La vita davanti a sé – Recensione

In scena al Teatro Argentina di Roma fino al 6 gennaio 2022

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Da attore consumato e sensibile, Silvio Orlando calza con naturalezza ed empatia i panni di Momò, sventurato ragazzino arabo che sopravvive nella pittoresca banlieue di Belleville, in casa di Madame Rosa che dà accoglienza ai figli delle ‘colleghe’ prostitute in attività impossibilitate a tenerli con sé.
Momò ha una disperata nostalgia della mamma, la cerca in tutti gli sguardi con la fiducia che un giorno torni a riprenderlo. Muovendosi come un folletto sul palcoscenico descrive le esperienze dei suoi dieci anni trascorsi in quella decrepita casa senza ascensore dove la vecchia donna ebrea sopravvissuta all’olocausto svolge una sorta di servizio sociale ricoverando ragazzini soli cui elargisce un’umanità primordiale: “Per prima cosa vi posso dire che abitavamo al sesto piano senza ascensore e che per Madame Rosa, con tutti quei chili che si portava addosso e con due gambe sole neanche la salute era un granché e vi posso dire fin d’ora che una donna come lei avrebbe meritato un ascensore”.
Osservatore acuto della variegata umanità che lo circonda, cerca affetto in ogni figura: il dottor Katz che cura Madame Rosa, la trans Madame Lola ex pugile e poi apprezzata prostituta, il cagnolino che cederà a una signora facoltosa per sottrarlo alla miseria e perfino l’immaginario amico personalizzato da un ombrello: “Se Madame Rose sapeva che ero Mohammed e musulmano, vuol dire che avevo delle origini e non ero senza niente”.
Quando arriva Kadir Youssef uscito dopo 12 anni dal manicomio criminale per l’omicidio della moglie Momò scopre di avere 14 anni, ma Madame Rosa si rifiuta di consegnare il figlio all’uomo, che muore stroncato da una crisi cardiaca.
Al ragazzo rimane soltanto la sua protettrice, della quale si sentirà obbligato a esaudire il desiderio di lasciarla morire nel rifugio ebraico segreto, lontano da medici e ospedali, vegliata dal suo amore acerbo che non ha conosciuto altra tenerezza, mentre là fuori si accende la variopinta e disperata fantasmagoria di esistenze sempre al limite.
Silvio Orlando, che ha curato la riduzione e la regia dello spettacolo, coglie la molteplicità di sentimenti e suggestioni del piccolo protagonista, con Momò adulto che racconta la visione del mondo di sé bambino consapevole di dover ricorrere a mille stratagemmi per non finire in un brefotrofio perdendo l’unica persona che nutre un sentimento per lui. A questo viscerale dolore si intrecciano problemi sociali quali l’emigrazione, il razzismo, la diversità, la precarietà che l’attore riesce a rendere palpitanti attraverso il filtro dello sguardo infantile: “Il genio di Gary ha anticipato senza facili ideologie e sbrigative soluzioni il tema dei temi contemporaneo: la convivenza tra culture religioni e stili di vita diversi. Il mondo ci appare improvvisamente piccolo claustrofobico in deficit di ossigeno. I flussi migratori si innestano su una crisi economica che, soprattutto in Europa, sembra diventata strutturale creando nuove e antiche paure, soprattutto nei ceti popolari, i meno garantitiil teatro può raccontare storie emozionanti commoventi divertenti, chiamare per nome individui che ci appaiono massa indistinta e angosciante. Le ultime parole di Gary dovrebbero essere una bussola. ‘bisogna voler bene’” scrive nelle note di regia.
Il romanzo dello scrittore lituano naturalizzato francese Romain Gary pubblicato nel 1975 con lo pseudonimo di Émil Ajar ottenne il premio Goncourt e solo dopo il suicidio dello scrittore nel 1980 se ne scoprì la paternità. Le versioni cinematografiche hanno avuto Simone Signoret nel 1977 e Sophia Loren nel 2020 nel ruolo di Madame Rosa.
A evocare l’atmosfera multietnica della vicenda i ritmi ancestrali della colonna sonora di Simone Campa sottolineano emozioni e malinconiche suggestioni con l’Ensemble dell’Orchestra Terra Madre (aperta a collaborazioni con musicisti di ogni tradizione per promuovere tutte le radici cultural) fino all’happening finale in cui si aggiunge l’attore a suonare il flauto: Simone Campa alla chitarra battente e percussioni, Gianni Denitto al clarinetto e sax, Maurizio Pala alla fisarmonica e Kaw Sissoko al kora e djembe. Le scene con i sei piani miniaturizzati sono di Roberto Crea, il disegno luci di Valerio Peroni.