La Tempesta

Recensione di Tania Turnaturi

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foto di Alessandro Serra

In scena al Teatro Argentina di Roma fino al 15 maggio 2022

Le estremità di un telo si sollevano fino a dispiegare un’immensa vela scura sferzata dalla procella, che dibattendosi impetuosamente contro il ruggito del vento fa scorgere una sottostante pedana di legno su cui ondeggia sinuosa un’aerea figura. È Ariel, lo spirito dell’aria, creatura immaginifica, emblema di un mondo governato dalla magia. Intorno, la tempesta implacabile solleva onde tumultuose che squassano la barca dei naufraghi alla deriva, sollevando una densa spuma che si espande fino in platea. La potenza delle forze della natura è di pregnante sconvolgimento e immette in un mondo governato dal sogno.

Alessandro Serra cita così Strehler che nella scena iniziale della regia dell’opera di Shakespeare utilizzò i teli azzurri, da allora definiti “teli tempesta”. L’allestimento è fortemente caratterizzato dalla cifra stilistica di Serra, in una permanente proiezione di decostruzione e ristrutturazione dell’opera originale, enucleandone ed espiantandone l’essenza da esplorare attraverso la corporeità dell’attore e l’interazione fra immagine, suono, musica, colore e coralità.

Formatosi sui rivoluzionari canoni del ‘teatro povero’ di Grotowski, Serra amplifica la funzione dell’attore, il cui ruolo diventa prevalente sul contesto scenico, attraverso la sacralità del corpo e della voce che ne devono esprimere l’anima. La sua formazione teatrale passa anche attraverso le arti marziali e l’incontro con il teatro corporeo di Yves Lebreton. Nel 1999 fonda la Compagnia Teatropersona, con la quale mette in scena le proprie regie con questa visione complessiva in cui cura scene, luci e costumi, portando gli spettacoli in Asia, Sud America, Russia, Regno Unito e molti paesi europei.

In tale dissezione del testo, che si rivela essere quasi una pratica spirituale, emerge il nucleo ispiratore dell’opera, che nella Tempesta è la possibilità di scegliere tra vendetta e perdono. Prospero decide di rinunciare alle arti magiche e di perdonare, offrendoci l’opportunità di una riflessione profonda sulla libertà.

Scritta da Shakespeare tra il 1610 e il 1611, La Tempesta è l’ultima commedia del Bardo, con la quale dà un tacito addio al teatro.

Spodestato del ducato di Milano dal fratello Antonio con la complicità del Re di Napoli Alonso, Prospero è esiliato con la figlia Miranda su un’isola del Mediterraneo dove, ricorrendo alle arti magiche imparate sui libri, libera lo spirito dell’aria Ariel e riduce in schiavitù il deforme Calibano, unico mortale del luogo. Mentre Antonio e Alonso tornano da Cartagine, Prospero ricorrendo alle scienze occulte scatena le forze della natura che scagliano i naufraghi sulla costa. Sarà Ariel, spirito puro, a ispirargli la più potente delle virtù umane, la compassione: “Lo credi davvero, spirito?”, “Io sì, se fossi umano”.

La messinscena, di cui Serra cura traduzione, adattamento, regia, scene, luci, suoni e costumi, è la quintessenza della potenza evocativa del teatro in cui dal nero magma emergono figure che recitano dialoghi, su una zattera che condensa i confini dell’isola, in cui l’unico elemento di scena e un’asse di legno che ancora lo spazio, come il monolite di Odissea nello spazio, fungendo da altalena o da sostegno. Due i momenti catartici di forte impatto simbolico ed estetico, quasi un fermo immagine che si materializza attraverso nebbiosi coni di luce e quinte scorrevoli che inghiottono le figure: la visione materica e corporea delle figure dei marinai ubriaconi Stefano e Trinculo con la vestizione in scena per coprire le nudità con variopinti abiti calati dall’alto, e il forsennato monologo di Calibano che reca sulla schiena un’ampia gerla di rami svettanti, sintesi estrema di simbiosi con la natura, cui l’interpretazione di Jared McNeill conferisce un adeguato afflato di esoticità (“mi avete insegnato la vostra lingua e ora posso maledirvi”).

Odio, potere, perdono, rinascita sono i temi cardine che, grazie anche agli attori, sviluppano una sinfonia: Marco Sgrosso (Prospero), Bruno Stori (Gonzalo), Chiara Michelini (l’opalina ed evanescente Ariel), Maria Irene Minelli (Miranda), Valerio Pietrovita (Antonio), Massimiliano Donato (Alonso), Paolo Madonna (Sebastiano), Fabio Barone (Ferdinando), Massimiliano Poli (Trinculo), Vincenzo Del Prete (Stefano), Andrea Castellano (Nostromo/Spirito), oltre al citato Jared McNeill (Caliban).

Dalle note di regia: “Su quest’isola-palcoscenico tutti chiedono perdono e tutti si pentono ad eccezione di Antonio e Sebastiano, non a caso gli unici immuni dalla bellezza e dallo stato di estasi che pervade gli altri. Il fatto che Prospero rinunci alla vendetta proprio quando i suoi nemici sono distesi ai suoi piedi, ecco questo è il suo vero innalzamento spirituale, il sovrannaturale arriva quando Prospero vi rinuncia, rinuncia a usarlo come arma.
Ma il potere supremo, pare dirci Shakespeare, è il potere del Teatro. La tempesta è un inno al teatro fatto con il teatro la cui forza magica risiede proprio in questa possibilità unica e irripetibile di accedere a dimensioni metafisiche attraverso la cialtroneria di una compagnia di comici che calpestano quattro assi di legno, con pochi oggetti e un mucchietto di costumi rattoppati…. L’uomo avrà sempre nostalgia del teatro perché è rimasto l’unico luogo in cui gli esseri umani possono esercitare il proprio diritto all’atto magico”.