Amori e disamori in “Questi fantasmi!” al Teatro Immacolata di Napoli.

Recensione di Roberta Daniele

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Dal 13 al 15 maggio 2022

Inserita da Eduardo nel gruppo di opere intitolato della Cantata dei giorni dispari, dove è rappresentata la vita con tutte le sue amarezze e disillusioni, soprattutto nell’apparente ordinarietà domestica, la commedia tratta di un tradimento che vede come protagonisti il marito Pasquale Lojacono, la moglie Maria e l’amante Alfredo Marigliano.

La storia privata di una coppia in crisi senza figli, resa pubblica e amplificata dal trucco dell’amante-fantasma e dal tentativo di fuga degli amanti, s’intreccia con l’ambiguità del dramma sospeso tra ingenuità e superstizione in cui trova espressione l’anima napoletana più autentica, il tema del soprannaturale così caro al pubblico napoletano riportato all’attualità nel cinema da Paolo Sorrentino e così presente nella tradizione teatrale della Città.

La storia vede un uomo di mezza età in cerca di un riscatto grazie alla possibilità che gli è stata offerta di andare a vivere gratuitamente con la moglie Maria in un palazzo di 18 stanze, a patto di sfatare la leggenda che lo vuole infestato dai fantasmi. Il palazzo seicentesco, con la sua vetusta nobiltà, è la metafora del tentativo di Lojacono di pareggiare i conti con la sua esistenza, credendo che fare la vita “da signore” lo possa aiutare ad allontanare i morsi di gelosia riconquistando il cuore di Maria e, quindi, il suo posto nella società.

L’atto I termina con il personaggio di Alfredo Marigliano, l’amante di Maria, che entra in scena nel modo più classico, chiuso in un armadio. Alfredo, che approfitta delle dicerie sulle incomode apparizioni per avere libero accesso all’appartamento, colma di regali il suo rivale, il quale, con ispirata tragicità nell’atto finale convince il fantasma/amante a ritirarsi lasciandogli soldi e moglie.

La regia di Peppino Colace mette in risalto la solitudine e  l’incapacità di comunicare di Pasquale, interpretato con intima umanità da Mario Troise, il quale è stato anche interprete di Domenico Soriano in “Filumena Marturano”, che ha ottenuto ampi riconoscimenti nell’ambito dell’annuale rassegna nazionale del Teatro Amatoriale.

La caratterizzazione del personaggio ci fa riflettere sulla disponibilità di ciascuno di noi a credere qualunque cosa pur di vivere una più rassicurante esistenza, aggrappandoci spesso all’illusione pur di sfuggire alla realtà. Lojacono, pur potendo vivere con strategico distacco la sua situazione sentimentale, è costretto a tener conto delle chiacchiere così come dello sguardo di silenziosa riprovazione dell’immaginario professor Santanna.

La famosa prova del balcone per Troise, è decisiva. I dialoghi con il professor Santanna sul caffè, ma soprattutto sulla coabitazione con i suoi fantasmi sono travestimenti di paure profonde che affascinano per la carica emotiva che induce rispetto e ammirazione e proiettano Lojacono oltre la sua apparente passività. I suoi sentimenti altalenanti, insicuri e sofferti, si manifestano dolorosamente con lampi di umorismo, strappando più volte l’applauso convinto del pubblico del Teatro Immacolata.

La produzione “Archivio Futuro” tiene testa all’architettura drammaturgica sotto la regia appassionata ed efficace di Colace attenta a percorrere in perfetto equilibrio il filo teso da Eduardo tra il tragico e il comico. 

I dialoghi, sospesi tra ironia e lirismo, sono alimentati da personaggi macchiettistici, in una messa in scena di grande suggestione, grazie alle scene di Michele Lubrano Lavadera, ai costumi della Sartoria Pennacchio e alle sorprendenti trovate sceniche, quale ad esempio la scena finale in cui gli attori danzano come manichini gotici intorno al frastornato protagonista mentre, a turno, svelando la propria identità, ricevono l’applauso del pubblico. 

Da segnalare l’interpretazione di Luciano Cimmino (Raffaele portiere), alla testa di una compagnia ben collaudata e, soprattutto Troise, nei panni del marito tradito, tanto sommesso nei primi due atti quanto istrionico nel terzo, con un crescendo interpretativo che nelle scene finali lascia attoniti per l’assoluta credibilità della visionaria follia, sino ad ergersi a protagonista unico.