“Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte” commuove e fa sorridere il pubblico del Donizetti.

Recensione di Vito Fabio

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Efficace prova del protagonista in una commedia che ha dominato le classifiche mondiali e che sta riscuotendo successi in tutto il mondo

Un intenso Daniele Fedeli nel ruolo di Cristopher ci fa riscoprire quanta bellezza ci sia in un ragazzo che soffre del disturbo dello spettro autistico e quanta forza riesca a trasmettere a chi gli sta vicino. Ebbene, “Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte”che chiuderà nel modo migliore  – previste repliche a partire da oggi fino al prossimo venerdì, tranne il mercoledì, in prima serata – la stagione di prosa della fondazione teatro Donizetti a Bergamo, è stata la rappresentazione di quella “diversità” che include, che ci riumanizza, che ci fa rendere conto dei limiti del genere umano e di quanto ci sia bisogno dell’altro per farci comunque star bene. Tratto dall’omonimo romanzo di Mark Haddon, la commedia, nella riscrittura di Simon Stephens, per la doppia regia di Ferdinando Bruni ed Elio Capitani, segue fedelmente la trama dell’originale. La scena s’apre con la gente che attornia il cane  di uno dei vicini: Wellington che era stato ucciso poco prima della mezzanotte. Tra le persone e vicino al cane c’è Cristopher un quindicenne che decide d’indagare chi sia stato ad ucciderlo. E da qui inizia a metter giù degli appunti sulla base degli indizi che raccoglie nella ricerca spasmodica dell’assassino. Appunti che via via s’accrescono fino a diventare  un libro. E’ del tutto evidente come il punto di vista di Cristopher è quello di un giovane affetto da una patologia – del tipo Asperger – che gli rende complicato il suo rapporto con il mondo che lo circonda. Accetta difficilmente aiuti, non vuol essere toccato. In questo frangente scopre come la madre non sia morta come gli raccontava, invece, il padre. Padre che gli disvela, un giorno, a seguito dei continui e pressanti interrogativi del ragazzo, d’esser stato lui l’assassino del cane, cane che diventa, suo malgrado, il capro espiatorio, la vittima sacrificale di quanto gli era sin lì capitato. Nel frattempo, Cristopher scopre che la madre se n’è andata con il marito della vicina proprietaria del cane e che in quel momento si trovava a Londra. Decide, pertanto, di raggiungerla nella capitale inglese dove vive, prendendo il treno da Swindon. Lo fa da solo con tutti i rischi che ne derivano. Affronta pericoli dappertutto portandosi dietro soltanto il suo topolino domestico, uscendone, fortunatamente, sempre indenne.  Casuale l’incontro con la madre vicino casa che lo riconosce subito e che invita a stare con loro, anche se il suo amante non ne è del tutto contento della scelta. Tuttavia, Cristopher punta decisamente a conquistare il primo posto a scuola in matematica e vuol rientrare assolutamente a casa anche su espresso invito del padre che lo vuole con sé. La madre, a questo punto, resasi conto d’aver abbandonato il figlio, pensa sia meglio che lo riaccompagni a casa senza chiedere nulla al compagno. Cristopher, una volta rientrato, va a scuola e dopo qualche titubanza riesce anche a completare il compito di matematica che gli viene assegnato. E’ felice e trasognato, anche ed ancor più perché è riuscito nel tentativo di ricongiungere i familiari nella stessa casa senza covare rancore facendo in modo che si riconcilino. Un lieto fine per una commedia di oltre due ore che ha incollato letteralmente gli spettatori alle poltrone fino alla fine tributando un caloroso applauso non soltanto al protagonista della singolare storia, ma a tutti gli attori che sono stati molto bravi nei loro repentini cambi di personaggi in corsa e nel cambio, volta per volta, delle scenografie.