Paradiso XXXIII di Dante Alighieri

Recensione di Emanuele Martinuzzi

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In scena dal 18 al 19 febbraio al Teatro Era di Pontedera

«Uno spettacolo immersivo, che si rivolge al grande pubblico. L’intento è quello di cercare di rendere la parola di Dante divulgativa, in modo che questa esperienza tocchi un numero di spettatori il più ampio e trasversale possibile. Dopo il lungo periodo di chiusura c’è un forte desiderio di ritornare in scena. E Paradiso XXXIII accoglie tutto: si tratta di uno spettacolo teatrale, ma anche di un concerto e di una rappresentazione con installazioni video…». (Elio Germano)

Al Teatro Era di Pontedera, punto di riferimento nazionale del teatro italiano e non solo, con lo spettacolo Paradiso XXXIII arriva Elio Germano, attore eccezionale che non ha bisogno di molte presentazioni, amato dal pubblico e dalla critica, pluripremiato con una lunga e brillante carriera alla spalle, mai paga di sperimentarsi in nuovi progetti e avventure artistiche, dopo aver ottenuto, con la struggente interpretazione del pittore e scultore italiano Antonio Ligabue nel film Volevo nascondermi, l’Orso d’argento per il miglior attore al Festival di Berlino 2020 e poi il David di Donatello 2021 come miglior attore protagonista. Arriva assieme a Teho Teardo, compositore di successo per il cinema e il teatro, attivo nella scena post-industriale italiana dagli anni ‘80, che ha scritto le colonne sonore per film come Denti di Gabriele Salvatores o Il Divo di Paolo Sorrentino. Questa coppia di talentuosi artisti porta in scena una trasposizione pop, coraggiosa, psichedelica, visionaria, divulgativa, criptica, dell’ultimo canto della Divina Commedia di Dante Alighieri, il canto più misterioso, teologico, mistico. Uno spettacolo a cavallo tra rispetto della tradizione e post-modernismo, tra fedeltà e sperimentazione, dove tutto si dice nei molti modi in cui a teatro è possibile dire, ma dove niente alla fine è spiegato. Elio Germano dona la sua voce alle parole eterne del Sommo Poeta, Teho Teardo con la sua musica come un Virgilio ante litteram aiuta e giuda lo spettatore in questo viaggio di bellezza e mistero, oltre la logica.

«Abbiamo attuato una sorta di ‘dispiegamento’ del testo di Dante, per eliminare certe pieghe di un tessuto narrativo che forse a noi può apparire a volte troppo ‘arricciato’. Si tratta di una poesia lontana nel tempo, ecco perché è necessario tentare di dilatare, in qualche modo, queste bellissime parole dantesche». (Elio Germano)

Ogni parola del testo Dantesco e ogni nota della melodia sono incastonate a loro volta dalle immagini e dagli effetti speciali di Simone Ferrari e Lulu Helbæk, che sempre portano con sé una stilla della magia del Cirque du Soleil, capaci di creare un’esperienza al confine col meraviglioso, per tentare di dare riflessi e forme a quel qualcosa di inspiegabile evocato dalla poesia di Dante, trascendendo qualsiasi concetto limitante e limitato di teatro, concerto o rappresentazione visiva. Il 33esimo canto viene trasfigurato parola per parola da effetti luminosi, musica dal vivo suonata con strumenti di tutte le epoche, giochi sonori, gesti simbolici, in un tutto espressivo teso a comunicare l’incomunicabile, a dire l’indicibile, per mostrare il volto divino che il poeta finalmente vede in questo ultimo canto del suo viaggio ultraterreno, ma a cui mancano le parole per poterlo comunicare pienamente; un’immensità sfiorata e tradotta da elementi pop, post-moderni, installazioni etc. come a voler dire che ogni epoca e i suoi strumenti espressivi hanno la facoltà e l’onere di accogliere la provocazione e la possibilità enunciata da Dante di travalicare il finito verso l’infinito della poesia e della divinità. Questo slancio verso ‘l’amor che move il sole e l’altre stelle’ è messo in scena creando un’esperienza unica, quasi fisica per lo spettatore al cospetto dell’immensità.

«La musica è in grado di rendere visibile ciò che non si vede, esprimendo quello che le parole non sempre riescono a dire. Nella Divina Commedia, Dante termina il suo racconto descrivendo quello che non ha potuto neanche vedere: sta a noi lettori immaginare un ulteriore passaggio e per questo motivo mi piace pensare a questo spettacolo come a una possibile continuazione narrativa. Ci è stato raccontato ciò che si è potuto vedere e anche l’impossibile da visualizzare: il testo dantesco si chiude davanti all’immensità del cosmo, ma allo stesso tempo è come se si aprisse un nuovo capitolo. In questo senso, per me, Paradiso XXXIII è uno spettacolo ‘delle possibilità’». (Teho Teardo)

Ancora una volta il teatro si fa non-luogo, in cui si accoglie l’estrema possibilità di dire il silenzio attraverso tutti gli strumenti espressivi possibili. Gli strumenti musicali della classicità, come violoncello e violino, si stagliano nell’oscurità della scena come attori nella penombra a dare voce all’intangibile evocato nelle sfere celesti del paradiso dantesco, assieme ai sintetizzatori, le campane e altri effetti sonori elettronici, manovrati dal demiurgo Teho Teardo, presente e visibile sulla scena, ma assorbito nell’assenza delle sue atmosfere rarefatte e psichedeliche. Il tutto attorniato da sfere luminose, luci stroboscopiche, sostanze artificiali, astrazioni luminose, che accecano la scena e ciò che accade per tradurre la sola luminosità presente, che è quella della parola poetica, eterna che parla dell’eterno, con la forza universale della poesia di Dante, che è capace di tradursi in tutti i linguaggi espressivi e aprirli a nuove significazioni. La parola della poesia basta a sé stessa, sovrasta ogni lingua, ogni cosa, ogni orecchio, Dante è. Questo incanto, inspiegabile e incontrovertibile, è reso palese dalla bravura ispirata e viscerale di Elio Germano, che veste i panni di Dante e ne sa incarnare l’afflato spirituale, l’utopia letteraria.

«Andiamo per aprire il Canto alla frequentazione. E il Canto stesso diventa ‘una messa in scena’, non è una semplice lettura. Il termine messa è una parola-chiave, perché richiama in un certo senso anche la messa cattolica: esiste un tramite tra il pubblico e la divinità che si racconta – nello spettacolo sono io stesso, mentre nel testo è Dante-, c’è un narratore che fa da mediatore tra ciò che sta vedendo e il pubblico, in un dialogo costante tra narrazione e spettatori. Sono un Dante simbolico [..]». (Elio Germano)

Catturato dalla complessità, dalla dimensione infinita di Dante, dalla sua ansia spirituale e dai suoi inesauribili e misteriosi significati, Elio Germano ripropone per il grande pubblico col suo talento poliedrico e creativo i luminosissimi versi del XXXIII canto del Paradiso, che già a settembre 2020 aveva letto a Ravenna per l’apertura delle celebrazioni del VII centenario, in presenza del Presidente Sergio Mattarella. Una lettura assolutamente che sa arricchire qualsiasi ascoltatore, lo sa emozionare con i dubbi ancestrali e metafisici del testo, lo eleva in una dimensione oltre il teatro, la musica e le immagini, lasciando che sfiori il piacere sottile dell’essenza della poesia dantesca, che non può dire il tutto, ma che tutto dice.

Oh quanto è corto il dire e come fioco

al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi,

è tanto, che non basta a dicer ’poco’.

O luce etterna che sola in te sidi,

sola t’intendi, e da te intelletta

e intendente te ami e arridi!

(Dante Alighieri, Divina Commedia, Canto XXXIII)

di Elio Germano e Teho Teardo, drammaturgia Elio Germano, drammaturgia sonora Teho Teardo, con Laura Bisceglia (violoncello) e Ambra Chiara Michelangeli (viola), disegno luci Pasquale Mari, video artists Sergio Pappalettera e Marino Capitanio, scene design Matteo Oioli, regia Simone Ferrari & Lulu Helbaek, commissione di Ravenna Festival in coproduzione con Pierfrancesco Pisani, per Infinito Produzioni, Fondazione Teatro della Toscana, Teatro Franco Parenti, Fondazione Teatro Comunale di Ferrara Claudio Abbado, Teatro Amintore Galli di Rimini, ritratto Fabrizio Cestari, foto di scena Zani Casadio