Johanna Finocchiaro, un clic ed è subito poesia

Intervista alla giovane poetessa torinese che ha esordito quest'anno con la raccolta di poesie intitolata “Clic”, edita da L’Erudita

0
1072

Johanna Finocchiaro ha 30 anni e non li dimostra. Troppo vivace, troppo sensibile, troppo sognatrice, troppo insofferente per adeguarsi all’età adulta, uno sforzo che rimanda a data da definirsi. È un’anima autentica, entusiasta e creatrice, basta un “clic” ed è subito poesia. Dopo aver studiato e insegnato lingue (le piace pensarle come ponti che gettino le basi tra esseri umani), inizia a lavorare nella sicurezza e nell’accoglienza. Eterna curiosa, ama leggere, viaggiare, parlare, la musica e l’arte. Spirito solitario all’occorrenza, si dedica da sempre alla scrittura, suo naturale ed impellente bisogno quanto suo indiscusso “padrone”. La poesia la sceglie e la rappresenta. Un mondo di infiniti significati nascosti, che vuole scoprire uno ad uno e offrire, dal suo personale punto d’osservazione, al lettore. Fa parte del gruppo letterario dei “Poeti Emozionali”, nato a Torino nel giugno 2020. Ha ottenuto numerosi riconoscimenti e partecipa sempre con gioia a progetti e collaborazioni; ricordiamo brevemente l’antologia lirica corale “Tracce”, con la Casa Editrice Pagine e un e-book con la Lupi Editore. Esordisce quest’anno con la raccolta di poesie intitolata “Clic”, edita da L’Erudita. Si potrebbe aggiungere molto altro. Ma lasciamo siano le sue parole a raccontarci qualcosa in più.

****

Ci vuoi spiegare di cosa parla questo tuo lavoro d’esordio letterario? E come mai questo titolo?

Prima di tutto, grazie per avermi accolta e dato la possibilità di raccontare ai lettori chi sono, cosa mi appassiona e perché. Lo apprezzo molto!

Descrivere “Clic” è sempre un piacere, dal momento che mai progetto mi ha resa più orgogliosa.

Sono entusiasta del risultato: sento di vivere tra le sue pagine, nel bene e nel male, tra parole di luce e profondo buio. “Clic” apre e chiude, contemporaneamente, un cerchio: segna l’esordio e l’epilogo, il primo letterario e il secondo a fronte di una rinnovata rivincita con me stessa. “Il percorso della sincerità”, come amo chiamarlo, in cui ho ritrovato essenze e profumi che si erano persi per strada, da troppo tempo.

Esattamente come il gesto di accendere la luce ci trasporta in una dimensione illuminata, dapprima confusionaria per la scarsa messa a fuoco e in seguito colorata e familiare, il libro tenta di riproporre la medesima sensazione: catapultare nel mio mondo interiore. Ch’è spesso iperattivo e focoso, contorto e fragile, ma onesto. Le liriche non seguono un ordine particolare: desidero che il lettore si senta coinvolto e mai annoiato, che possa sorridere e sorprendersi, perché no. Infine sollevarsi e, per qualche attimo, estraniarsi dai rumori esterni.

Oltre alla scelta di strutturare la lettura in modo risulti più libera possibile, il titolo rispecchia un secondo intento: “Clic” è il suono dei miei pensieri che prendono forma, si rivelano, mutano, come piccoli lampi elettrici sparsi qui e lì nella coscienza. Sono certa la copertina “spiegherà” meglio di me quest’immagine. A proposito, ancora grazie a Federica Obinu, amica e artista d’eccezione, per averla disegnata!

Insomma, un libro istintivo quanto meditato, tra poesie scritte di getto ed emozioni elaborate nel tempo. Le due facce di una stessa medaglia.

C’è un altro libro a cui sei particolarmente legata, anche non tuo? E perché?

Ce ne sono molti, in verità. Storie che ho trangugiato e ancora digerisco. Frasi e brividi intatti nella mente e sulla pelle. Dovessi sceglierne uno o due in particolare, però, opterei senz’altro per “Il giovane Holden” e “Il buio oltre la siepe”. Vicende descritte con audacia e ferocia, umane in ogni sfumatura, anche la più estrema. Come la vita stessa.

Il primo a testimoniare un cammino interiore fatto di dubbi, insicurezze adolescenziali, deliri e capacità di cui ancora non si coglie il pieno potenziale. Il secondo, capostipite di una scrittura dolorosa e pungente, immensa.

In poesia, invece, non posso non citare “Milk and honey” di Rupi Kaur.

Qualche riconoscimento o incontro, anche personale, di cui vai fiera?

Sì, ne ho accumulati molti e parlo degli incontri lieti! Ultimamente, soprattutto, ho avuto la possibilità d’incrociare lungo la mia strada poeti e poetesse degni di chiamarsi tali. Talenti pieni d’anima e autenticità. Alcuni di questi, va detto, proprio tramite i social network; usati con intelligenza, sono potenti mezzi per condividere scopi e destini. I Poeti Emozionali, primi fra tutti, verso i quali nutro una stima in costante crescita (sul sito internet www.poetiemozionali.it, potrete trovarli tutti!). Inoltre, grazie al mondo del web, nomi di spicco ed esordienti della poesia contemporanea italiana: Greta Leviani, Emanuele Martinuzzi, proprio tu che m’intervisti, Giancarmine Fiume, Claudia Murabito, Floriana Porta, Jonathan Rizzo, Benedetto Ghielmi, Valentina Demuro, Mariella Balla, Paolo Gambi, Emanuela Mannino, Ilaria Giovinazzo e tante, tantissime altre voci meravigliose.

A proposito di riconoscimenti, invece, oltre ad alcune menzioni di merito e della critica, conservo gelosamente il ricordo della premiazione tenutasi nel 2017; si trattava di un concorso nazionale organizzato dalla Città Metropolitana di Torino e dalla GAM. Ho ottenuto il secondo posto e con mia grande sorpresa, visto che era il primo a cui partecipavo in vita mia!

Quale peso o responsabilità credi che abbia la cultura nella società di oggi?

La cultura, oggi più che mai, deve ricoprire un ruolo centrale e polivalente. È essenziale si riappropri della vita pubblica, dei momenti di condivisione, di ogni ceto sociale, si mescoli a nuove forme d’arte tramite progetti non strettamente letterari, che includano e propaghino gratuitamente la parola scritta. Letture, incontri, festival; la cultura deve essere in prima linea nella difesa di un sapere che è ancora troppo esclusivo e troppo poco apprezzato, tra i giovani soprattutto.

C’è bisogno di spazi franchi, vergini, oasi felici, in cui permettere il rifiorire dei sentimenti. Ritornare alla normalità con la consapevolezza che non è normale sacrificare sempre sull’altare della patria il mondo culturale nel suo complesso e nella sua vastità. Infine, vista l’assuefazione della nostra società agli stimoli e alla frenesia, proporre un approccio lento, leggero ed essenziale. Piccoli passi, per preparare il pubblico, spesso restio alla lettura, ad aprirsi alle emozioni senza averne timore. E ridere, ridere, ridere: la Poesia, parte integrante della cultura, deve far ridere il cuore.

Quale rapporto hai con la città nella quale vivi, anche come fonte di ispirazione?

Sono una ragazza di provincia, non ancora del tutto svezzata!

Nonostante sia innamorata di Torino, per carattere, prediligo i paesaggi austeri e genuini che mi offre la natura. Se e quando posso, mi ci fiondo, anche a piedi nudi! Tuttavia, devo dire che le dinamiche urbane, nei loro complessi ingranaggi e vestendo mille volti e uno ancora, spesso hanno ispirato i miei pensieri e versi. Ecco la descrizione che fa Italo Calvino del capoluogo piemontese; assaporatene ogni parola: “Torino è una città che invita al rigore, alla linearità, allo stile. Invita alla logica, e attraverso la logica apre alla follia”.

Cosa pensi della collaborazione e della condivisione tra artisti e scrittori? In questo senso ci vuoi parlare dei Poeti Emozionali?

È il mio pane quotidiano! Come risposto due domande fa, credo fermamente nella contaminazione tra le arti. Parola e immagine, musica e pittura, scultura e poesia. Tutto parte da dentro, tutto è prodotto del proprio estro e dalla propria coscienza. Accostare lavori anche molto differenti nella forma (ma non nella sostanza), non fa che amplificarne effetto e potenza. Un po’ come evidenziare, sottolineare, “staccare” un passaggio chiave da una pagina in bianco e nero.

Durante uno degli ultimi eventi organizzati dal poeta emozionale Francesco Nugnes, ad esempio, hanno partecipato artisti della musica, della recitazione, della scultura e della parola. E, visto che ci hai gentilmente citato, mi permetto di riportare i nomi dei membri, per poi descriverne brevemente il percorso di gruppo: Brigida Liparoti, Barbara Gabriella Renzi, Antonio Corona, Chiara Rantini, Ketty La Rosa, Domenico Garofalo, Michela Zanarella, Francesco Nugnes, Immacolata Rosso ed io. Questa compagnia di amici e amanti della lirica nasce spontaneamente, da una brillante idea di Domenico Garofalo, che decide di riunire voci e personalità a lui care. Da lì, i Poeti Emozionali hanno preso vita e ci hanno “preso gusto”, ironicamente, a mettersi in gioco. Tra loro ci sono filosofi, satiranti ed esperti di teatro, medici, linguisti, impiegati, pittori, insegnanti. Tanti background ed esperienze di vita, dalle quali prendono spunto alcune tra le migliori poesia io abbia mai letto. L’idea non è di ergerci presuntuosamente a fari della Poesia contemporanea italiana, piuttosto di esserne degni. Non esistono poeti migliori, esistono solo poeti sinceri. E ce la mettiamo davvero tutta per esserlo, per trasmettere le emozioni nella maniera più autentica possibile, senza mascherarle di impalcature verbali inutili. Ogni giorno c’interroghiamo sulla nostra identità, su cosa possiamo fare per portare questa passione in alto. In base agli impegni e alle capacità soggettive, ci aiutiamo l’un l’altro, imbastiamo progetti e, sin da subito, abbiamo cercato un confronto costruttivo. Alla base c’era la stima; in seguito, è nata l’amicizia. Insomma, se mi chiedessero se la poesia unisce, non potrei che rispondere “eccome”!

Parlando dei tuoi scritti ricordi un passo a memoria? Come mai proprio questo?

Complimenti per la domanda, Emanuele, molto curiosa. Certo, uno in particolare ritorna spesso alla mente.

Te lo riporto:

Il triangolo della vita, invece, paura non ha.

Io, tu e qualcosa.

Quel qualcosa o un qualcosa ancora senza nome.

(tratto dalla lirica “Dipendente”)

Riassume alla perfezione come sono fatta: vivo alla costante ricerca di bellezza che, nel mio caso, coincide con la verità.

Chi sono i tuoi riferimenti letterari o artistici in generale?

Qui rischiamo di sforare… potrei andare avanti per ore! Quindi, per il bene di tutti, mi autodisciplino e limito la risposta a pochi esponenti: Walt Whitman, Baudelaire, Kiki Dimoula, Giacomo Leopardi, Neruda, Emily Dickinson, Lord Byron, Rilke, Grazia Deledda, Marguerite Yourcenar e Totò (sì, lo considero un poeta a tutti gli effetti!). Per le arti figurative, invece, in pole position ci sono Joaquín Sorolla, Caravaggio e Van Gogh. Infine, per il teatro, l’immenso Gigi Proietti.

Inutile dire che i talenti contemporanei nulla hanno da invidiare al passato: i miei occhi si sono da poco imbattuti nelle opere di Omar Saggiorato. Valutate voi se hanno avuto ragione ad esserne stati conquistati.

Sicuramente i lettori di Teatrionline vorranno sapere: com’è il tuo rapporto con il teatro?

È vivo e vegeto, impaziente di rigoderlo. Vado spesso a teatro, amo le sperimentazioni, i testi impegnati, la musica, che a teatro prende vita come per incantesimo, i progetti solidali (per citarne uno, gli spettacoli organizzati dalla Cpd Consulta). Il regista preferito? Giorgio Gaber.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Progetto di progettare ancora per molto, molto tempo!

Johanna Finocchiaro è un’anima autentica, entusiasta e creatrice, basta un “clic” ed è subito poesia.

LEAVE A REPLY