Yeux” è così tanto ascoltato a casa nostra che è addirittura consumato. Fraintende questa parola e la associa, mi pare, ad una sorta di critica, come se volessi dire “una furbata, una cosa calcolata”. E si accalora nello spiegarmi che non è così, che lei è sempre sincera e non le interessa la popolarità senza relazione. Le faccio l’esempio che sento nel suo dialetto la stessa forza e disperazione dei popoli che hanno dovuto lottare per sopravvivere. Anche nella mia zona natia, il delta del Po nel Polesine, la vita era altrettanto dura e sentendo i racconti dei miei nonni e dei miei genitori che parlavano di gente che moriva letteralmente di fame, capisco tutto ciò che dice anche se non è il mio dialetto. Ma forse il telefono non facilita questo dialogo: capisce il parallelo, ma ritiene che c’è qualche diversità dalle sue valli al Polesine, certo le condizioni di vita erano in entrambi i luoghi difficilissime, ma non le risulta che in montagna si morisse di fame, almeno, non ha memoria di racconti così tragici.

Mi parla del padre, al quale sono dedicate tre canzoni importanti nel disco, uomo colto, difficile, minatore come lo erano quasi tutti lassù: era un compromesso per non abbandonare le montagne, ma anche tomba anzitempo per via della silicosi. Lui stesso pagò in giovane età. Le chiedo quale è l’attività in cui si sente meglio, fra il disegno, le canzoni che scrive e canta, le poesie e il restauro del legno. Intuisco la risposta un attimo prima che me lo dica: la scrittura. Tutto ciò che lei fa, parte da lì, da un vocabolario interno, una calligrafia sulle cose. Aggiungo che mi piacciono molto i pezzi che scrive per alcuni giornali del Pinerolese e mi confida che sta lavorando ad un libro, anche se il tempo dilatato e pieno in cui vive, non la condiziona nel finirlo di corsa. Forse dentro di me avrei sperato che la vena musicale avesse il sopravvento, ma mi rendo conto che ciò che le interessa soprattutto è mantenere una sua libertà di fondo, poter decidere con la propria testa cosa fare e cosa evitare.

Ha studiato molto e studia ancora, collaborato con Assemblea Teatro e ha fatto tournée in Sud America ed in Sudafrica, ha detto no molti anni fa ai talent scout che l’avrebbero ingabbiata, quando può torna a respirare l’aria di casa o la trova nel suo atelier tra i prati, che è l’oasi in cui crea e osserva il mondo piccolo che la circonda.

Parliamo poi di suo figlio Fabrizio, un ragazzino di 12 anni che lei chiama Bicio. È un rapporto profondo, ne parla con orgoglio e lo avevo già intuito leggendo le cose che scrive sulla sua pagina social. Ne esalta le capacità ma non è la classica madre che parla bene del suo pargoletto aprioristicamente; piuttosto una scoperta quotidiana delle sue nuove invenzioni, della libertà espressiva un po’ disobbediente che lei ammira.

A soli 6 anni lo include nel disco dove recita una sua filastrocca all’inizio e alla fine del suo cd: è stato un ottimo veicolo per invitare altri bambini al patois.

Questo inverno, in prossimità del Natale abbiamo partecipato ad una serata di raccolta fondi organizzata da Valeria in collaborazione con il Pastore Valdese e il Vescovo di Pinerolo, uniti per un fine comune: aiutare chi è in difficoltà. Lei ha messo a disposizione i suoi calendari e i disegni, oltre a fare interventi cantati, mentre il vescovo Derio illustrava le opere e il pastore Genre invitava alla riflessione. Per l’occasione, ad accompagnare con la chitarra c’era l’amico cantautore Carlo Pestelli, legato a Leria da anni di amicizia e collaborazione. L’anno scorso scrissero a quattro mani lo spettacolo “Gens”, presentato a teatro proprio in maggio. Le confido che un calendario venduto quella sera si trova a casa nostra.

Decidiamo che è arrivato il momento per smettere, è stata una chiacchierata piacevole ma anche resa difficile dal non poter vedere le espressioni dell’altro, e spesso si può essere fraintesi. E questo con una donna dal carattere reattivo come il suo può essere un ostacolo nella conoscenza. Ci ripromettiamo di incontrarci a bere un tè nel suo laboratorio, con mia moglie, appena questa emergenza finisce. Ci conto.

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Valeria Tron, la “voce” della Val Germanasca – una delle vallate occitane del Piemonte –cantautrice, mette in versi messaggi nuovi, contemporanei. E lo fa con musica nuova e con la lingua antica, il suo patouà. Coniugando la tradizione della sua gente con la realtà quotidiana che lei vive anche come donna, come mamma, illustratrice, e come artigiana del legno.

Presidente dell’Associazione Culturale Miralh.

Ad accompagnarla, impreziosendo le sue musiche, bravissimi musicisti provenienti da diverse radici musicali.

Una realtà che è frutto della tradizione e che viene raccontata in tutti i suoi brani. Storie di persone, di valli, di natura, di lavoro. Un repertorio complesso, interpretato con una voce potente, incredibile soprattutto perché proviene da una donna alta come Edith Piaf e con una forza analoga.

La stessa forza che è presente nei testi, nelle musiche. La forza di una giovane donna, la forza di un popolo, la forza di una tradizione alpina. Gente dura che sa intenerirsi. Gente che sa lavorare e sa cantare. Gente delle Alpi che non è divisa dai monti ma che, attraverso i monti, si collega, dialoga, si comprende, impara.

Montagne che uniscono e genti che si riscoprono simili. Con valori simili, con storie simili, con tradizioni simili.

Un mondo che sa rinnovarsi e sa affrontare le nuove sfide. Che non si è lasciato comprare dal benessere offerto dal pensiero unico urbano.

Brani come Man de peiro , Trei metter d’neu, Friza e brino, la fënetro, sono la risposta di una donna coraggiosa che vuol trasmettere i propri sogni, le proprie emozioni, la propria cultura al di fuori della sua Valle. Per condividere con chi la vuole ascoltare, con chi vuole conoscere, con chi vuole raccontare a lei altre storie. Con una voce grintosa, con storie difficili. Senza arrendersi mai.

Il disco autoprodotto Leve les Yeux, selezionato nella rosa della semifinale alla Targa Tengo 2014, a Musicultura 2015 ( Premio Recanati) e selezionato per le finali del Folkest 2015 ( Premio A. Cesa), premio “Andrea Parodi” 2015 a Cagliari e “L’artista che non c’era” a Milano sempre 2015, di cui vincitrice assoluta nella sezione italiana, è la dimostrazione che questa lingua ha saputo imporsi nella musica cantautorale italiana, misurandosi con la duttilità dell’italiano e affascinare con la sua bellezza.

Valeria, ne è autentica portavoce,custode di un mondo crudo ed affascinante, che lei racconta con passione e profondità.

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